di Alessio Marrari – Tutto è cominciato intorno al 20 settembre, in Calabria, dove gli agricoltori della fascia ionica hanno iniziato a far sentire la propria voce. Erano esasperati dal prezzo del carburante, dai costi di produzione sempre più alti e da una situazione che, per molte aziende, stava diventando difficile da sostenere. Prima sono arrivati i malumori, poi i confronti tra lavoratori, quindi i primi presìdi. Trattori fermi, persone in strada, richieste rivolte alle istituzioni. Una protesta nata dal basso, da chi la crisi non la legge sui giornali, ma la vive ogni giorno quando deve fare i conti con le spese della propria attività. Nei giorni successivi, il malcontento si è allargato. La protesta ha coinvolto altre zone della Calabria e, progressivamente, si è intrecciata con quella degli autotrasportatori. Il 16 ottobre, con l’avvio del fermo dei camionisti calabresi, la mobilitazione ha assunto dimensioni ancora più importanti. Alla vigilia si parlava di circa 800 autotrasportatori coinvolti. Da quel momento, quanto stava accadendo in Calabria ha cominciato a interessare anche altre regioni del Mezzogiorno, dalla Sicilia alla Campania, passando per Puglia e Basilicata. Ma fermarsi ai camion, ai trattori e ai disagi provocati sulla viabilità sarebbe raccontare soltanto una parte della storia. In alcuni centri, infatti, alla protesta dei lavoratori si sono avvicinati anche studenti, cittadini e amministratori locali. Persone che non guidano un camion e non coltivano necessariamente un terreno, ma che riconoscono in quelle difficoltà qualcosa che riguarda anche la propria vita. Per capire che cosa sia successo bisogna tornare all’inizio e seguire gli avvenimenti uno dopo l’altro. Perché questa vicenda non riguarda soltanto il prezzo del gasolio. Riguarda il lavoro, il costo della vita, la tenuta delle piccole imprese e, soprattutto, la sensazione sempre più diffusa tra molti lavoratori di essere lasciati soli.
Tutto parte dalla Calabria: lavorare costa sempre di più
Gli agricoltori calabresi hanno cominciato a protestare perché, a un certo punto, continuare a lavorare è diventato sempre più difficile. Il carburante costa, i macchinari devono essere mantenuti, i ricambi vanno pagati, così come i concimi, l’energia e tutto quello che serve per portare avanti un’azienda agricola. Il problema è che le spese aumentano, ma chi produce non sempre riesce a vendere a un prezzo che gli permetta di recuperarle. E quando i conti non tornano, non basta avere voglia di lavorare. Puoi anche alzarti ogni mattina, andare nei campi e fare tutto quello che devi fare, ma se alla fine dell’anno le entrate non coprono le uscite, la tua azienda rischia di non reggere. È una realtà che chi lavora nell’agricoltura conosce bene. Da fuori, spesso, si guarda soltanto il prodotto finito, quello che arriva nei negozi e sulle nostre tavole. Ma dietro quel prodotto ci sono ore di lavoro, mezzi da mantenere, carburante da acquistare e una quantità di spese che il consumatore finale non vede. In Calabria, gli agricoltori hanno deciso di rendere visibile questa situazione attraverso i presìdi. Hanno portato i loro mezzi sulle strade e hanno chiesto alle istituzioni di intervenire. Non volevano più limitarsi a lamentarsi tra loro, aspettando che qualcuno si accorgesse del problema. A quel punto, però, è emerso con forza anche il disagio degli autotrasportatori. Perché se produrre costa troppo, anche trasportare costa troppo. E se chi produce e chi distribuisce si trovano entrambi in difficoltà, il problema non può essere considerato una questione che riguarda soltanto una categoria. Per un’impresa di autotrasporto il carburante è una delle voci più pesanti del bilancio. Ma non c’è soltanto quello. Ci sono i pedaggi autostradali, le assicurazioni, le gomme, le officine, i ricambi, la manutenzione, il personale e, per chi opera nei collegamenti con le isole, anche i traghetti. Un camion non è una macchina che si usa ogni tanto per fare un giro. È uno strumento di lavoro che deve macinare chilometri, consegnare merci e produrre un reddito sufficiente a pagare tutte le spese. Se il costo del viaggio sale e le tariffe rimangono troppo basse, il risultato è semplice: si lavora, ma si guadagna sempre meno. Nei casi peggiori, si rischia di lavorare in perdita. È da qui che bisogna partire per capire perché gli agricoltori e gli autotrasportatori, pur svolgendo attività diverse, abbiano finito per ritrovarsi dalla stessa parte.
