La maxi operazione di polizia che ha portato questa mattina all’esecuzione di 79 misure cautelari nel territorio di Reggio Calabria ha scosso profondamente l’opinione pubblica locale e nazionale, scatenando le reazioni dei vertici dello Stato fino all’intervento diretto del Presidente del consiglio Giorgia Meloni. L’intervento, coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia reggina ed eseguito da oltre 500 uomini delle forze dell’ordine, ha colpito i presunti vertici delle storiche famiglie criminali della città.
Scavando nelle centinaia di pagine dell’ordinanza cautelare, emerge uno spaccato sociologico e criminale di assoluto rilievo giornalistico. L’indagine, infatti, non si limita a fotografare il classico predominio militare sul territorio, ma svela una vera e propria evoluzione aziendale della presunta criminalità organizzata. Il quadro tracciato dagli inquirenti descrive una ‘ndrangheta che agisce come una moderna corporazione, dotata di una rigida e quasi grottesca divisione dei ruoli. In un’intercettazione ambientale catturata dagli investigatori, l’indagato Demetrio Pitarelli, considerato dall’accusa come il soggetto preposto alle azioni intimidatorie, sintetizza in poche parole l’organigramma del gruppo rivolgendosi a Gaetano Chirico, ritenuto il presunto mediatore di vertice, e a Giuseppe Daniele Saraceno, imprenditore edile presunto riferimento della cosca. Le parole captate sono disarmanti nella loro semplicità organizzativa, con Pitarelli che chiarisce di essere l’addetto alle minacce, mentre gli altri si occupano degli sconti e delle decisioni operative sui cantieri. Questa frase cristallizza la trasformazione del metodo mafioso: la violenza cieca lascia il posto a un approccio calcolato, dove il “reparto coercizione” interviene solo per spianare la strada agli accordi commerciali stipulati dal “reparto dirigenziale“.
Il metodo intimidatorio e le pressioni sulle imprese esterne
Il meccanismo descritto trova la sua presunta applicazione pratica in una vicenda che vede come parte lesa un’imprenditrice siciliana, giunta in Calabria per avviare una struttura assistenziale. Secondo l’impianto accusatorio, la donna si sarebbe rivolta al presunto faccendiere Gaetano Chirico per alcune consulenze, finendo però per subire una pesante intimidazione ambientale. Le indagini ipotizzano che il gruppo abbia imposto all’imprenditrice di affidare i lavori di tinteggiatura della struttura all’impresa dell’indagato Giuseppe Daniele Saraceno, vietandole categoricamente di valutare offerte più vantaggiose. Di fronte alla legittima intenzione della donna di analizzare diversi preventivi sul mercato, Demetrio Pitarelli sarebbe intervenuto evocando esplicitamente il peso criminale della propria fazione e imponendole di strappare le carte della concorrenza.
La reazione della vittima, che secondo le captazioni avrebbe immediatamente accondisceso alla richiesta senza nemmeno conoscere il prezzo finale dei lavori, rappresenta per il Giudice la prova lampante dell’efficacia del metodo mafioso, capace di annichilire la libertà negoziale senza la necessità di ricorrere a esplicite violenze fisiche.
In base alle normative vigenti, è fondamentale contestualizzare l’intera vicenda sotto il profilo squisitamente giuridico. Sulla scorta di quanto previsto dalla Legge Cartabia a tutela della presunzione di innocenza, le risultanze emerse dall’ordinanza del GIP rappresentano, allo stato attuale, delle ipotesi investigative formulate dalla Procura. Tutti i soggetti menzionati nelle carte della Procura (compresi gli arrestati), sono da considerarsi indagati e, in quanto tali, presunti innocenti fino all’emissione di un’eventuale sentenza definitiva di condanna.

