Fate tutto, ma non il Ponte sullo Stretto: da Bonelli a Schlein, cosa si cela dietro i cortocircuiti della Sinistra. E cosa avrebbe potuto fare in passato

Da Bonelli a Schlein, passando per Fratoianni e Conte: il fronte contrario al Ponte sullo Stretto tra Calabria e Sicilia contesta l’investimento pubblico e propone destinazioni alternative per le risorse. Ma il dibattito apre una domanda politica: perché quelle stesse priorità non sono state affrontate con investimenti equivalenti negli anni in cui il centrosinistra ha governato?

Il ritorno di Angelo Bonelli a Villa San Giovanni, per la contrapposizione (tutta sua e dei suoi “compagni”) Ponte sullo Stretto-crisi climatica, riaccende una discussione che da anni attraversa il dibattito politico italiano. Il leader di Alleanza Verdi e Sinistra ha rilanciato la proposta di utilizzare i circa 14 miliardi di euro destinati all’opera per affrontare altre emergenze: dalla crisi climatica alla prevenzione del dissesto idrogeologico, passando per la tutela delle coste di Calabria e Sicilia. Una posizione che non rappresenta un caso isolato all’interno dell’opposizione. Negli ultimi anni, infatti, il tema è diventato uno dei pilastri della narrazione del cosiddetto Campo Largo: il Ponte viene indicato come una scelta sbagliata di priorità, mentre quelle stesse risorse vengono ritenute più utili se indirizzate verso altri settori considerati strategici.

Il fronte del “prima le altre emergenze”

Il ragionamento degli oppositori al Ponte segue una linea precisa: l’Italia, e soprattutto il Mezzogiorno, avrebbe bisogno prima di altro. Nicola Fratoianni, insieme a Bonelli uno degli esponenti più critici di AVS, ha più volte sostenuto che i fondi dell’opera dovrebbero essere destinati al potenziamento dei trasporti locali, alla sanità pubblica e ai servizi essenziali. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha utilizzato una formula simile, definendo il Ponte un investimento non prioritario e parlando di risorse che potrebbero essere impiegate per altre necessità del Paese, dalla sanità alle infrastrutture. Anche il Movimento 5 Stelle, con Giuseppe Conte, ha mantenuto negli anni una posizione fortemente critica sull’opera, insistendo sulla necessità di concentrarsi prima su manutenzione, collegamenti ferroviari e servizi pubblici.

Il punto comune delle diverse posizioni è dunque uno: i 14 miliardi del Ponte vengono considerati una spesa sottratta ad altre emergenze. Cambia però la destinazione alternativa proposta: per qualcuno la sanità, per altri il trasporto pubblico, per altri ancora la sicurezza del territorio e il contrasto alla crisi climatica.

Il nodo del “benaltrismo”: prima tutto il resto, poi forse il Ponte

È proprio qui che emerge il principale elemento di riflessione politica. Il tema non riguarda soltanto il giudizio tecnico sull’opera, ma una questione più ampia: perché ogni grande investimento infrastrutturale viene contrapposto ad altre necessità invece di essere inserito in una strategia complessiva di sviluppo?

Il ragionamento del “prima le strade, prima le ferrovie, prima la sanità” è certamente legittimo sul piano politico. Ogni governo deve scegliere come distribuire le risorse pubbliche. Ma diventa un punto interrogativo quando questa logica sembra trasformarsi in un principio assoluto: qualunque grande opera diventa automaticamente un’alternativa a tutto il resto.

Nel caso del Ponte sullo Stretto, la discussione assume un valore simbolico ancora maggiore perché l’opera rappresenta da decenni uno spartiacque ideologico. Per i sostenitori è il simbolo di una modernizzazione necessaria, capace di unire stabilmente due territori e cambiare il sistema dei collegamenti nel Mezzogiorno. Per i contrari è invece il simbolo di una politica delle grandi opere ritenuta sbilanciata rispetto alle emergenze quotidiane.