Il 16 ottobre: arrivano gli autotrasportatori e la protesta cambia dimensione
Il 16 ottobre è una data importante. In Calabria è entrato nel vivo il fermo degli autotrasportatori, con presìdi organizzati in diversi punti strategici della viabilità. Alla vigilia si parlava di circa 800 operatori coinvolti, una cifra che dà l’idea delle dimensioni raggiunte dalla mobilitazione. I mezzi pesanti si sono concentrati in aree importanti per la circolazione e il trasporto delle merci. Tra i punti interessati sono stati segnalati l’area della statale 534 e dello svincolo autostradale di Firmo-Sibari, oltre a diversi tratti della statale 106 ionica. Sul versante tirrenico cosentino erano stati annunciati presìdi anche a Santa Maria del Cedro, Paola e in altri punti della statale 18. La situazione non è stata identica in ogni luogo. In alcuni casi si è trattato di mezzi fermi nei presìdi e di rallentamenti; altrove le conseguenze sulla circolazione sono state più evidenti. Ma il dato importante è che la protesta degli autotrasportatori si è aggiunta a quella degli agricoltori, dando alla mobilitazione una portata più ampia. Ed è proprio in quei giorni che è successo qualcosa che merita di essere raccontato con attenzione. In alcuni territori, infatti, la protesta ha cominciato a richiamare persone che non appartenevano direttamente alle categorie coinvolte. A Corigliano-Rossano, nel Cosentino, il 16 ottobre gli studenti delle scuole superiori hanno raggiunto il presidio degli agricoltori alla rotatoria di contrada Santa Lucia, lungo la statale 106 ionica. I ragazzi si erano ritrovati nei pressi del parco comunale di Corigliano e hanno raggiunto il presidio in corteo, accompagnati da Mario Oliveto, promotore della protesta, a bordo del suo trattore. Al punto di ritrovo era presente anche il sindaco Flavio Stasi. Il giorno successivo, sabato 17 ottobre, la partecipazione è proseguita con un corteo pacifico composto da studenti, cittadini e agricoltori che ha attraversato le vie principali dell’area urbana di Corigliano. I trattori erano in testa. Non c’erano più soltanto mezzi fermi ai bordi di una strada: c’erano persone che avevano deciso di farsi vedere e di dimostrare pubblicamente la propria vicinanza ai lavoratori. Sempre il 16 ottobre, a Trebisacce, circa trecento studenti degli istituti superiori sono scesi in strada per manifestare al fianco di agricoltori e autotrasportatori. Cartelli, slogan e striscioni hanno accompagnato una protesta che non riguardava soltanto il carburante, ma anche il caro vita e l’aumento generale dei costi. È un particolare che non va sottovalutato. Quando trecento ragazzi decidono di uscire da scuola e partecipare a una manifestazione, significa che qualcosa sta succedendo anche al di fuori del mondo del lavoro direttamente coinvolto. Non possiamo dire che tutti gli studenti condividano la protesta, né che rappresentino l’intera popolazione. Ma in quei luoghi una parte dei giovani ha scelto di esserci. Anche nella Locride sono arrivati segnali di sostegno. L’Associazione dei Comuni del territorio ha annunciato la presenza dei sindaci ai presìdi degli agricoltori e degli autotrasportatori lungo la statale 106. Gli appuntamenti erano previsti a Grotteria Mare il 17 ottobre e a Bovalino il 18 ottobre. A Bovalino si è recato al presidio anche il vescovo Francesco Di Pietro, che ha voluto manifestare la propria vicinanza ai lavoratori. Il 18 ottobre, agricoltori e autotrasportatori erano presenti con i loro mezzi lungo la statale ionica, mentre i sindaci della Locride hanno portato il sostegno delle amministrazioni locali. Sono gesti che raccontano qualcosa di importante. I sindaci e un rappresentante della Chiesa hanno scelto di andare nei luoghi della protesta, anziché limitarsi a commentare ciò che stava succedendo. La loro presenza non risolve i problemi economici denunciati dai lavoratori, ma dimostra che almeno in alcuni territori quelle difficoltà sono state riconosciute come una questione che riguarda la comunità. Non significa che tutto il Sud fosse in strada o che ogni cittadino fosse d’accordo con ogni forma di protesta. Significa, più semplicemente, che in alcuni centri la mobilitazione ha trovato una risposta concreta anche fuori dalle categorie direttamente coinvolte.
