“Ohh, ma hai visto chi c’era al PalaCalafiore?”.
“No, chi? Pippo Inzaghi è tornato a Reggio?”.
“No”.
“E chi? Jeremy Menez?”.
“No”.
“Ahh, ho capito: Manu Ginobili!, è venuto a vedere il suo connazionale Fernandez!”.
“Neanche”.
“Eh beh, e allora Lebron James!”.
“No, facciamo prima che te lo dica: c’era Matt Rizzetta!”
“Chi? Pizzetta? E chi è Pizzetta”.
E’ una chiacchierata di fantasia, questa, ma in un mondo normale, anzi in una città normale, dovrebbe essere molto vicina alla realtà. Ma Reggio Calabria, ormai lo sappiamo, non è una città normale. Lo ha dimostrato in questi anni, soprattutto negli ultimi tre, e a quanto pare è destinata ancora a non imparare la lezione. Probabilmente, ci siamo rassegnati, arrivati a questo punto la lezione non la imparerà mai. E’ fatta così, con quella parte di città (per fortuna non tutta) pronta ad accogliere chiunque come il nuovo papà, anche se non lo conosce.
Perché poi, in fin dei conti, fino a un mese fa, chi lo conosceva Matt Rizzetta? Eppure, a ben guardare cosa è successo ieri al PalaCalafiore, ci siamo sentiti a disagio e in imbarazzo noi per tanti altri. Tutti quelli che, all’intervallo della finale di basket tra Viola e Avellino, si sono fiondati dall’italo-americano per una foto, un selfie. Ma veramente? Ma esattamente, una foto e un selfie con chi, per che cosa, nello specifico? Ma davvero Matt Rizzetta è già diventato il nuovo papà? Con un record, tra l’altro: lo è diventato pur non essendo il patron della Reggina, e pur non essendo destinato in alcun modo a diventarlo. Almeno Gallo era diventato Presidente. E Saladini pure. E persino Ballarino. Sono tutti i precedenti papà, ma diventati tali – almeno – dopo l’ufficialità della massima carica in società. Lui no, è stato anche bravo: non rappresenta praticamente nulla, ma già viene venerato.
Che poi, a dirla tutta, Rizzetta ci sta anche simpatico. Quel suo italiano con accento americano che sa tanto di Garrison di Amici. Quella capigliatura che è un misto tra Raf e Pasquale Caprì (che poi sono la stessa persona). Quel suo sorriso a 87 denti che però, in realtà, in questo caso potrebbe anche preoccuparci, visto un suo predecessore che in quanto a sorrisi… lasciamo perdere.
Il problema è tutto il contorno, il contesto: ancora una volta, per la quarta consecutiva, una parte di tifoseria è pronta a mettersi prona davanti al primo sconosciuto che promette mari e monti, che sorride, che fa una capatina al PalaCalafiore togliendo attenzioni (per fortuna senza successo) alla Viola per la sua partita più importante da anni, che posta foto davanti a Cesare come un turista qualunque, ma forse ricordandoci quanto sia buono il gelato del buon Davide. L’assurdità di tutto ciò, misurando il termometro cittadino, è che buona parte di coloro che venerano Rizzetta sono gli stessi che in questi tre anni hanno difeso le malefatte di Ballarino e Praticò, gli stessi che veneravano Saladini e prima ancora Gallo. Almeno loro avevano portato in città Pippo Inzaghi uno e la Serie B sul campo l’altro.
E Rizzetta? Cosa è disposto a promettere? La conferma di Giuseppe Praticò? O ci vuole imbonire di frasi come “sogno Reggio Calabria fin da bambino”. Ricordiamo un calciatore che diceva sempre questa frase: si chiama Zlatan Ibrahimovic. Ha girato mezzo mondo così, cambiando squadra ogni due anni. Ma almeno era un campione e segnava caterve di gol decisivi.
