Il dibattito sulle recenti dichiarazioni del ministro Antonio Tajani e del generale Roberto Vannacci sull’abbigliamento femminile continua ad alimentare reazioni e confronto politico. Sul tema interviene anche Filomena Falsetta, presidente dell’associazione Bene Comune Calabria, che invita a ridimensionare lo scontro e a riportare l’attenzione sul valore complessivo della figura femminile. “In queste ore stiamo assistendo all’ennesimo dibattito politico quasi esasperato intorno alle recenti dichiarazioni del Ministro Tajani e del Generale Vannacci sull’abbigliamento femminile”, afferma Falsetta.
Secondo la presidente di Bene Comune Calabria, il confronto pubblico avrebbe assunto toni eccessivamente accesi rispetto al contenuto delle dichiarazioni al centro della discussione. “Invece di accogliere queste uscite con il sorriso e la leggerezza che meritano, assistiamo al solito “coro” di reazioni, un coro che finisce paradossalmente per non esaltare affatto il valore della donna.”
Falsetta sottolinea quindi il rischio, a suo avviso, che ogni osservazione legata all’estetica e all’abbigliamento possa trasformarsi in un terreno di contrapposizione ideologica, spostando il dibattito dal significato più ampio della dignità femminile. “Trasformare ogni battuta o opinione estetica in un terreno di scontro ideologico rischia solo di ingabbiare la figura femminile in un ruolo di perenne vittima di fronte a parole che, in realtà, esprimono a loro modo un apprezzamento e un’attenzione, e che sottendono ad un valore della donna che è “universale” e che va ben oltre la superficie degli abiti che indossa”, conclude.
Noi Moderati Calabria: “a tutto c’è un limite”
Sullo stesso argomento è intervenuto Noi Moderati Calabria, con la seguente nota:
“C’è qualcosa che non funziona nel nostro dibattito politico se, ancora oggi, per parlare di una donna si finisce a discutere di quanto sia appariscente, di come si vesta o di quale sia il suo posto nella famiglia. Negli ultimi giorni abbiamo assistito all’ennesima polemica che, tra dichiarazioni, battute e reazioni, ha finito per mettere nuovamente al centro il corpo e l’immagine femminile, anziché le idee. Non si tratta di mettere sotto accusa una battuta o di pretendere che ogni parola venga pronunciata con il timore di offendere qualcuno. Si tratta di comprendere che chi ha responsabilità pubbliche contribuisce, anche attraverso il linguaggio, a formare la cultura del Paese. Ed è proprio qui che dovrebbe esserci un limite”.
“Non possiamo parlare ogni giorno di pari opportunità, di contrasto alla violenza e di rispetto delle donne e poi considerare normale un linguaggio che continua a misurarne il valore attraverso l’aspetto fisico, l’abbigliamento o la rispondenza a un determinato modello femminile. Una donna può scegliere di essere madre, moglie, professionista, impegnarsi in politica oppure percorrere strade completamente diverse. Può indossare una gonna corta o lunga, essere appariscente oppure no. Nessuna di queste scelte ne determina la serietà, l’affidabilità o il valore. E non è una questione di destra o di sinistra. Gli stereotipi non diventano accettabili quando provengono dalla propria parte politica, così come il rispetto non dovrebbe essere invocato soltanto quando a essere coinvolta è una donna del proprio schieramento”.
“C’è bisogno di maggiore responsabilità, soprattutto da parte di chi rappresenta le istituzioni. Non perché la politica debba rinunciare all’ironia o alla libertà di espressione, ma perché dovrebbe essere capace di riconoscere quando una battuta rischia di rafforzare proprio quei pregiudizi che dichiariamo di voler superare. Il rispetto delle donne non si misura soltanto nelle dichiarazioni ufficiali o nelle ricorrenze dedicate ai loro diritti. Si misura anche nelle parole che scegliamo ogni giorno, soprattutto quando pensiamo di poter scherzare. E forse è proprio da qui che dovremmo ricominciare: dalla capacità di discutere, confrontarci e persino scontrarci senza ridurre la dignità delle donne a un argomento di polemica politica”.
