La vittoria di Andrea Kimi Antonelli, primo italiano dopo 73 anni a diventare Campione del mondo di F1 (il più giovane di sempre), è stata accompagnata da una piccola polemica, abbastanza sterile. Le critiche hanno riguardato il look con il quale il campione della Mercedes e la sorellina Maggie (11 anni) si sono presentati nel paddock del GP del Messico, ispirato al tradizionale Dia de los Muertos, la folkloristica e coloratissima festa dei morti messicana.
Don Zampaglione, parroco di Masella, ha preso le difese del pilota sottolineando come oltre all’amore fraterno e cristiano espresso dai due giovani, ci sia anche un dettaglio al collo del campione che fa la differenza.
La riflessione di don Zampaglione
“In queste ore le cronache ci raccontano il trionfo sportivo di un giovane talento, ma sui social network si è sollevato un rumore di fondo che tocca corde ben più profonde della pista: la critica verso il look colorato e tradizionale con cui il pilota Andrea Kimi Antonelli e la sua sorellina Maggie, di appena 11 anni, si sono presentati nel paddock. Un abito ispirato al Dia de los Muertos, la tradizionale e coloratissima festa messicana, indossato da una bambina per rendere omaggio alla cultura del paese ospitante.
Come sacerdote, guardando l’immagine di questi due fratelli che camminano mano nella mano, non posso che riflettere su quanto il nostro sguardo umano sia prigioniero del pregiudizio e della superficialità. Li dove il web ha visto un’occasione per criticare, il Vangelo ci invita a guardare oltre l’apparenza e cogliere i segni, anche silenziosi di una fede autentica. La prima cosa che salta agli occhi non è il tessuto di un abito , ma il legame.
Un ragazzo di vent’anni , all’apice del successo mondiale e sotto una pressione indescrivibile, che entra nel paddock tenendo stretta la mano della sua sorellina. Questa è la vera bellezza. In un mondo che esalta l’individualismo e il successo solitario, Kimi ci mostra la custodia degli affetti, la purezza di una famiglia unita e la protezione verso i piccoli. Quella mano stretta è il riflesso più belli dell’amore fraterno che la scrittura ci chiama a custodire.
C’è però un dettaglio fondamentale che ai critici del web è sfuggito, accecati come sono dal giudicare i colori sgargianti dell’abito: Kimi porta il rosario al collo. Per chi sa guardare con gli occhi della fede, quel dettaglio cambia tutto. In mezzo alla mondanità di un paddock, alle telecamere e alla ricchezza, quel ragazzo porta addosso il segno della preghiera e dell’affidamento a Maria. Che paradosso: il mondo lo critica per un vestito stravagante, mentre lui, nel silenzio del suo cuore, cammina protetto dalla preghiera.
Quel rosario ci dice che Kimi sa da dove viene il suo talento e a chi deve dire grazie; ci dice che le sue radici sono salde, anche quando corre a trecento all’ora. Maggie ha 11 anni. Ha espresso la sua vicinanza al fratello con i colori, con il gioco, con la spensieratezza pulita tipica dell’infanzia. Gesù nel Vangelo dice: ‘se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli’ (Mt 18,3).
Diventare come bambini significa anche preservare di far festa, di meravigliarsi, di non essere schiavi del formalismo grigio degli adulti. Le critiche degli adulti verso il look di una bambina mostrano spesso il riflesso di un cuore indurito , incapace di cogliere la gioia pura dietro un travestimento festoso.
Dio non ci chiederà conto della firma sui nostri vestiti o sulle nostre scarpe, o di quanto fossimo allineati alle rigide regole del “decoro” estetico dettato dagli standard dei social. Ci chiederà quanto abbiamo amato e in chi abbiamo riposto la nostra fiducia. Lasciamo allora che il mondo si affanni dietro a commenti sterili su un abito di scena.
Noi impariamo da questi due ragazzi l’eccezionale normalità di volersi bene, la libertà interiore di colorare la vita è il coraggio di portare sul petto, con totale naturalezza, il segno della Vergine Maria. Che il Signore custodisca sempre la purezza dei loro cuori, protegga Kimi nelle sue corse e doni a tutti noi uno sguardo capace di vedere la santità del quotidiano oltre la superficie“.