La Sicilia e il porto di Palermo: una protesta che tocca un nodo fondamentale
Dalla Calabria la mobilitazione ha raggiunto anche la Sicilia, dove il fermo degli autotrasportatori ha interessato diversi punti della rete stradale e logistica dell’isola. Tra questi, il porto di Palermo ha assunto un ruolo particolarmente importante. Non è un luogo qualsiasi: è uno dei principali punti di accesso delle merci e un collegamento fondamentale tra la Sicilia e il resto del Paese. Quando il trasporto su gomma si ferma in prossimità degli accessi portuali, il problema non riguarda soltanto i camionisti presenti al presidio. Può ripercuotersi anche sulle operazioni di carico e distribuzione delle merci. Il 16 ottobre, gli autotrasportatori siciliani si sono radunati davanti al varco d’ingresso del molo Santa Lucia, dando avvio al fermo proclamato contro il caro carburante. Nei giorni successivi sono stati segnalati mezzi pesanti anche nelle aree di via Francesco Crispi e via Oreto, oltre che nei pressi di Termini Imerese e Messina. Il porto di Palermo è quindi uno dei luoghi da ricordare quando si ricostruisce la protesta siciliana. La sua importanza non dipende soltanto dal numero dei mezzi presenti, ma dal ruolo che svolge nell’economia dell’isola. Le merci arrivano via nave, devono essere scaricate, caricate sui camion e distribuite. Se il trasporto si blocca, le conseguenze possono andare ben oltre il luogo in cui si svolge il presidio. Bisogna però distinguere due aspetti. La presenza dei camionisti dimostra la mobilitazione degli autotrasportatori; per parlare di una partecipazione popolare più ampia servono invece episodi specifici che documentino l’adesione o il sostegno dei cittadini. Sono due cose diverse, ed è giusto raccontarle senza confonderle. Un altro punto importante della protesta siciliana è stato Gela, nel Nisseno. Qui gli autotrasportatori hanno mantenuto il presidio lungo la statale 117 bis, all’ingresso della città. Gli agricoltori erano già presenti e altri camionisti si sono aggiunti alla mobilitazione, creando un punto di incontro tra le due categorie. A Gela, la protesta è rimasta visibile anche quando in altre zone della Sicilia alcuni gruppi avevano cominciato a rivedere le proprie decisioni sul fermo. Gli autotrasportatori che hanno scelto di proseguire sostenevano che le rassicurazioni ricevute non fossero sufficienti e che il costo del gasolio continuasse a pesare troppo sulle loro attività. Anche in Sicilia, comunque, non tutti hanno seguito la stessa strada. Alcuni gruppi hanno annunciato la sospensione del fermo, altri hanno deciso di continuare. È importante ricordarlo perché non c’è stata una mobilitazione perfettamente uniforme, con tutti gli operatori che hanno preso le stesse decisioni nello stesso momento. La protesta ha avuto una dimensione regionale, ma le scelte sono cambiate da un territorio all’altro. Ed è proprio questa differenza che bisogna tenere presente quando si ricostruiscono gli avvenimenti.
Campania, Puglia e Basilicata: il malcontento si allarga
La mobilitazione ha raggiunto anche Campania, Puglia e Basilicata, con tempi e modalità differenti. In queste regioni gli autotrasportatori hanno organizzato presìdi in prossimità di svincoli autostradali, aree industriali e punti importanti per la circolazione delle merci. In Campania sono stati segnalati disagi lungo l’autostrada A1, nei pressi della barriera di Napoli Nord e nel tratto tra Napoli Nord e Caserta Nord. La protesta ha interessato anche l’A30 Caserta-Salerno e le aree di accesso a Nola. Altri presìdi sono stati segnalati nel Casertano e nel Salernitano. È un territorio strategico per il trasporto delle merci, e ogni rallentamento può avere conseguenze sulle consegne e sulle attività che dipendono dalla regolarità dei rifornimenti. Ma anche in questo caso bisogna distinguere: la presenza di camion in sosta e i disagi alla circolazione sono una cosa, la partecipazione diretta dei cittadini è un’altra. Nel Salernitano, per esempio, studenti sono scesi in strada a Salerno, Eboli e Battipaglia. A Pontecagnano Faiano è stata segnalata anche la partecipazione di alcuni commercianti, mentre a Nola gli studenti hanno organizzato un corteo a sostegno degli autotrasportatori. Sono episodi che mostrano come, in alcuni centri, il malcontento sia andato oltre la vertenza del trasporto merci. Le difficoltà degli autotrasportatori si sono incontrate con quelle degli studenti e delle famiglie, preoccupati per l’aumento delle spese e per un costo della vita che continua a pesare sui bilanci quotidiani. A Napoli, la mobilitazione ha interessato anche l’area del varco Bausan del porto commerciale e via Argine. Una colonna di mezzi pesanti ha percorso via Marina insieme a esponenti dei movimenti per il lavoro e a studenti. Anche qui, dunque, la protesta non si è limitata alla presenza dei camion nei pressi degli accessi logistici, ma ha trovato punti di contatto con altre realtà sociali. Puglia e Basilicata sono entrate nel quadro più ampio attraverso l’adesione e i presìdi degli operatori locali. Per ricostruire con precisione il calendario delle singole iniziative, tuttavia, è necessario distinguere gli annunci delle organizzazioni dalle date effettive di avvio dei presìdi e dalle successive decisioni di proseguire o sospendere il fermo. Non sarebbe corretto assegnare a tutte le regioni una sola data di adesione senza una conferma puntuale per ciascun territorio. Il dato che emerge è comunque chiaro: quella nata in Calabria non è rimasta una protesta circoscritta. Il malcontento si è diffuso nel Mezzogiorno, ha coinvolto diverse categorie e, in alcuni luoghi, ha incontrato la solidarietà di persone che non erano direttamente interessate al fermo dei camion.
