La vittoria di Israele, la rivincita di Netanyahu. E quella linea dura che l’Europa non ha capito

Donald Trump celebra Netanyahu e Israele nella cerimonia di pace in Egitto. La linea dura di 'Bibi' che l'Europa non ha capito

Senza di lui niente di tutto questo sarebbe potuto accadere, senza il suo coraggio e il suo patriottismo. Non è la persona più facile con cui lavorare, ma questo lo rende grande“. Con queste parole, Donald Trump ha elogiato Benjamin Netanyahu nel corso del discorso tenuto alla Knesset, il parlamento israeliano. Un momento di politica forte, nel quale il leader del Paese più grande, importante e influente al mondo, parla di pace in Medio Oriente e lo fa in Israele, Paese decisamente più piccolo e meno influente, ma che viene da 2 anni di guerra sanguinosa e che, finalmente, ha raggiunto la pace.

Nelle parole di Trump c’è una forte stima personale, ma non solo. Il presidente USA ammette di aver ammirato l’ostinazione di Netanyahu, la forza con cui è andato avanti per la sua strada, nonostante le critiche, le condanne internazionali, le pressioni. Un atteggiamento che, non è un mistero, Trump incarna anche personalmente. Del resto, Trump e Netanyahu oggi hanno gli stessi amici e gli stessi nemici. Nella seconda categoria rientra, per esempio, l’Iran che negli anni ha finanziato le forze terroristiche estremiste che hanno più volte messo in pericolo la sicurezza di Israele.

Dal 7 ottobre 2023, il giorno del pogrom, quello in cui Israele ha pianto 1200 concittadini massacrati brutalmente, 251 rapiti e trattenuti per 2 anni in stato di prigionia fino a ieri, Netanyahu ha scelto la linea dura. E l’ha scelta per difendersi da una minaccia non più tollerabile, per proteggere la propria gente ancora in Israele e per ottenere indietro i rapiti ancora nelle mani dei tagliagole.

Può sembrare un’americanata da film, ma Netanyahu ha deciso di “non negoziare con i terroristi“. Guerra. Sì, guerra. Non genocidio. Guerra, sanguinosa, dura, tragica, nella quale sono morti troppi civili. Come accade in tutte le guerre. Israele ha attaccato oltremisura, ha messo in campo tutte le sue forze. E lo ha fatto chiedendo sempre, essenzialmente, due cose: la restituzione degli ostaggi e la smilitarizzazione di Hamas, organizzazione terroristica nata con l’intento di distruggere Israele. Richieste legittime, continuamente negate.

Trump ha capito Netanyahu, l’Europa no

Donald Trump ha capito le ragioni di Netanyahu, l’Europa no. Lo analizza brillantemente Fiamma Nirenstein su “Il Giornale”. “La decisione dei due (Trump e Netanyahu) si è incontrata sull’obiettivo comune di osare il tutto per tutto, e anche di giocare di forza: la determinazione di Netanyahu a farsi riconsegnare i rapiti tutti insieme anche a prezzo molto elevato, a arrivarci con il valore aggiunto della scelta tanto discussa di attaccare militarmente Gaza City in modo da stringere Hamas in un angolo, si è fuso con l’atteggiamento di Trump (“si apriranno le porte dell’inferno”) che cerca il suo obiettivo senza accettare nessun ostacolo”, spiega la giornalista.

È difficile non vedere come Netanyahu insieme a Ron Dermer e all’ambasciatore Yehiel Leiter, che ha perduto un figlio in guerra, abbiano costruito lavorando giorno e notte, senza mai cedere, un’ipotesi strategica che non cercava consensi mentre disegnava una svolta definitiva contando sull’interesse dell’Islam moderato. – aggiunge – Bibi intanto camminava diritto, prima con il rifiuto a Biden di farsi fermare sulla via di Rafah e dello Tzir Filadelfi, poi con la scelta difficilissima di colpire gli Hezbollah e eliminare Nasrallah; gli Houthi, la Siria, le postazioni sciite in Iraq…  E soprattutto, il punto centrale del successo di Netanyahu è l’Iran: quando Trump ha visto come osava affrontarlo si è convinto dell’opportunità di portare davvero pace eliminando il maggiore impaccio al suo disegno di pace, Hamas”.

Nirenstein sottolinea come Netanyahu sia stato bersaglio di accuse fomentate dalla propaganda di Hamas, al punto che anche le stesse famiglie degli ostaggi, che lo hanno acclamato come eroe insieme al presidente Trump, lo avevano contestato accusandolo di non voler riportare indietro i rapiti. “Netanyahu è stato accusato di tutto, le famiglie dei rapiti si sono mescolati alla grande opposizione “Kaplan” e lo hanno addirittura accusato di non volere riportare a casa gli ostaggi per restare più a lungo al potere e evitare crisi alla sua coalizione. Il leader, invece, spendeva giorno e notte andando alla radice: chiedeva insieme alla restituzione anche la destituzione di Hamas e le sue armi“.

Adesso si apre una nuova era, come annunciato da Trump in Egitto, un tempo di pace. Una pace fragile, che andrà costruita, consolidata. Netanyahu punta a un nuovo (e più esteso) patto di Abramo. Oggi incontrerà il presidente dell’Indonesia, il più grande Paese musulmano al mondo, per discutere di pace in Medio Oriente. ‘Bibi’, presidente regolarmente eletto due volte in uno Stato libero e democratico, accusato di essere genocida e dittatore dalla propaganda di Hamas e dai megafoni occidentali, ha cercato e ottenuto la pace estendendola non solo a Gaza, ma anche al resto del Medio Oriente, con un accordo che finisce pure per determinare una convivenza pacifica con una, di fatto, riconosciuta Palestina.

Intanto, Hamas giustizia i palestinesi in piazza, ha riconsegnato 4 corpi di ostaggi morti su 28, è ancora armata e mette a rischio la seconda parte dell’accordo di pace, quella relativa alla smilitarizzazione, sulla quale ha dato apertura, ma fino a ieri sparava contro la sua stessa gente.

La geopolitica è strana, soprattutto in tempo di guerra. Si finisce per distruggere le vetrine in Italia inneggiando all’intifada, prendendo la parte dei terroristi, chiamando genocida un presidente che ieri ha ottenuto indietro 20 ostaggi e firmato un accordo di pace storico riconosciuto universalmente, anche dai Paesi Arabi, anche dalle sinistre internazionali, anche dai terroristi stessi. Una vittoria, una rivincita.