L’ascia votiva di San Sosti, un reperto votivo della Calabria antica tra misteri, rivendicazioni e memoria storica

Reperti calabresi: la storia dell'ascia votiva di San Sosti

Continua il percorso ricognitivo, a cura del Circolo Culturale “L’Agorà” di Reggio Calabria, relativo il patrimonio dei vari reperti archeologici, provenienti dalla Calabria, e che trovano ospitalità nella location londinese di Great Russell Street. Il British Museum di Londra è uno dei più grandi e importanti musei della storia del mondo. È stato fondato nel 1753 da Sir Hans Sloane, un medico e scienziato che ha collezionato un patrimonio letterario e artistico nel suo nucleo originario: la biblioteca di Montague House a Londra, in seguito acquistata dallo Stato Britannico per ventimila sterline e aperta al pubblico il 15 gennaio 1759.

Il museo ospita circa 8 milioni di reperti che quotidianamente vengono contemplati da tantissimi visitatori provenienti da tutto il mondo. A partire dal diciannovesimo secolo, il polo museale cominciò ad incrementare i propri spazi espositivi con collezioni greche e romane, provenienti da diversi territori del continente europeo, frutto sia di operazioni militari, di spedizioni archeologiche, ma anche di vendite all’asta. La vendita all’asta di beni culturali ha radici antiche, risalenti all’usanza romana di piantare un’asta (hasta) come simbolo di proprietà durante le vendite pubbliche. Tali operazioni commerciali si evolsero nel Cinquecento, e successivamente assunse le forme moderne tra diciassettesimo e diciottesimo secolo in Francia e Inghilterra, con la nascita di case d’asta storiche come Sotheby’s (1744) e Christie’s (1766).

L’ascia di San Sosti o ascia votiva di Kyniskos

Tali gallerie, a livello mondiale, specializzate nel settore dell’arte, sono in attività, nonostante lo scorrere del tempo, e sono ben radicate in diverse location del globo. Il mercato dell’arte prende forma sul territorio del Vecchio continente europeo tra il sei ed il settecento, sviluppandosi nel secolo successivo, favorendo così l’espansione di musei e gallerie antiquarie in Europa e America. Dopo le vicende esposte, a cura di Gianni Aiello, nelle precedenti conversazioni, inerenti il trattato di alleanza tra Reggio ed Atene, riportato su di un’apposita stele che venne scoperta sull’Acropoli di Atene, ed il tesoro di Sant’Eufemia, l’intervenuto questa volta accende i riflettori su un’altra importante testimonianza del passato calabrese, conosciuta come ascia di San Sosti, o ascia votiva di Kyniskos.

Il manufatto votivo, risalente al quarto secolo a.C., è una scure bronzea, costituita da un’estremità ascia e dall’altra martello,venne rinvenuto nel 1846 nei pressi dell’area di San Sosti, Calabria, provincia di Cosenza. A riguardo tale ritrovamento, lo storico calabrese Leopoldo Pagano, riporta nel saggio “Monografia di Mottafollone per l’Arciprete Cerbelli”: “uno dei monumenti più pregevoli per antichità e per le molteplici conseguenze è la scure italo-greca, che nell’anno 1846 fu scoperta nei monti di Calabria Citeriore, presso i ruderi di Casalini della Porta Serra”. Nel 1852 l’ascia venne raffigurata in un disegno, dal vibonese Vito Capialbi, letterato e studioso di archeologia, e su sua segnalazione pubblicata dall’archeologo napoletano Giulio Minervini che ne dette una descrizione sul “Bullettino Archeologico Napoletano”.

Un quesito, al momento senza risposta, si trascina con lo scorrere del tempo e cioè come il prezioso manufatto votivo di San Sosti sia stato venduto in Francia, tenuto anche conto delle restrizioni legali tempo che ne impedivano l’esportazione con la consequenziale confisca del bene? Tra l’altro – prosegue Gianni Aiello – non vi è, come riporta la cronaca sull’argomento, al momento nessun atto ufficiale che attesti la regolarità e la legittimità indirizzata all’uscita del reperto dal territorio della Penisola. Come attestato dalle disposizioni del sovrano borbonico Ferdinando primo, quando nel 1822 poneva il veto assoluto dell’esportazione degli “oggetti che per la loro eccellenza si dovranno riguardare come conducenti alla istruzione e al decoro della nazione”.

