Non possiamo più negarlo! Le estati di oggi sono una condanna. O meglio, un castigo infernale! Tre mesi di un’arsura che non è soltanto calura e umidità soffocante, ma un peso che piega il corpo e intorpidisce l’anima. Più di tutto, però, a bruciare la carne delle nostre vite è il gelo agghiacciante della distanza: comunità frammentate, anime recluse dentro la prigione dei nostri smartphone. Un piccolo, illusorio universo digitale che promette ricchezza ma dà solitudine. Ci siamo resi insomma schiavi di un tempo spietato, barattando le nostre vite sull’altare di un consumismo arido che non ci restituirà mai ciò che ci sta rubando: il nostro miglior tempo.
Eppure, sotto le ceneri di questo presente disincantato, custodia inviolabile del cuore, vive la memoria di un’epoca in cui l’estate non era una semplice stagione, ma un inno alla vita. Anche quando il sole picchiava come una lama di fuoco e i termometri sfioravano i quaranta gradi, quel caldo possedeva un’altra anima, priva dell’odierna e soffocante umidità. Era un tempo in cui potevi avvertire il respiro del mare a chilometri di distanza dalla costa. Un’aria pura, solenne e rinfrescante risaliva i valloni e si intrufolava tra gli anfratti delle colline aspromontane, portando con sé il profumo balsamico dello iodio, capace di spalancare i polmoni e mandare in estasi i pensieri.
Ricordo l’ora di pranzo nei nostri paesi inerpicati
Il silenzio sacrale delle rughe era poesia pura e veniva rotto soltanto dal tintinnio ritmico delle posate sui piatti e dal rimbalzare festoso delle risate dei parenti tornati dal Nord — mani e cuori restituiti per un attimo all’abbraccio della propria casa. Poi, al calar del sole, la terra arroventata restituiva un soffio di refrigerio. Il borgo antico, fino a quel momento immerso in un sonno millenario, riapriva gli occhi: i vicoli e le piazze si popolavano di anime, di passi e di sguardi. Ci si sedeva sui gradini consunti, sui davanzali di pietra a tramandare storie, memorie e vecchie leggende, avvolti dalla sinfonia notturna dei grilli e delle rane, sotto un manto di stelle che pareva sfiorare con grazia la Terra.
Era un’estate immortale, filosofica e serena; un po’ come un balsamo che cura ogni ferita e riempie il cuore di gioia e di spensieratezza. Si rideva con abbandono, si scherzava con vitalità ed entusiasmo; ci si tuffava in un mare trasparente che non era solo acqua, ma lo specchio stesso dell’universo. La nostra cara Calabria, ad esempio, non vantava ricchezze materiali, ma custodiva un’anima antica, fiera e smisuratamente generosa: e ti offriva quel suo poco come un rito sacro di abbondanza, come una madre amorosa che nutre, corazza e protegge i propri figli.
E quel poco — intrecciato al profumo dolcissimo dei fichi d’india, al sapore profondo di sale e bergamotto rimasto impresso sulla pelle e alla voce eterna dei nostri vecchi — era il senso supremo dell’esistenza. Un’eredità d’orgoglio e di appartenenza capace di restare accesa come un focolare nel petto anche durante le stagioni più roventi della vita. Perché quell’estate di una volta, in fondo, non è mai finita. Corre ancora lungo i capillari della nostra memoria, ci aspetta tra i vicoli di pietra e nel soffio del vento d’Aspromonte per ricordarci chi siamo, da dove veniamo, dove siamo diretti. È la nostra eterna estate di Calabria, una storia d’amore con la Madre Terra: un abbraccio scolpito nel tempo che nessuna solitudine moderna potrà mai spezzare, finché avremo il coraggio di ricordarci da dove veniamo e inizieremo a preoccuparci, però, di dove siamo andando!