Quando la protesta dei lavoratori incontra il popolo
C’è un aspetto che, a mio avviso, merita più attenzione di quanto ne abbia ricevuta: in alcuni luoghi la protesta degli agricoltori e degli autotrasportatori ha trovato una risposta anche tra studenti, cittadini, commercianti e amministratori locali. A Corigliano-Rossano e Trebisacce sono scesi in strada gli studenti. Nella Locride i sindaci hanno raggiunto i presìdi e a Bovalino è arrivato anche il vescovo. A Gela agricoltori e autotrasportatori hanno condiviso la mobilitazione. A Palermo il fermo ha interessato uno snodo fondamentale come il porto, mentre in Campania studenti e commercianti hanno manifestato il proprio sostegno in alcuni centri. Sono situazioni diverse, e non bisogna metterle tutte sullo stesso piano. Ma raccontano un fenomeno che non può essere liquidato come una semplice protesta di categoria. Quando i costi di produzione e di trasporto aumentano, le conseguenze non rimangono chiuse dentro un’azienda agricola o nel bilancio di una ditta di autotrasporto. Arrivano ai negozi, alle attività commerciali, alle famiglie. Si riflettono sul prezzo delle merci e sulla possibilità di continuare a lavorare. Il carburante è una parte del problema, ma non è l’unica. Per un agricoltore serve a lavorare i campi e a spostare i prodotti. Per un autotrasportatore è indispensabile per consegnare le merci. Se il costo del viaggio aumenta e le tariffe non vengono adeguate, il margine si riduce. Se un’impresa non riesce più a sostenere le spese, può essere costretta a fermarsi. E quando il trasporto diventa più caro, una parte di quei costi può ricadere anche sul consumatore. Ecco perché, in alcuni territori, la solidarietà ha superato i confini delle categorie direttamente coinvolte. Non tutti hanno partecipato ai presìdi, non tutti hanno condiviso le modalità della protesta e non tutti i cittadini hanno preso posizione. Sarebbe sbagliato raccontare una partecipazione generale che non c’è stata ovunque. Ma dove gli studenti sono scesi in strada, dove i sindaci si sono presentati ai presìdi e dove i commercianti hanno espresso sostegno, il segnale è stato concreto. Una parte della comunità ha riconosciuto nelle difficoltà degli agricoltori e degli autotrasportatori un problema che riguarda anche il proprio futuro.
