Lo avete visto? Lo avete visto, certo che lo avete visto. Il video di Filippo Quartuccio, consigliere comunale di Reggio Calabria con delega alla Cultura, che dimentica quanto avrebbe voluto dire durante l’ultima sessione del Consiglio Comunale, battibecca con il presidente Enzo Marra, poi si chiude tra imbarazzo e silenzio, è diventato virale ed è sulla bocca di tutti. Ma non fermatevi a un’interpretazione superficiale, quella è da lasciare agli stolti.
Sforzatevi di andare a fondo, di comprendere la reale portata di quanto si è consumato fra i banchi dell’Aula Battaglia di Palazzo San Giorgio. Durante l’intervento di Quartuccio, un numero imprecisato di colleghi contravveniva alle regole del galateo del Consiglio Comunale, dell’ossequioso e silente rispetto dell’intervento altrui. Ordunque, ferito prima nel realizzare il basso livello nel quale si trovava a interloquire, il delegato alla Cultura ha espresso il suo sacrosanto diritto alla rimostranza: “presidente! Ma mi sta ascoltando?!“, l’ammonimento che malcelava una richiesta di aiuto a riportare ordine e costumi a livelli più consoni alla sua levatura.
Un’invettiva contro Enzo Marra, presidente del Consiglio Comunale, appartenente alla sua stessa parte politica, che ha risposto: “continui, non sta parlando nessuno“. Una mano tesa e lasciata cadere, un fuoco amico inaspettato, simbolo del decadentismo di una Maggioranza che perde brandello dopo brandello, tra faide e ripicche. Posto davanti alla realtà dei fatti, o quella che volevano fargli credere, Quartuccio si è buggato.
L’Elevato, per citare un termine coniato da Massimo Ripepi, è regredito, ha perso la sua levatura culturale e morale che 12 anni fa, appena 22enne, lo aveva reso il più invidiato della città quando Giuseppe Falcomatà, dall’alto della sua infinita saggezza, lo aveva nominato consigliere alla Cultura, riconoscendone le inequivocabili doti già evidenti e anche il potenziale nascosto (ben nascosto) anche al giovane Filippo stesso.
Quartuccio ha rivisto i tempi in cui prendeva doppio stipendio tra Comune e Parco Aspromonte, prima che si accorgessero dell’incompatibilità e il direttore dell’Ente ponesse rimedio; quando ha patteggiato una condanna per firme false nelle liste per le elezioni; ha rivissuto le intercettazioni, finite su tutta la stampa, in cui chiedeva di promuovere il padre come caposquadra dei netturbini. Uno shock tale che lo ha riportato alle impostazioni di fabbrica.
Ed è lì che si è palesata la fragilità umana. Cinque lunghi secondi di silenzio, l’incapacità di coordinare pensieri e parole, le funzioni neurali che hanno un breve momento di blackout. “Non mi ricordo quello che stavo dicendo…“, la confessione. La catarsi. L’Elevato che torna uomo. “Abbiate la pazienza di aspettare che mi ritorni… non mi ricordo…“, l’appello alla pietas dei colleghi, caduto nell’indifferenza. Nessuno lo stava ascoltando davvero, forse neanche Quartuccio stava ascoltando se stesso.
Ed è lì che arriva il climax, la resa, il capo chino: “sono rammaricato, rinuncio“. Il corpo che si muove da solo e prova a guadagnare il sostegno della seduta, la sinapsi che, con un colpo di coda di lucidità, tocca le corde dell’orgoglio per un’ultima, stoica, stoccata: “la considero una mancanza di rispetto personale, colleghi“.
Cala il sipario davanti a consiglieri imbarazzati, giornalisti che si guardano attoniti, cittadini collegati in video rimasti senza parole (anche loro, per empatia). È un altro “Skibidi Boppy”, un altro “governo Melone”, un altro momento di virale imbarazzo è stato consegnato alla storia del Consiglio Comunale di Reggio Calabria.
Nel marzo 2025, Quartuccio affermava, con un raro scatto di tracotanza che ne ha temporaneamente sgualcito il raffinato aplomb, che tutti vorrebbero essere al suo posto e che avrebbe fatto sapere alla stampa dove sarebbe andato a degustare una pizza con Falcomatà, al fine di essere paparazzato, intercettato, fatto oggetto di fake news e articoli acchiappa click.
Passato un anno, dopo aver rotto con lo stesso Falcomatà, si ritrova a fare scena muta davanti a tutti. Quei ‘tutti’ che sarebbero voluti stare al suo posto. Uno sfogo invecchiato male. E no Filippo, non c’è bisogno che ti giustifichi, non scadere nel vittimismo, non dare la colpa al sistema, della viralità social, della stampa. Stai tranquillo. Hai detto più in 1 minuto di silenzio che in 12 anni di politica.
