“La maxi operazione che ha portato ai trentadue arresti della scorsa settimana al Rione Marconi è un qualcosa di cui ci si può stupire, ma di cui avremmo dovuto già sapere da un sacco di tempo. Se tale presa di coscienza non esiste od esisteva e tutto ciò è stato motivo di sorpresa, allora ci sono delle domande da porsi e su cui riflettere. A Reggio ed in Calabria per tutta una serie di concause non si è capito o non si è voluto capire cosa stia succedendo all’interno della comunità rom”. Così scrive Francesco Ventura, il quale dal 2013 è da solo ed in prima linea al Rione Marconi contro l’occupazione e le angherie incentrate proprio nell’alloggio oggi al centro della maxi operazione.
“Il primo serio campanello d’allarme lo avevamo avuto proprio a Reggio Calabria nell’estate del 1994 con l’operazione Eclisse, procedimento unificante le indagini Bolero e Gitano condotte rispettivamente dall’Arma dei Carabinieri e dalla Polizia di Stato. All’epoca ad essere arrestati furono cinquanta rom, nella ancora oggi non ridente cornice di Ciccarello, rivelatasi un fortino dedito allo spaccio principalmente di eroina. Pure lì si trattava di un’attività ben organizzata per la vendita al dettaglio avviata col placet e per tornaconto delle cosche di ‘ndrangheta”.
“Poi nell’autunno del 1998 arrivò l’operazione “Eclisse 2” con l’arresto di altri venticinque rom, sempre per questioni analoghe. Adesso siamo innanzi ad una sorta di “Eclisse 3”, tra armi e cocaina, operazione nella quale si delinea forse un aggiornamento rilevante su quella che potrebbe essere una delle cosche zingare più radicate ed organizzate del reggino. E si usa il termine zingaro non a caso: è una precisa scelta semantica. Uso il termine zingaro per separarlo da quello di rom, per differenziare la parte marcia da quella sana di una comunità. Un parallelismo alla scelta di marcare la pari netta differenza fra l’essere calabresi e ndranghetisti: due profili che per decenni si è dovuto lottare affinché non venissero sovrapposti ed impiegati come stigmatizzanti sinonimi”.
“La situazione odierna, così come quella in parte delineata dall’operazione “Garden” nell’inverno del 2023, ebbi modo di ricostruirla ed esporla già due volte, nel 2016 col mio saggio “Ndrangheta Foederati” e nel 2021 all’interno della mia tesi di laurea. Il tutto senza indagini, ma attraverso l’impiego di fonti aperte catalizzate dall’incubo iniziato per me nella primavera del 2013 con l’occupazione del mio alloggio al Marconi, in quel condominio trasformato secondo le ricostruzioni degli inquirenti in una piazza di spaccio da tremila euro al giorno. Lasciate perdere stupore ed indignazione, piuttosto si faccia lo sforzo di una presa di coscienza”.