Il 20 ottobre: l’incontro con Salvini a Milano
Mentre in diverse zone del Mezzogiorno i presìdi continuavano, il 20 ottobre si è svolto a Milano l’incontro tra il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, il viceministro Edoardo Rixi e le delegazioni degli autotrasportatori. Sul tavolo c’erano le risorse economiche destinate al settore, l’aumento dei costi di gestione e la richiesta di misure capaci di aiutare concretamente le imprese. Nel corso dell’incontro è stato annunciato lo sblocco di circa 480 milioni di euro già previsti per il comparto, insieme alla possibilità di individuare ulteriori risorse. Si è discusso anche di eventuali interventi sui meccanismi tariffari in relazione alle variazioni del prezzo del gasolio. Il punto che ha lasciato insoddisfatti diversi rappresentanti degli autotrasportatori è stato proprio questo: annunciare lo sblocco di fondi già stanziati non equivale necessariamente a offrire una risposta nuova. Per chi deve pagare le fatture, la domanda è molto concreta: quando arriveranno i soldi? E soprattutto, quanto aiuteranno davvero a sostenere i costi dell’attività? Le imprese non possono pagare il carburante con le dichiarazioni. Devono rispettare le scadenze, pagare le assicurazioni, mantenere i mezzi in efficienza e continuare a lavorare. Per questo, secondo diversi rappresentanti della categoria, non bastavano le rassicurazioni: servivano impegni precisi e tempi certi. Dopo l’incontro, le reazioni sono state differenti. In Sicilia alcuni gruppi hanno deciso di sospendere il fermo, mentre altri hanno continuato a protestare. In Calabria, diversi rappresentanti hanno dichiarato che la mobilitazione sarebbe proseguita almeno fino al 27 ottobre. Anche in Campania la protesta è rimasta attiva, in attesa di ulteriori sviluppi. Personalmente, ritengo che il Governo avrebbe dovuto trovare il modo di incontrare i lavoratori direttamente nei territori che stavano vivendo la protesta. Salvini ha convocato le delegazioni a Milano, ma io credo che un confronto in Calabria avrebbe avuto un significato politico e umano diverso. Andare nei luoghi dove gli autotrasportatori e gli agricoltori erano fermi avrebbe voluto dire ascoltare le loro ragioni sul posto, vedere le condizioni in cui stavano protestando e confrontarsi direttamente con chi denunciava di non riuscire più a sostenere i costi. Non avrebbe risolto automaticamente la crisi, questo è evidente. Ma avrebbe mandato un segnale diverso. È una mia valutazione personale, e non pretendo che tutti la condividano. Ma quando una protesta raggiunge queste dimensioni, credo che la presenza dei rappresentanti delle istituzioni nei territori coinvolti sia importante. Non basta convocare una riunione e annunciare risorse. Bisogna anche dimostrare di avere la volontà di ascoltare le persone che chiedono aiuto.
Identificazioni, denunce e sanzioni: la linea dura dello Stato
Il 21 ottobre, mentre la protesta continuava in diverse zone, è emerso anche il bilancio dei controlli effettuati dalle forze dell’ordine. Secondo i dati diffusi in quei giorni, erano state identificate complessivamente 1.339 persone, 71 erano state segnalate all’autorità giudiziaria e 242 avevano ricevuto sanzioni amministrative. Si tratta di numeri riferiti all’attività di controllo collegata alle manifestazioni, non di dati riguardanti esclusivamente la Calabria. Su questo punto è necessario essere precisi. Una persona identificata non è automaticamente responsabile di un illecito. Una persona segnalata o denunciata non è automaticamente colpevole: eventuali responsabilità devono essere accertate nelle sedi competenti. E non è corretto attribuire indistintamente a tutti i manifestanti le conseguenze delle condotte contestate ad alcuni partecipanti. In Campania le forze dell’ordine hanno seguito da vicino l’evoluzione della protesta, intervenendo sulla viabilità e accompagnando i mezzi pesanti per ridurre i rischi e i disagi. Sono stati segnalati presìdi nel Casertano, nell’area di Mercato San Severino e a Pontecagnano, mentre le autorità cercavano di contenere le ripercussioni sul traffico e sulle attività commerciali. In Calabria, invece, i presìdi si sono distribuiti in diversi punti del territorio. Le cronache locali hanno riportato iniziative nelle cinque province: cinque nel Cosentino, due nel Reggino, tre nel Vibonese, sei nel Catanzarese e una nel Crotonese. Una presenza diffusa, che ha interessato le principali arterie stradali e diversi punti strategici per i collegamenti. La gestione dell’ordine pubblico è una responsabilità delle istituzioni. Chi protesta deve rispettare la legge, così come devono essere tutelati la sicurezza e il diritto degli altri cittadini a circolare. Ma una cosa è far rispettare le regole, un’altra è pensare che identificazioni, denunce e multe possano risolvere il problema che ha portato le persone in strada. Se un’impresa non riesce più a sostenere i costi, la situazione economica non cambia perché un manifestante viene identificato. Se un agricoltore ritiene di non riuscire più a recuperare le spese di produzione, il problema rimane anche dopo lo sgombero di un presidio. Le regole devono essere rispettate, ma le ragioni della protesta devono essere ascoltate. Altrimenti si rischia di gestire soltanto l’emergenza, lasciando intatte le cause che l’hanno provocata.