Il cortocircuito della memoria politica

La domanda più complessa riguarda però il rapporto tra queste critiche e la storia politica recente. Per molti anni, prima dell’attuale stagione di governo guidata da Giorgia Meloni, il centrosinistra ha avuto un ruolo centrale nella politica italiana, alternandosi alla guida del Paese attraverso governi tecnici e governi sostenuti da maggioranze parlamentari diverse.

Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito sollevato dai sostenitori del Ponte: le stesse emergenze oggi indicate come alternative ai 14 miliardi sono problemi che il Paese conosce da decenni. Il Mezzogiorno continua ancora oggi ad avere criticità infrastrutturali profonde. La Calabria e la Sicilia lamentano ritardi nei collegamenti ferroviari, difficoltà nella mobilità interna, carenze nei servizi sanitari e fragilità ambientali. Questioni che non sono nate con l’attuale governo e che rappresentano una delle grandi incompiute della politica italiana degli ultimi decenni.

Da qui la contestazione politica: se davvero quelle priorità erano così urgenti, perché negli anni precedenti non sono state affrontate con programmi di investimento altrettanto ambiziosi? Perché oggi chi denuncia il ritardo dell’Alta Velocità, la crisi della sanità pubblica o la fragilità del territorio non viene chiamato a spiegare quali risultati concreti siano stati raggiunti quando aveva responsabilità di governo?

Il Ponte e la contraddizione dello sviluppo

Il tema dell’attraversamento dello Stretto contiene anche un altro elemento simbolico. Gli esponenti contrari all’opera hanno spesso sostenuto che il problema non sia il collegamento stabile, ma il fatto che prima servirebbero infrastrutture di base.

È una posizione che trova consenso in una parte dell’opinione pubblica, soprattutto considerando i problemi ancora presenti nella rete ferroviaria e stradale meridionale. Ma le due cose non sono necessariamente alternative: un grande investimento può convivere con il miglioramento delle infrastrutture esistenti.

Il caso dello Stretto è emblematico anche per un altro motivo: mentre da una parte si rivendica la necessità di modernizzare il Sud, dall’altra si contesta proprio una delle opere più grandi mai immaginate per il collegamento tra Calabria e Sicilia. Da qui il paradosso politico: si chiede sviluppo, ma si rifiuta il simbolo infrastrutturale più evidente dello sviluppo stesso.

La questione dei tempi di attraversamento e la realtà quotidiana dello Stretto

Nel dibattito è tornato anche il tema dei tempi di attraversamento. Durante una delle iniziative contro il Ponte, Elly Schlein aveva sottolineato la brevità del tragitto via mare, richiamando la durata della traversata in condizioni ordinarie.

Il punto contestato dai sostenitori dell’opera è però che il problema non sia soltanto il tempo della navigazione, ma l’intero sistema di attraversamento: attese agli imbarchi, code, procedure di accesso ai traghetti e congestione nei periodi di maggiore afflusso.

Le testimonianze delle ultime estati hanno riportato più volte episodi di lunghe attese, soprattutto nell’area di Messina e nei periodi di punta. Per chi vive quotidianamente lo Stretto, quindi, il problema non è semplicemente percorrere pochi chilometri di mare, ma avere un collegamento stabile, prevedibile e integrato con il resto della rete nazionale.

Il vero nodo politico: il Ponte come scelta o come rinuncia

La discussione sul Ponte non è soltanto una discussione tecnica. È una scelta di modello di sviluppo. Da una parte c’è chi ritiene che le risorse pubbliche debbano concentrarsi su interventi diffusi, manutenzione, servizi e opere meno visibili ma fondamentali. Dall’altra chi sostiene che proprio un’infrastruttura strategica possa diventare un acceleratore di investimenti, occupazione e modernizzazione.

Il punto centrale del confronto non dovrebbe quindi essere soltanto “Ponte sì o Ponte no”, ma una domanda più ampia: l’Italia è in grado di realizzare una grande opera senza rinunciare alle altre necessità? Perché il vero rischio del dibattito è trasformare ogni investimento in una guerra tra priorità, come se la crescita di un settore dovesse necessariamente significare il sacrificio di tutti gli altri.