A pensarci, non esiste un territorio d’Italia che si presti quanto il Sud ad essere narrato come una fiaba. Con le sue brutture e le sue bellezze. Con la matrigna e la fata. L’idea di tale racconto è sorta nella mente di un professore universitario, un intellettuale calabrese, Ettore Jorio, il quale ha scritto per Rubbettino “Il Sud non aspettava il castello”. Attraverso una trama fantastica richiama dal fondo della memoria, una coreografia della fiaba, sconosciuta alle giovani generazioni. L’inverno, in tutto il Sud, ma specie nella Calabria di molti anni fa, della fiaba era il principe. Arrivava -ricordo- al momento giusto, quando già traboccava dentro di noi ragazzi un desiderio di raccoglimento e una forte voglia di intimità domestica, di cui il braciere rappresentava il simbolo del tempo. Esso svolgeva una doppia funzione.
In quelle case, tutte senza riscaldamento, quell’arnese rotondo colmo di braci ardenti, intorno a cui noi figli ci addensavamo per ricevere un po’ di calore, ma anche per ascoltare dalla voce della mamma una fiaba ricca di complicate traversie, ma quasi sempre a lieto fine, era una risorsa impagabile. Jorio riesce a mescolare fantasia e realtà esibendo qua e là brillanti metafore ma quasi sempre introducendo racconti realistici che molte generazioni di meridionali hanno in passato vissuto.
L’autore racconta un territorio, carico di pesanti stereotipi, in cui si esalta la forza di chi resta
L’autore racconta un territorio, carico di pesanti stereotipi, in cui si esalta la forza di chi resta ma racconta anche una regione che patisce lungo l’arco dei decenni la malattia dell’abbandono, senza mai rinunciare alla speranza di una vita migliore. “Tra la fine dell’Ottocento” –racconta Jorio- “e il secondo dopoguerra milioni di meridionali attraversarono oceani e confini. Le navi verso le Americhe, i treni verso il Nord industriale, le valigie leggere ma piene di futuro.” Fra questi i calabresi furono tanti. Alcuni, in particolare quelli del mio paesino, s’imbarcavano da Napoli prevalentemente per New York attratti da quella fiaccola sorretta dalla statua della libertà che vibrava nelle lettere di coloro che li avevano preceduti. Malgrado in buona parte analfabeti, avevano sentito ripetere tante volte i versi di Emma Lazarus che accolgono chi arriva via mare a New York: “Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere”.
Nel libro di Ettore Jorio tutto il Sud è rappresentato da una ragazza modesta “seduta su un gradino davanti al mare”
Nel libro di Ettore Jorio tutto il Sud è rappresentato da una ragazza modesta “seduta su un gradino davanti al mare… Il mare respirava lentamente, come fanno le cose antiche. Non prometteva nulla, ma lasciava intravedere tutto: partenze, ritorni, tempeste, approdi lontani”. Respirare libera era questo il sentimento che accompagnava, giorno dopo giorno, quella ragazza. Inutile aggiungere che quei versi, appena citati, hanno irrimediabilmente perso la suggestione poetica dell’accoglienza nell’America di Trump. Un fenomeno, quello dell’emigrazione, durato a lungo se si pensa che Marcinelle in questi giorni ha consumato i suoi 70 anni. Era appunto l’otto agosto del 1956, quando negli abissi di una miniera belga si scatenò l’inferno che inghiottì la vita di 262 minatori, 136 dei quali erano italiani. Molti nati dalle mie parti.
Nel libro s’avverte l’ostinazione di Ettore Jorio a restare in Calabria
Nel libro, fin dalle prime pagine, s’avverte l’ostinazione di Ettore Jorio a restare in Calabria. Il personaggio infatti appartiene alla schiera di tanti nostri ragazzi meridionali partiti in anni lontani per studiare perché ancora nella nostra regione l’università non c’era. Alcuni, dopo la laurea – tra i quali l’autore – erano tornati per svolgere nel luogo dove erano nati la loro professione. Moltissimi erano partiti per non più tornare. Sono numerosi i medici, gli ingegneri, gli architetti, i professori meridionali, corteggiati per le loro capacità professionali, che vivono fuori dal nostro territorio. Molti calabresi che conosco, specie a Roma, sono partiti per frequentare l’università con il cuore carico di speranza, con un desiderio ardente di vivere oltre i confini angusti del proprio territorio.
Guidati da un istinto felino che nel povero diventa non solo uno strumento di sopravvivenza ma anche una forma sussidiaria di talento, sono andati via, privi di conoscenze, di relazioni, per non più tornare. Hanno finito così per impoverire il territorio di provenienza ed arricchire con il loro ingegno il territorio di adozione. Man mano che il libro scorre le pagine acquistano un potente ritmo di attualità. Abbandona l’aura fiabesca e lascia spazio alla realtà di questa stagione politica che non appare avvincente. In uno degli ultimi capitoli Jorio infatti scrive: “Quando il linguaggio diventa più importante dei servizi, quando l’annuncio conta più dell’atto formale. Quando la comunicazione precede la legittimità, allora il sistema si abitua alla finzione. E la finzione, a forza di essere ripetuta, diventa normalità”. Difficile dargli torto
