I cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni in tutte le attività dell’uomo appaiono rivoluzionari rispetto alle abitudini del passato. Mi riferisco in questo articolo in particolare alla politica. Un uomo in là con gli anni che ha frequentato il Parlamento, che si è battuto per l’Italia ma anche per la propria regione di riferimento, prima che le leggi elettorali ne spegnessero il legame, fa una fatica del diavolo a raccapezzarsi nel nuovo mondo. Della Calabria siamo stati in parecchi a parlare e a descrivere il decadimento della vita civile di tutti i giorni. Tanto che sembra quasi inutile ripetere i gravi problemi che affliggono la regione in settori nevralgici come la sanità che talvolta risvegliano memorie di antiche spoliazioni, volte a indebolire una provincia a vantaggio di un’altra. Per non parlare degli altri gravi problemi che affliggono oggi il nostro territorio: povertà, spopolamento, denatalità, scuola. Diventa sempre più alto il numero dei calabresi che si rende conto che è stiamo politicamente piombando in una voragine da cui sarà difficile riemergere.
Nessuna persona appartenente a questo mondo impoverito si ribella
Nessuna persona appartenente a questo mondo impoverito si ribella, la maggior parte appare rassegnata ad una sorta avversa, convinta che il luogo di nascita e il destino che ne promana – l’elemento più accidentale della nostra vita – impone ormai condizioni che la politica del nostro tempo non riesce a modificare. Eppure non è stato sempre così. Almeno a livello reattivo. Come calabresi abbiamo in passato vissuto anni in cui la nostra capacità di lotta ha prodotto a livello politico mobilitazioni imponenti. Mi è capitato una volta di ricordare su questo giornale che nella seconda metà degli anni ’70 si è registrato un avvenimento, sul piano storico, straordinario. Per reagire a un’ingiustizia che il governo del tempo era sul punto d’infliggere al territorio, dalla nostra regione si misero in marcia alla volta di Roma, come scrissero i giornali dell’epoca, circa 35 mila calabresi. In testa al corteo accanto al presidente della regione e alla sua giunta si schierarono i segretari regionali dei partiti, molti deputati del territorio. Seguivano in grande massa i sindacati e tanti cittadini.
L’obiettivo di questa marea di persone era quello di protestare con forza per una promessa d’investimento tradita. A questa marcia ho partecipato anch’io, non come politico ma come dirigente regionale presso la presidenza della Giunta. Confesso di avere assistito in quella occasione ad un evento stabilizzatosi nella profondità della mia memoria. Ricordo che ebbi la fortuna di essere tra quella cinquantina di persone che invase la famosa sala del terzo piano di palazzo Chigi, dove si tengono le riunioni allargate. Tutti gli altri calabresi, sorvegliati da un ampio cordone di polizia restarono nella piazza sottostante per aspettare l’esito dell’incontro. Per la cronaca il presidente del Consiglio dei ministri era Giulio Andreotti e il presidente della Giunta regionale era Aldo Ferrara.
Oggi i cittadini non hanno più fiducia nella politica
Un fatto del genere sarebbe inimmaginabile nella gestualità istituzionale dei nostri giorni, obiettivamente scaduta rispetto a quella del passato. Tutti si accorgono che i partiti (nelle cui file all’epoca militavano 3-4 milioni di italiani) e i sindacati del dopoguerra svolgevano di fatto un’azione da educatori civici. Oggi i cittadini non hanno più fiducia nella politica. Non vanno a votare. Nel recente voto referendario, specie nell’ultima settimana, sono stati compiuti dal governo errori politici eclatanti, che hanno spinto molti giovani a non disertare le urne. Speriamo non si tratti d’un fuoco fatuo.
Elezione diretta dei presidenti della regione
Esiste poi un motivo centrale ma anche paradossale che negli ultimi anni ha dato il colpo finale alla fiducia dei cittadini nella democrazia. Mi riferisco all’elezione diretta dei presidenti della regione, inserita nella Costituzione nel novembre del 1999. La gente pensa che spetta a loro, risolvere i problemi del territorio. Spesso molte lamentele per come vanno le cose nella propria regione sono addossati appunto ai presidenti, i quali dispongono di un potere, che, fatte le dovute proporzioni territoriali, appare superiore a quello di cui dispone il presidente del Consiglio. Personalmente sono stato sempre favorevole all’elezione diretta e non ho mai condiviso quelle critiche che specie durante il periodo del covid sono stati mossi a quelle figure istituzionali definite con un certo scherno governatori.
Avere il potere di decidere direttamente a favore dei propri corregionali rappresenta un’innegabile risorsa specie sotto l’aspetto della conoscenza storica e sociale del territorio amministrato. In tale contesto l’unico neo resta l’esibizione del potere che in questi casi spesso si registra. Abbiamo spesso notato che alcuni presidenti si caricano di un’infinità di deleghe più a fini esibizionistici che per creare vantaggi ai territori amministrati. Il potere, si sa, se non incrocia la cultura, rischia di rompere gli argini come quei torrenti che si gonfiavano minacciosamente nelle notti giovanili di Corrado Alvaro
