Luigi Tuccio, già assessore comunale di Reggio Calabria e storico esponente della Destra reggina, interviene sulla vicenda giudiziaria di Domenico Creazzo, ex consigliere regionale della Calabria ed ex sindaco di Sant’Eufemia d’Aspromonte, esprimendo una riflessione sulle conseguenze personali, familiari e professionali dei procedimenti giudiziari e sulla necessità di interrogarsi sulle profonde divergenze tra le decisioni dei diversi gradi di giudizio. “Non conosco Domenico Creazzo personalmente, ma in lui vedo l’uomo qualunque che è stato certamente svegliato nel cuore della notte, arrestato ed avviato ad un calvario giudiziario durato quasi un paio di lustri. Senza prescindere dal fatto che era stato eletto consigliere regionale e quindi stava suggellando una carriera personale e professionale e politica, il mio pensiero va alle paure, alle ansie ed alle angosce sue e di tutti i suoi familiari”, afferma Tuccio, ponendo l’attenzione sul peso umano della vicenda. Per l’ex assessore, quanto accaduto non può essere considerato una questione che riguarda esclusivamente il diretto interessato. “Non possiamo continuare a voltarci dall’altra parte e pensare che fino a quando succede al prossimo, il problema non ci riguarda”, osserva, invitando a una riflessione più ampia sul funzionamento della giustizia.
Il percorso giudiziario di Creazzo e gli interrogativi di Tuccio
Tuccio ripercorre le diverse fasi del procedimento, dall’arresto fino all’assoluzione pronunciata nel nuovo giudizio d’appello, soffermandosi anche sull’esposizione mediatica che ha accompagnato la vicenda. Nel suo intervento richiama la successione delle decisioni giudiziarie, dall’assoluzione in primo grado alla condanna a dieci anni in appello, passando per l’annullamento in Cassazione e il successivo esito assolutorio. Da questa ricostruzione nasce una domanda che l’ex assessore considera centrale: “dove si è inceppato il meccanismo?”. La riflessione di Tuccio non si traduce, tuttavia, in una contestazione automatica dell’operato dei magistrati. Lo stesso ex assessore sottolinea infatti che “un’assoluzione non dimostra, da sola, che l’indagine non dovesse essere avviata” e che una sentenza successivamente riformata non rappresenta necessariamente la prova dell’incapacità di chi l’ha pronunciata. Per comprendere le ragioni di decisioni così differenti, secondo Tuccio, è indispensabile esaminare le motivazioni delle sentenze, verificare quali elementi probatori siano stati rivalutati e ricostruire i ragionamenti giuridici che hanno determinato i diversi esiti.
Allo stesso tempo, ritiene insufficiente sostenere semplicemente che “il sistema ha funzionato” perché il procedimento si è concluso con un’assoluzione. Il controllo esercitato nei successivi gradi di giudizio costituisce una garanzia fondamentale, ma non elimina la necessità di comprendere le ragioni delle divergenze nelle valutazioni. Tuccio si interroga quindi sulla possibilità che siano cambiate le prove, che gli stessi fatti siano stati interpretati diversamente oppure che siano state accolte soltanto in una fase successiva alcune osservazioni già avanzate dalla difesa. Questioni sulle quali, a suo giudizio, occorre sviluppare un confronto serio, evitando tanto i pregiudizi quanto le difese corporative.
Le conseguenze sulla vita personale e sulla reputazione
Un altro aspetto sul quale insiste Luigi Tuccio riguarda il tempo trascorso e le conseguenze che una lunga vicenda giudiziaria può produrre sulla vita di una persona. L’ex assessore richiama gli effetti sulla libertà personale, sul lavoro, sui rapporti familiari, sulla reputazione e sulle prospettive politiche e professionali. Particolare attenzione viene riservata anche al rapporto tra giustizia e informazione. Secondo Tuccio, infatti, il clamore che accompagna le accuse e le indagini non trova sempre un corrispettivo nella diffusione delle notizie relative alle assoluzioni, con il rischio che il giudizio maturato nell’opinione pubblica continui a pesare anche dopo la conclusione del procedimento. La questione, sostiene, dovrebbe interessare tutti i cittadini, indipendentemente dall’identità della persona coinvolta e dalla sua appartenenza politica. Da qui l’invito a distinguere le differenze di valutazione che rientrano nel normale funzionamento della giustizia da quelle che, attraverso una riflessione approfondita, potrebbero risultare evitabili. In conclusione, Tuccio esprime “la preoccupazione che altre persone possano trovarsi ad affrontare vicende analoghe, pagando conseguenze pesanti prima ancora che le rispettive posizioni vengano definitivamente chiarite”. Una riflessione critica sul sistema giudiziario che chiude con un’espressione dialettale attribuita al maestro Valerio: “n’autra butti si fici citu”.
