Sì, i tifosi del Catanzaro stanno duramente criticando la società. Ma sì, ci può stare, penserete voi. Una retrocessione in Serie D, anni di purgatorio, una lenta risalita, una nuova promozione, una nuova retrocessione, penalizzazioni a raffica e spettro fallimento. Eh no, fake news! Nulla di tutto questo. Il Catanzaro, cinque mesi fa, è arrivato a un passo dalla Serie A, a un centimetro, a un gol, a un pallone che poteva finire dentro e ha sfiorato il palo. Cinque mesi fa. La Serie A. Sì, quella Serie A lì, quella di Milan, Inter, Juve, Roma e Napoli, quella di Allegri e Spalletti, un po’ arrugginiti, ma sempre loro. Quella del Gasp, della Lazio di Gattuso e Lotito che sorprende sempre più, del Como miliardario ma anche capace.
E no, il Catanzaro non ci è arrivato per caso, a sfiorarla. Ci è arrivato con investimenti, saggezza, competenze, lungimiranza, scelte giuste, anche qualche rischio. Perché è così che sono arrivati i risultati, nel calcio. Tutti questi fattori, messi insieme, e quel pizzico di fortuna che non guasta mai. Di certo, però, perlomeno a certi livelli, mai per caso. Floriano Noto ha acquistato la proprietà del Catanzaro quasi dieci anni fa, nell’estate del 2017. Prima stagione, 13° posto in Serie C. Poi un 3° posto, un 7° posto, due secondi posti con finale sfiorata e poi una promozione in Serie B arrivata con ampio anticipo, con una stagione da record, una raffica di gol e ben 96 punti. E in Serie B che succede? Va ancora meglio: playoff al primo anno, playoff al secondo, playoff al terzo, con organizzazione e addirittura tre allenatori diversi. Nei primi due casi la corsa si ferma in semifinale. Nel terzo caso, appunto cinque mesi fa, una storica promozione in Serie A sfiorata, persa in finale e dopo il successo per 0-2 a Monza, ininfluente a causa del successo brianzolo in Calabria, premiato dalla miglior posizione in classifica.
In questi tre anni il Catanzaro ha sempre disputato un bel calcio, tra i migliori della categoria, rilanciando allenatori come Vivarini, Caserta e Aquilani, che nei primi due casi non sono mai riusciti a ripetersi. Mentalità vincente, organizzazione tattica, idee, stadio “Ceravolo” sempre pieno, grandi successi in casa e fuori anche contro squadre con un importante passato in Serie A. Come dimenticare, ad esempio, le vittorie a Marassi o al Tardini di Parma. Insomma, un cammino sempre in crescendo, fatto di competenze, idee e investimenti. Un cammino di cui il popolo giallorosso dovrebbe andare fiero e orgoglioso.
Poi che succede? Succede che dopo quattro anni perfetti, il Catanzaro sia costretto a cercare l’ennesimo nuovo allenatore, dopo che il precedente ha ricevuto sirene da categoria superiore. La scelta ricade sull’ex Siracusa Turati, secondo per anni di Italiano, tra i più emergenti in panchina nel nostro paese. Con una giravolta clamorosa e scorretta, Turati dice no all’ultimo secondo e costringe il Catanzaro a virare su Gorgone, altro profilo scelto più per le idee che per il background. Per la prima volta dopo quattro anni, la partenza è negativa: troppe sconfitte, troppi gol subiti, pochi fatti e la clamorosa batosta interna di sabato contro l’Ascoli. Esonero, prevedibile, e scelta più “conservativa”: Michele Mignani. A lui il compito di risollevare una squadra che è in primis moralmente a terra, provando anche a recuperare un vestito tattico che ha bisogno di novità dopo l’addio di pilastri come Favasuli, Liberali e Cissé, tra gli altri, frutto della valorizzazione di una società lungimirante.
Di lungimiranza ne sta avendo invece poca il popolo giallorosso, che dopo quattro anni da sogno ha atteso il primo errore per scaricare rabbia ingiustificata verso una proprietà che non merita di certe questo trattamento. E’ veramente folle la campagna di una parte di tifoseria verso la famiglia Noto, a cui di certo non si può rimproverare mancanza di investimenti, risorse, idee e soprattutto risultati.