Le dichiarazioni di Lollobrigida e lo scontro politico
La vicenda ha assunto anche una dimensione politica, soprattutto dopo le dichiarazioni del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Il 21 ottobre Lollobrigida ha richiamato l’attenzione sui profili dei leader della protesta, affermando che, esaminando i loro precedenti e i loro casellari giudiziari, sarebbero emerse alcune criticità. Nei giorni successivi ha anche evocato la possibilità che dietro la mobilitazione potessero esserci interessi criminali o una regia da approfondire, richiamando l’attenzione su indagini e verifiche istituzionali. Sono dichiarazioni pesanti, che meritano di essere riportate ma anche valutate con attenzione. L’esistenza di eventuali indagini o di contestazioni nei confronti di singole persone non dimostra, da sola, che l’intera protesta sia diretta dalla criminalità organizzata. Per sostenere una conclusione del genere servono prove ed elementi verificati, non semplici sospetti. Il rischio, altrimenti, è che si finisca per discutere più dei profili personali di chi guida la protesta che dei problemi denunciati dai lavoratori. Se qualcuno ha commesso illeciti, deve risponderne davanti alla legge. Ma questo non cancella le difficoltà di chi deve pagare il carburante, mantenere i mezzi e cercare di far quadrare i conti. Un autotrasportatore che denuncia costi insostenibili non diventa automaticamente lo strumento di qualcuno. Un agricoltore che protesta perché non riesce più a sostenere le spese non può essere liquidato sulla base delle accuse rivolte a un altro partecipante. La protesta deve essere giudicata per quello che è, per le richieste che avanza e per le condotte effettivamente accertate. Non attraverso generalizzazioni. In una democrazia, inoltre, il dissenso non può essere trattato come un fastidio da eliminare. Le istituzioni hanno il dovere di garantire la sicurezza e il rispetto della legge, ma anche quello di ascoltare chi protesta e di verificare se le ragioni economiche denunciate corrispondano a problemi reali.
Lino Polimeni, Articolo 21 e la voce di chi dice di non essere ascoltato
Nel corso di questa vicenda, una figura che ha assunto particolare rilievo nell’informazione calabrese è stata quella del giornalista Lino Polimeni. Per una parte significativa del pubblico che lo segue, Polimeni rappresenta una voce diretta, senza troppi giri di parole, capace di portare davanti alle telecamere le difficoltà denunciate dai lavoratori. La sua trasmissione si chiama Articolo 21, proprio come l’articolo della Costituzione italiana che tutela la libertà di manifestazione del pensiero e la libertà di stampa. Non è un richiamo secondario, soprattutto in una vicenda in cui il diritto di protestare e quello di raccontare la protesta sono diventati parte del confronto pubblico. Il 19 ottobre Polimeni è intervenuto a L’Aria che tira, su La7, dai presìdi di Lamezia Terme. In quell’occasione ha denunciato quella che ha definito una «censura totale» della protesta e ha richiamato l’attenzione sulle condizioni di chi non riesce più a sostenere le spese della propria attività. «La gente ha fame, qui c’è gente disperata», ha dichiarato, cercando di portare il discorso dalle polemiche politiche alla vita quotidiana dei lavoratori. Il suo ragionamento è semplice: non si può ridurre tutto al prezzo del gasolio. Il carburante è un problema enorme, ma è soltanto una delle spese che pesano sulle imprese di trasporto. Ci sono i pedaggi, le assicurazioni, le officine, la manutenzione, i ricambi, i traghetti e tutte le altre voci che un autotrasportatore deve pagare per continuare a lavorare. Quando si sommano tutti questi costi, il problema diventa molto più ampio. E se le tariffe applicate per il trasporto non sono sufficienti a coprirli, l’attività rischia di non essere più sostenibile. La presenza di Polimeni sulle televisioni nazionali ha contribuito a portare la protesta calabrese fuori dai confini regionali. I confronti accesi con David Parenzo a La7 e con Giuseppe Cruciani durante La Zanzara, il 22 ottobre, hanno reso ancora più visibile lo scontro tra chi insiste sulla disperazione economica dei lavoratori e chi mette in discussione il modo in cui la protesta viene rappresentata e guidata. Nel confronto con Cruciani, Polimeni ha insistito sul fatto che la gente non riesce più a vivere dignitosamente. Il conduttore lo ha definito «capopopolo», un’espressione che restituisce bene il clima acceso del confronto. Nel frattempo, anche all’interno del fronte degli autotrasportatori si sono registrate divergenze sulla gestione della mobilitazione. Ci sono state discussioni tra Polimeni e alcuni rappresentanti di Fedralog Calabria, segno che il movimento non è stato privo di tensioni interne e di posizioni differenti. Questo è un aspetto che non va nascosto. Una protesta può avere ragioni economiche concrete e, allo stesso tempo, essere attraversata da discussioni su chi debba rappresentarla, su quali strategie adottare e su quando sia opportuno continuare o sospendere il fermo. Si può essere d’accordo o meno con il linguaggio di Polimeni, con il suo stile comunicativo o con le sue valutazioni politiche. Ma ignorare il ruolo svolto da chi ha portato le testimonianze raccolte nei presìdi davanti alle telecamere sarebbe un errore. Il giornalismo non deve sostituirsi alle istituzioni e non può stabilire in anticipo chi abbia ragione su ogni aspetto della vicenda. Deve però raccontare quello che succede, dare spazio alle persone coinvolte e mettere il pubblico nelle condizioni di comprendere ciò che sta accadendo, anche quando i fatti si svolgono lontano dai grandi centri del potere. Il richiamo ad Articolo 21, in questo senso, è importante. La libertà di espressione tutela anche il diritto di denunciare, criticare e contestare, persino quando le posizioni espresse sono scomode. Naturalmente, nessuno è esonerato dalla responsabilità delle proprie affermazioni. Ma il dissenso e la libertà di raccontarlo restano elementi essenziali di una società democratica.
