Futuro Nazionale, com’era nato e cos’è diventato in pochi mesi il partito del Generale Vannacci: il caso-scuola di Reggio Calabria

Dalle grandi promesse identitarie al cortocircuito ideologico, fino alla corsa al trasformismo sulle macerie della coerenza: come le suppletive calabresi rivelano la vera metamorfosi del movimento del Generale Vannacci

Si sta consumando proprio a Reggio Calabria la parabola politica di Futuro Nazionale, un percorso politico molto veloce e intenso che negli ultimi mesi ha preso una strada palesemente sbagliata tradendo i migliori auspici iniziali e tante persone che ci avevano creduto. Quella di questo movimento, infatti, è una parabola che è iniziata con un cordone ombelicale tagliato a fatica, ma mai del tutto dimenticato. Il Generale Roberto Vannacci, infatti, è nato politicamente grazie all’intuizione e al traino elettorale del centrodestra, e nello specifico della Lega di Matteo Salvini, che ne aveva voluto la candidatura trasformandolo in eurodeputato nel 2024.

La recente scissione, con il seguito di un manipolo di parlamentari ed ex leghisti al seguito, era stata liquidata da Via Bellerio come un tradimento in piena regola. Eppure, nelle sue battute iniziali, Futuro Nazionale continuava a muoversi all’interno del perimetro culturale della storica coalizione di centrodestra. Attorno al Generale si era aggregata una base di elettori e militanti sinceramente convinti, delusi dalle inevitabili mediazioni del governo di Giorgia Meloni e dalla linea della Lega. C’era un’ingenua quanto viscerale fiducia: molti cittadini, attratti da un profilo percepito come incorruttibile e autorevole, avevano fondato circoli e sottoscritto tessere, credendo di aver trovato un leader capace di mantenere le promesse storiche della destra. Speravano che Vannacci potesse davvero rilanciare la natalità, tagliare le accise sulla benzina, aumentare gli stipendi, agire a vantaggio delle famiglie, raddrizzare la sicurezza urbana ed eseguire immediati rimpatri dei clandestini: tutti impegni storici della destra e del governo Meloni, che però qualcuno pensava potesse compiere in modo assoluto nell’arco di pochi anni come se avesse la bacchetta magica. E così arriva Vannacci e lui sì che ci riuscirà davvero: una visione semplificata, certo, e anche molto ingenua, ma saldamente ancorata a quel bacino di valori identitari e conservatori che da sempre anima l’elettorato di centrodestra.

Il programma dello shock: la svolta illiberale che ha tradito gli elettori

La prima vera crepa – comunque annunciata – in questo edificio si è aperta poche settimane fa con la pubblicazione del manifesto e del programma ufficiale del partito. È lì che la spinta propulsiva di Futuro Nazionale ha imboccato una rotta verso l’assurdo. Tra le tesi ufficiali fa capolino la dichiarazione secondo cui “l’aborto non è un diritto” — prefigurando una gravissima compressione delle libertà femminili — affiancata dal ritorno alla leva militare obbligatoria e a forme di educazione coercitive.

Un simile impianto ideologico segna una frattura insanabile con la storia e la cultura del centrodestra italiano. Il centrodestra, fin dalla stagione berlusconiana, si è affermato nel nostro Paese come il baluardo delle libertà individuali: è sempre stato la forza politica che ha agito a tutela delle libertà, opponendosi al paternalismo statale e alle coercizioni tipiche della sinistra. E’ stato il centrodestra, in Italia, ad abolire la leva militare obbligatoria e ha ridotto le tasse, mentre i governi di sinistra prelevavano nottetempo i soldi degli italiani dai loro conti correnti e agivano aumentando la pressione fiscale. Da Silvio Berlusconi a Giorgia Meloni, il centrodestra in Italia è da oltre 30 anni il riferimento politico delle libertà.

Adesso, auspicando il ritorno a divieti e obblighi ottocenteschi, Vannacci ha voltato le spalle alla sua stessa base. La reazione degli entusiasti della prima ora è stata immediata: di fronte a un programma che toglie libertà anziché darne, i militanti ideologici e i sostenitori più autentici si sono sentiti traditi e hanno abbandonato il progetto.

Il laboratorio di Reggio Calabria: trasformismo e caccia alla poltrona

Mentre la base ideale si sfilava indignata, la dinamica elettorale di Futuro Nazionale ha iniziato a ricalcare la classica traiettoria dei movimenti d’onda e antipolitici. Esattamente come accadde per il primo Movimento 5 Stelle, alla crescita nei sondaggi alimentata dalla protesta si è accompagnata la corsa a salire sul carro del vincitore da parte di una pletora di opportunisti, faccendieri e cacciatori di candidature.

