L’aumento dei carburanti non è più soltanto un problema legato al costo degli spostamenti. Se le tensioni internazionali dovessero proseguire e i prezzi dell’energia restassero sugli attuali livelli, i rincari rischiano di trasferirsi progressivamente su trasporti, forniture, prezzi dei beni e, infine, consumi. In Calabria l’effetto può essere più pesante, perché si innesta su un tessuto economico composto soprattutto da micro e piccole imprese, con margini finanziari spesso più limitati.
Il primo elemento è la mobilità: il Piano regionale dei trasporti indica un uso dell’automobile superiore al 91%. “In molte aree della Calabria l’auto non è una scelta, ma una necessità”, afferma il presidente di Confesercenti Calabria Claudio Aloisio. “Per questo il caro carburanti colpisce una spesa che difficilmente può essere eliminata o compressa”.
Il 15 settembre il prezzo medio self in Calabria ha raggiunto 2,14 euro al litro per la benzina e 2,25 per il gasolio. A livello nazionale, secondo Confesercenti, il caro carburanti ha comportato fino a 1,8 miliardi di euro di maggiore spesa per gli automobilisti nei soli mesi di luglio e agosto. Ma il distributore è solo il primo anello. “È l’effetto domino che ci preoccupa”, continua Aloisio. “Il rincaro entra nel camion che trasporta la merce, nei costi di produzione, nelle bollette. E prima o poi una parte di quel costo arriva sullo scontrino”.
Uno studio di Confesercenti nazionale con il Gruppo Innova stima, tra giugno e agosto, circa 870 milioni di euro di maggiori costi energetici per commercio, somministrazione e ricettività in Italia. Per la sola bolletta elettrica, si parla di circa 4.000 euro in più per un albergo di 45 camere e 1.000 euro per un ristorante. Per molte attività la difficoltà non è soltanto difendere margini già ridotti. Se questi livelli di costo dovessero protrarsi, diventerebbe sempre più difficile assorbirli senza aumentare i prezzi. Ma trasferire integralmente i rincari sui clienti può essere altrettanto rischioso: in un mercato con una capacità di spesa limitata, prezzi troppo elevati possono ridurre la domanda e rendere meno competitive le stesse imprese.
“È una tenaglia pericolosa”, sottolinea Aloisio. “Assorbire gli aumenti significa comprimere i margini, trasferirli sui prezzi significa rischiare di perdere clientela. Se questa situazione dovesse durare, alcune attività potrebbero non riuscire più a sostenere economicamente la propria presenza sul mercato e arrivare alla chiusura”. Sul fronte delle famiglie, la spesa media mensile dei nuclei calabresi è di circa 2.075 euro, tra le più basse d’Italia, con il 28,2% assorbito da alimentari e bevande, contro il 19,3% della media nazionale.
“Quando una quota così elevata della spesa è già destinata ai consumi essenziali, ogni rincaro lascia meno spazio a ciò che può essere rinviato”, continua Aloisio. “Ed è qui che si incrociano due dinamiche particolarmente preoccupanti: le imprese sostengono oneri crescenti mentre le famiglie, colpite dagli stessi aumenti, hanno meno reddito disponibile da spendere. Per commercio, ristorazione e servizi significa subire contemporaneamente una pressione sui costi e una possibile contrazione della domanda”.
Attenzione anche al turismo. Secondo Banca d’Italia, nel 2024 la spesa turistica pesava per l’11,5% dei consumi interni calabresi, contro il 10,2% nazionale. Nel 2025 gli stranieri hanno raggiunto il 23% degli arrivi, con una crescita del 45,6%. “L’aumento dei costi di trasporto può pesare sia sul mercato nazionale sia su quello internazionale, proprio mentre l’incoming estero sta diventando uno dei motori della crescita”, osserva Aloisio. “Il rischio è rallentare una dinamica positiva costruita con fatica”.
A complicare il quadro c’è poi il credito. Un eventuale trasferimento integrale del recente rialzo dei tassi potrebbe costare alle imprese italiane sotto i 20 addetti circa 460 milioni di euro l’anno, secondo Confesercenti. In Calabria, a marzo 2026, i finanziamenti per le medie e grandi imprese sono aumentati del 9%, mentre le piccole imprese sono state penalizzate con una riduzione del 2,8% su base annua.
Inoltre, alla fine del 2025, il credito per l’operatività corrente costava quasi due punti percentuali in più rispetto alla media nazionale. “La piccola impresa rischia quindi di trovarsi stretta tra due pressioni”, osserva Aloisio. “Aumentano energia, trasporti e forniture, mentre il credito resta più caro e più difficile da ottenere proprio quando serve maggiore liquidità”.
Con un’inflazione nazionale già oltre il 3%, Confesercenti nazionale stima che lo shock energetico possa aggiungere circa 0,7 punti percentuali nell’ultimo trimestre, con il rischio di raggiungere o superare il 4% entro fine 2026. “Non possiamo sapere quanto costerà il carburante tra uno o due mesi”, sottolinea Aloisio, “ma possiamo già vedere il meccanismo che si sta mettendo in moto. Il vero nodo è la durata: se questa situazione dovesse protrarsi per mesi, in Calabria incontrerebbe redditi più bassi, una maggiore dipendenza dai mezzi privati e soprattutto un sistema produttivo formato in larga parte da micro e piccole imprese con minore capacità di assorbire nuovi costi. Le conseguenze potrebbero essere investimenti rinviati, meno assunzioni e negozi che, una volta abbassata la saracinesca, difficilmente riapriranno”.
Per questo Confesercenti Calabria chiede alla Regione quattro interventi concreti: una linea straordinaria di liquidità a tasso agevolato tramite Fincalabra per micro e piccole imprese, a copertura di capitale circolante, forniture e costi energetici; un meccanismo temporaneo di abbattimento degli interessi per attenuare il maggior costo del credito sulle aziende più piccole; il rafforzamento e la semplificazione del FEERI, con una corsia dedicata a commercio, turismo, ristorazione e servizi per ridurre strutturalmente i consumi energetici; un tavolo permanente regionale su energia, credito, consumi e competitività con Regione, associazioni di categoria, Fincalabra e sistema bancario, non solo di monitoraggio ma anche di proposta e programmazione.
“Non servono misure a pioggia”, conclude Aloisio. “Servono strumenti selettivi, rapidi e verificabili. La Regione non può determinare il prezzo del petrolio o dei carburanti, ma può intervenire sugli effetti che questo shock produce sulle imprese calabresi. E può farlo adesso, prima che l’aumento dei costi si trasformi in meno investimenti, meno occupazione e meno consumi. Allo stesso tempo, la crisi attuale può essere l’occasione per dotare la Calabria di una capacità stabile di leggere i cambiamenti economici, anticiparne gli effetti e costruire politiche di sviluppo meno dipendenti dall’emergenza”.