Il 22 e il 23 ottobre: gli annunci non bastano a chi deve pagare le fatture
Nei giorni successivi all’incontro di Milano, la situazione è rimasta diversa da una regione all’altra. In Sicilia alcuni gruppi hanno revocato il fermo, mentre altri hanno continuato a mantenere i presìdi. A Gela, in particolare, gli autotrasportatori hanno dichiarato di voler proseguire perché ritenevano insufficienti le rassicurazioni ricevute. In Calabria la mobilitazione è rimasta accompagnata da dichiarazioni di insoddisfazione e dalla richiesta di risposte concrete. Anche in Campania la situazione si è evoluta progressivamente, con alcuni presìdi rimossi e altri gruppi ancora impegnati nella protesta. Non c’è stato, quindi, un unico movimento che ha deciso contemporaneamente di cominciare e terminare il fermo. Le organizzazioni, i gruppi autonomi e i singoli operatori hanno assunto decisioni diverse, anche in base alle risposte ricevute e alla valutazione delle proprie condizioni economiche. E bisogna ricordare una cosa: la rimozione di un presidio non significa necessariamente che il problema sia stato risolto. Può essere una scelta tattica, la conseguenza di un accordo, la volontà di partecipare a un tavolo istituzionale oppure la decisione di sospendere la protesta in attesa di ulteriori sviluppi. La domanda resta sempre la stessa: gli interventi annunciati saranno sufficienti a incidere davvero sui costi che gravano sulle imprese? Le risorse saranno disponibili in tempi utili? Le tariffe e gli eventuali meccanismi di compensazione terranno conto delle variazioni del prezzo del gasolio? E soprattutto, che cosa cambierà concretamente per chi ogni giorno deve mettere in strada il proprio camion? Sono queste le domande alle quali il Governo dovrà rispondere. Perché la protesta non è nata soltanto dalle dichiarazioni dei suoi portavoce. È nata da una condizione economica che molti lavoratori considerano ormai insostenibile.
Il silenzio del Nord: perché non si è protestato allo stesso modo?
C’è una cosa che, personalmente, mi colpisce più di molte altre in questa vicenda. È la differenza tra la mobilitazione che ha attraversato alcune aree del Mezzogiorno e la protesta molto meno visibile che si è vista in gran parte del resto d’Italia, soprattutto al Nord. Io ho un enorme rispetto per il Sud. Rispetto le persone che, quando arrivano al limite, trovano la forza di uscire di casa, fermarsi, protestare e chiedere che qualcuno si assuma le proprie responsabilità. Non penso che chi scende in strada abbia sempre ragione su tutto, né che ogni modalità di protesta sia necessariamente condivisibile. Ma riconosco il valore di chi non si rassegna a subire in silenzio. Quello che mi lascia perplesso è il contrasto tra la rabbia manifestata in Calabria, in Sicilia e in altre aree del Mezzogiorno e il silenzio che, almeno ai miei occhi, ha caratterizzato gran parte del resto del Paese. Davvero il caro carburante, i pedaggi, le assicurazioni e l’aumento generale del costo della vita riguardano soltanto il Sud? Davvero un autotrasportatore calabrese dovrebbe sentirsi più colpito di uno lombardo, piemontese, veneto o emiliano? Davvero un agricoltore del Mezzogiorno deve scendere in strada mentre chi affronta problemi simili in altre regioni rimane a guardare? Le difficoltà economiche non si fermano al confine di una regione. Il gasolio costa anche al Nord. I mezzi pesanti devono sostenere le stesse categorie di spese, le aziende devono fare i conti con assicurazioni, manutenzioni e ricambi, e le famiglie devono affrontare gli aumenti che si riflettono sulla spesa quotidiana. Per questo faccio fatica a capire una partecipazione così diversa. Non posso sapere perché ogni singolo cittadino non sia sceso in strada. Ci sono persone che hanno paura di perdere il lavoro, altre che non possono permettersi di fermarsi, altre ancora che non si fidano delle organizzazioni o sono convinte che protestare non serva a nulla. E non sarebbe giusto giudicare milioni di persone come se fossero tutte uguali. Ma, sul piano personale, trovo deludente l’idea che ci si possa abituare a pagare il carburante a prezzi stratosferici, accettare ogni aumento e considerare inevitabile una situazione che mette in difficoltà chi lavora.