L’esempio plastico di questo cortocircuito è esploso in vista delle elezioni suppletive di fine settembre a Reggio Calabria. In questa sfida, Vannacci ha scelto di correre da solo contro il centrodestra, schierando come candidato un volto simbolo della politica tradizionale per giunta lontanissimo dai valori e principi della destra che lo stesso Vannacci voleva rappresentare: Domenico Giannetta, capogruppo regionale ed esponente storico di Forza Italia, da sempre moderato, democristiano, centrista. Giannetta è un medico stimato, un profilo moderato e liberale, culturalmente e politicamente distante anni luce dal radicalismo illiberale del programma di Futuro Nazionale. Com’è possibile che un politico di formazione liberale si candidi sotto una bandiera che rifiuta i diritti civili base e propone la leva obbligatoria?

Il paradosso reggino ha provocato un terremoto interno: i fondatori dei primi circoli calabresi, indignati per l’arrivo di figure lontane dallo spirito originario e nauseati dall’incoerenza tra lo slogan “sovrano” e la realtà del trasformismo, hanno restituito le tessere e rassegnato le dimissioni massicce. Reggio Calabria è diventata così la scuola di ciò che Futuro Nazionale è diventato: un contenitore vuoto di valori, pronto ad imbarcare chiunque pur di riempire una casella elettorale.

L’ombra del M5S: la deriva verso l’irrilevanza e il crollo dei principi

Ciò a cui si sta assistendo è la nascita di un “Movimento 5 Stelle 2.0“, destinato a ripercorrere gli stessi identici errori. I Cinque Stelle si erano presentati all’Italia promettendo di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” e sbandierando una presunta superiorità morale, per poi trasformarsi in casting per nullità politiche prive di bussola. Senza una solida cultura politica e senza principi inattaccabili, il M5S finì per allearsi prima con la Lega e poi con il Partito Democratico, pur di conservare le poltrone di governo. Il suo precedente leader è finito persino draghiano, candidato nel partito della “casta” per eccellenza, e poi scelto per nomina dall’alto ad incarichi diplomatici in giro per il mondo. Esattamente ciò che i grillini del vaffa contestavano.

Futuro Nazionale sta imboccando la medesima strada. Inserire nelle proprie liste professionisti della politica che nulla condividono dei principi dichiarati dal partito significa condannarsi all’inaffidabilità. Una volta approdati nelle aule parlamentari, eletti senza una visione coerente, questi candidati saranno pronti a qualsiasi compromesso pur di sopravvivere politicamente, trasformando le promesse rivoluzionarie nel più classico degli escamotage di palazzo.

Perché il centrodestra resta l’unica forza di governo liberale e occidentale

Questa parabola autolesionista finisce paradossalmente per rafforzare il centrodestra tradizionale, che dimostra ancora una volta la propria maturità e affidabilità come unica vera forza di governo. Sono due le demarcazioni fondamentali che separano il centrodestra da questa deriva estremista e scombinata:

  • La tutela della libertà individuale: Il centrodestra amplia e protegge la libertà economica e personale dei cittadini, rifiutando lo statalismo repressivo e le velleità punitive di chi vorrebbe cancellare diritti acquisiti o reintrodurre la coscrizione obbligatoria.
  • La collocazione internazionale: Mentre il centrodestra garantisce il fermo ancoraggio dell’Italia nel campo occidentale, euro-atlantico, tra i Paesi fondati su democrazia e libertà, la linea di Vannacci resta pericolosamente ambigua nei confronti di Russia, Israele e degli Stati Uniti d’America. Addirittura alcuni testimoni hanno riportato posizioni pesantemente antisemite all’interno delle riunioni del partito: quanto di più lontano ci possa essere dal mondo del centrodestra liberale, amico fraterno di Israele, unica democrazia del Medio Oriente.

Ricondurre il Paese a ricette sociali retrograde non significa tornare alle virtù del passato, ma ripiombare nelle barbarie autoritarie del Novecento. Sul piano geopolitico, un’impostazione simile rischierebbe di isolare l’Italia, collocandola ai margini delle democrazie occidentali. Il caso Reggio Calabria ha finalmente squarciato il velo: dietro l’epica del Generale si nasconde la più classica delle meteore politiche, una sorta di fuffaguru della politica arrivato dal nulla, senza storia e formazione politica e destinato a deludere sonoramente gli ingenui che ci credono ancora nonostante tutto questo.