Il Messina è stato penalizzato di 20 punti, la Reggina allora aveva ragione. Il collegamento è immediato, soprattutto per chi ha rivendicato certe posizioni in quei mesi della scorsa Primavera. Ma vanno operati dei netti distinguo, così come vanno contestualizzati tanti luoghi comuni di una vicenda che ha inquinato l’ultima fase della triste – sportivamente parlando – gestione Ballarino. Che gli Avvocati oggi rivendichino i risultati è sacrosanto e legittimo, così come che si tolgano i dovuti sassolini dalle scarpe rispetto a qualche insulto personale finito al centro del solito mappazzone social. Che qualche sparuto ossessionato invece – perché di ossessione si tratta – dopo tre anni a far da megafono a Ballarino ne approfitti per accusare altri di propaganda, beh, è tutto dire. Si qualifica da solo.
Ma il punto è un altro. E la questione non è, non era e non è mai stata: la Reggina ha ragione o meno a presentare ricorso. Che avesse le sue ragioni, benissimo, ma i modi e i tempi per raccontarle sarebbero dovuti essere ben diversi. Anzi, di racconti e storielle filosofeggianti non ne avrebbero proprio dovuti fare. Si vuole presentare ricorso? Bene, lo si motivi e lo si annunci alla tifoseria con un comunicato stampa. Punto. Fine della storia. Ma la realtà di quei mesi ha svelato tutt’altro. Ha svelato le reali intenzioni di una società che, per mascherare il terzo fallimento di fila, ne approfittava per raccontarci – ogni domenica – che “sì, abbiamo perso, ma c’è quella situazione a Messina…”.
Come se non bastassero le storielle sul ripescaggio al primo anno, un ripescaggio a cui non credevano neanche loro, ma che li ha aiutati a tenere buona la piazza, imbonendola di stupidaggini. Come se non bastassero le storielle del secondo anno: “eh, ma la Reggina ha perso di un punto”, fallendo proprio le uniche due partite decisive. Alla terza e ultima stagione, la peggiore sul campo, ecco l’alibi del ricorso al Messina. Ripetuto e ripetuto, e ancora e ancora, a ogni fine partita, dall’allenatore e dalla dirigenza di allora.
Ecco: è questo l’errore. Non l’intenzione del ricorso, la bontà o meno dello stesso. E’ la modalità comunicativa, il tempo, la scelta nel raccontarlo, in come e con che frequenza farlo, mentre si perdeva a Lamezia, in casa con l’Acireale, o si pareggiava a Gela una partita che per gli avversari non aveva nulla da dire. E poi, oggi, con un primo posto in classifica, ci dovremmo sentire quelli che già vogliono la testa di Marchionni…