Il mio giudizio è duro, e non ho motivo di nasconderlo. Mi sembra che una parte della società si sia assuefatta a un sistema che considera normale ciò che normale non è. Quando ci si abitua a tutto, anche alle ingiustizie, si finisce per perdere la voglia di reagire. E quando le persone smettono di farsi sentire, chi ha il potere di intervenire può permettersi di continuare a ignorarle. A volte ho l’impressione che ci si sia trasformati in persone ammaestrate, abituate a sopportare qualsiasi cosa senza alzare la testa. È un giudizio personale, duro, che nasce proprio dalla frustrazione di vedere quanto sia difficile mettere insieme una protesta quando i problemi riguardano tutti. Non si tratta di stabilire che il Sud sia migliore del Nord, né di dividere l’Italia tra chi ha coraggio e chi non ne ha. Il punto è un altro: perché problemi che riguardano tutti hanno provocato una mobilitazione così evidente in alcuni territori e una risposta molto meno visibile in altri? Il Sud, ancora una volta, ha portato in strada una parte della propria rabbia. Lo ha fatto con i camion, i trattori, i presìdi, ma anche con gli studenti, i sindaci e i cittadini che in alcuni luoghi hanno deciso di farsi vedere. Non è stato tutto il popolo meridionale, e non bisogna raccontarlo come se lo fosse. Ma c’è stata una parte della popolazione che ha scelto di non restare completamente in silenzio. Io rispetto questa scelta. Rispetto chi si mette in gioco, chi rinuncia a giornate di lavoro pur di far conoscere una situazione che ritiene insostenibile, chi si presenta a un presidio perché pensa che dietro la protesta ci siano problemi reali. Si possono discutere le strategie, le richieste, i risultati e anche gli errori di questa mobilitazione. Quello che non condivido è la rassegnazione. Non accetto l’idea che l’unica risposta possibile sia abbassare la testa e continuare a pagare, lavorare e sopravvivere senza chiedere conto a nessuno delle decisioni che incidono sulla nostra vita. Non accetto che ci si abitui a un sistema che mette in difficoltà chi produce, chi trasporta, chi apre un’attività e chi cerca semplicemente di arrivare alla fine del mese. Per me la dignità passa anche dalla capacità di dire basta, quando una situazione diventa insostenibile. Ecco perché guardo con rispetto a chi nel Sud ha deciso di protestare, pur sapendo che una mobilitazione comporta sacrifici, disagi e contraddizioni. La protesta degli agricoltori e degli autotrasportatori non risolverà da sola i problemi strutturali dell’economia italiana. Non basta fermare i camion per abbassare il costo della vita, così come non basta annunciare nuovi stanziamenti per convincere le imprese che tutto si sia sistemato. Servono misure concrete, risposte verificabili e un confronto serio con chi ogni giorno deve fare i conti con le spese del proprio lavoro. Ma una lezione, da questa vicenda, dovrebbe arrivare a tutti: i problemi di una parte del Paese non possono essere considerati problemi di qualcun altro. Se un’azienda agricola chiude in Calabria, se un autotrasportatore non riesce più a sostenere i costi, se una piccola attività rischia di scomparire, le conseguenze non riguardano soltanto chi vive in quel territorio. Il Sud ha portato in strada una parte della propria rabbia. Adesso bisogna capire se le istituzioni sapranno trasformarla in risposte concrete e se il resto del Paese vorrà riconoscere in questa protesta qualcosa che riguarda anche il proprio futuro. Perché il problema non è soltanto quanto costa il gasolio. Il problema è quanto può resistere ancora chi lavora prima di essere costretto a fermarsi. E c’è una domanda che riguarda tutti noi: siamo ancora capaci di reagire insieme quando qualcosa non funziona, oppure ci siamo abituati ad accettare tutto, purché il disagio rimanga lontano da casa nostra?
