È scontro tra l’Ordine degli Psicologi della Calabria e le associazioni professionali di counseling dopo le dichiarazioni diffuse in relazione a un’iniziativa di ascolto gratuito organizzata a Reggio Calabria in occasione della Giornata Internazionale dell’Ascolto. Sette associazioni nazionali, AICo, ANCoRe, AProCo, AssoCounseling, CNCP, ENPACO e SICo, intervengono con una presa di posizione congiunta per contestare le affermazioni dell’Ordine, riprese il 20 ottobre da alcune testate giornalistiche locali. Al centro della controversia ci sono la legittimità dell’attività di counseling, i confini tra le competenze dei counselor e quelle riservate agli psicologi e la necessità, sostenuta dalle associazioni firmatarie, di distinguere le attività professionali consentite dalle eventuali condotte abusive.
Le associazioni di counseling contro l’Ordine degli Psicologi della Calabria
Le sette associazioni esprimono “ferma contrarietà alle dichiarazioni diffuse dall’Ordine degli psicologi della Calabria, riprese il 20 ottobre da alcune testate giornalistiche locali, in relazione a un’iniziativa di ascolto gratuito organizzata a Reggio Calabria in occasione della Giornata Internazionale dell’Ascolto”. Secondo le organizzazioni firmatarie, il dibattito sull’iniziativa avrebbe assunto toni tali da mettere in discussione la legittimità di un’intera categoria professionale, rischiando di generare confusione tra i cittadini. Le associazioni sostengono che un’attività dedicata all’ascolto e alla relazione d’aiuto non debba diventare automaticamente motivo di contrapposizione tra professionisti, soprattutto quando vengono rispettati gli specifici ambiti di competenza. Pur riconoscendo l’importanza della tutela della salute e delle professioni regolamentate, contestano l’idea che ogni forma di ascolto, orientamento e accompagnamento delle persone nelle difficoltà della vita debba essere considerata una prerogativa esclusiva degli psicologi.
Counseling e psicologia, la questione delle competenze professionali
Uno dei punti centrali della posizione delle associazioni riguarda la distinzione tra counseling e attività psicologica. Le organizzazioni richiamano la Legge 4/2013, che disciplina le professioni non organizzate in ordini o collegi e nel cui quadro viene esercitata in Italia l’attività di counseling, nel rispetto dei limiti previsti dall’ordinamento. Le associazioni professionali evidenziano il proprio impegno nella qualificazione dell’attività attraverso percorsi formativi, standard professionali, codici deontologici, aggiornamento permanente e strumenti di tutela degli utenti. Allo stesso tempo, riconoscono le competenze attribuite agli psicologi dalla Legge 56/1989, comprese le attività di prevenzione, diagnosi e sostegno in ambito psicologico. Il punto sul quale insistono è che, a loro giudizio, non qualsiasi attività basata sull’ascolto o sulla relazione d’aiuto possa essere automaticamente qualificata come prestazione psicologica riservata.
“Non rivendichiamo il diritto di esercitare la professione di psicologo senza essere psicologi. Rivendichiamo il diritto di esercitare legittimamente la professione di counselor, senza essere sistematicamente assimilati a chi esercita abusivamente un’altra professione”, sottolineano le associazioni. Le organizzazioni ribadiscono quindi la necessità di riconoscere la specificità del counseling, mantenendo chiara la distinzione rispetto alle attività che la legge riserva agli psicologi.
Le sentenze del Consiglio di Stato e della Cassazione richiamate dalle associazioni
La controversia riguarda anche l’interpretazione delle norme e dei precedenti giurisprudenziali relativi all’esercizio delle professioni. Le associazioni richiamano le sentenze 545 e 546 del 2019 del Consiglio di Stato, intervenute sulle contestazioni relative all’iscrizione delle associazioni di counseling nell’elenco ministeriale previsto dalla Legge 4/2013. Viene inoltre citata la sentenza 16562/2016 della Corte di Cassazione, relativa a una specifica vicenda di esercizio abusivo della professione. Secondo le associazioni firmatarie, quest’ultima pronuncia non può essere interpretata come una dichiarazione generale di illegittimità del counseling. La loro posizione è che occorra valutare le attività concretamente svolte dai singoli professionisti, distinguendo i comportamenti leciti da quelli che potrebbero violare le norme. Il riferimento è anche all’articolo 348 del Codice penale, che punisce l’esercizio abusivo di attività professionali riservate. Per le organizzazioni, contrastare l’abusivismo resta un obiettivo fondamentale, ma non dovrebbe tradursi in una contestazione indiscriminata nei confronti di tutti coloro che esercitano il counseling.
Il rischio di medicalizzare ogni difficoltà della vita
Le associazioni affrontano anche un aspetto culturale del confronto, sostenendo che non ogni situazione di difficoltà personale o passaggio critico dell’esistenza debba essere necessariamente ricondotto a una condizione patologica. Secondo le organizzazioni firmatarie, attribuire automaticamente una dimensione sanitaria a qualsiasi esperienza di sofferenza o difficoltà potrebbe favorire una medicalizzazione della vita quotidiana, riducendo lo spazio riconosciuto all’autonomia e alla responsabilità personale. Da questa considerazione deriva la richiesta di riconoscere una pluralità di competenze professionali, ciascuna nel rispetto dei propri limiti e delle norme vigenti. Le associazioni ritengono inoltre che gli Ordini professionali, proprio per le funzioni pubbliche che esercitano, debbano garantire equilibrio, rigore e correttezza nell’informazione rivolta ai cittadini. La tutela delle competenze professionali, sostengono, non dovrebbe trasformarsi nella negazione della legittimità di altre attività esercitate nel rispetto della legge.
La proposta: confronto tra counselor e psicologi al tavolo UNI
Per superare la contrapposizione, le sette associazioni chiedono di avviare un confronto serio e documentato tra le diverse rappresentanze professionali, con l’obiettivo di chiarire attività, competenze e standard. La sede indicata è il tavolo di normazione tecnica presso UNI, dove le parti interessate possono contribuire alla definizione degli standard professionali. Le organizzazioni auspicano una partecipazione responsabile anche del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) e degli Ordini territoriali, con l’obiettivo di costruire un dialogo fondato sulla chiarezza delle rispettive competenze e sulla tutela dei cittadini. Secondo le associazioni, la sicurezza degli utenti deve essere garantita attraverso la qualità della formazione, la trasparenza delle qualifiche professionali, il rispetto dei limiti di esercizio e la possibilità per ogni cittadino di compiere scelte consapevoli.
Le sette associazioni: “Chiediamo rispetto per la dignità di ogni professione”
Nel documento congiunto, AICo, ANCoRe, AProCo, AssoCounseling, CNCP, ENPACO e SICo ribadiscono la volontà di continuare a tutelare la dignità, la reputazione e la libertà di esercizio dei professionisti rappresentati. Le associazioni confermano anche la disponibilità al dialogo con gli Ordini degli Psicologi, purché il confronto si sviluppi nel rispetto reciproco e attraverso una distinzione chiara tra le attività consentite e quelle riservate dalla legge. “Non chiediamo privilegi né deroghe alle norme. Chiediamo il rispetto della legge, delle competenze e della dignità di ogni professione. Perché la tutela dei cittadini non si realizza negando l’esistenza dell’altro, ma riconoscendo responsabilmente il valore e i limiti delle diverse professionalità”, concludono le associazioni firmatarie.