Così come nello stato della Chiesa, dove, a seguito degli editti del 1819, a cura del Pro-Segretario di Stato di Pio settimo, il cardinale Camerengo Bartolomeo Pacca a riguardo tali disposizioni indicava che gli oggetti «di sommo riguardo sia per l’Arte che per l’Erudizione», non potevano essere esportati senza permesso. Così come nella legge numero 286 del 1871 del Regno d’Italia. Forse, prosegue nella disamina Gianni Aiello, tale disco verde utile a tale operazione è da ricercare nella clientela elitaria del collezionista romano Alessandro Castellani e delle ramificazioni sul territorio della Penisola italiana.

Diverse le sollecitazioni a riguardo di tale importante reperto, ma anche di altri, si sono susseguite con lo scorrere del tempo, senza nessun tipo di riscontro. Si ricordano quella datata 1996, quando l’allora sindaco di San Sosti, Silvana Perrone, sollecitava un’interrogazione parlamentare, presentata alla Camera dei Deputati dall’Onorevole Domenico Romano Carratelli, in merito alla controversia tra il Governo Italiano e quello Britannico circa la legittimità del possesso e la richiesta di restituzione del reperto più importante della Calabria. Il 20 giugno dello stesso anno il Ministro ai Beni Culturali Walter Veltroni comunicava al Sindaco di San Sosti di aver inoltrato la rivendicazione dell’oggetto al Governo inglese, senza tuttavia nessun esito.

Nel 1999 fu inviata, senza alcun esito, una nuova lettera di sollecitazione all’allora Ministro Giovanna Melandri. Nel 2008 il sindaco Vincenzo Bruno, supportato dal Parco Nazionale del Pollino e dalla sezione locale dei Gruppi Archeologici d’Italia, scrisse all’allora Ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, affinché si attivasse per far ritornare l’ascia votiva in Italia, dopo aver verificato “la sussistenza, presso gli attuali detentori, dei titoli che ne giustificano il possesso e la legittimità delle modalità della sua acquisizione”. Anche quella iniziativa non ebbe seguito.Nell’aprile 2016, l’allora deputato Franco Bruno presentò, al Ministro Dario Franceschini, una “Interrogazione a risposta scritta”, chiedendogli se fosse possibile “avviare una più serrata fase di mediazione con il British Museum per la restituzione dell’ascia di San Sosti”, ma anche in quella occasione nessuna risposta.

Il 23 ottobre del 2019 la questione venne sollevata una nuova interrogazione a cura dei deputati Wanda Ferro e Paola Frassinetti, indirizzata al presidente del Consiglio Conte e al ministro dei beni culturali Franceschini. Nell’arco della stessa legislatura, la senatrice Margherita Corrado, insieme ad altri senatori, indirizzava, nella seduta numero 178 di giovedì 19 dicembre 2019, al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, una sollecitazione a tal riguardo estendendo la stessa anche alla “contezza di quanti reperti archeologici e opere d’arte di varia tipologia e cronologia, di provenienza dubbia o illegale, ma ragionevolmente trafugate dall’Italia, siano ancora presenti nelle collezioni del British museum e degli altri istituti britannici”.

Il Senatore Margherita Corrado inoltre chiedeva l’opportunità di “avviare un sistematico programma di sollecitazioni alla restituzione nei confronti dei grandi musei britannici ed esteri in genere, condotte facendo leva sui principi etici ai quali le istituzioni museali internazionali dovrebbero ispirarsi a prescindere dalla data-limite rappresentata dalla Convenzione Unesco del 1970”. Tra le altre istanze, e non per ordine d’importanza, quella di Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, che definisce questo status quo come un cold case.

Dopo tale excursus, Gianni Aiello, nel corso del suo intervento, passa alla descrizione del prezioso reperto, rinvenuto, come si diceva in apertura, nell’area di San Sosti, in provincia di Cosenza nel 1846, dove sono presenti alcune tracce dell’antica città di Artemisia, che – precisa Gianni Aiello – potrebbe corrispondere con il nucleo abitativo di Artemision, citata dal geografo greco Ecatèo di Mileto, abitato dagli Enotri. Tale insediamento, secondo gli studi, risale a vari periodi del neolitico, e nel corso del VI-VII secolo d.C., il sito fu fortificato con la costruzione della prima cinta muraria del Castrum, mentre nel decimo undicesimo secolo avanti Cristo venne potenziata l’Acropoli.

A seguito di una serie di scavi archeologici sono state rinvenute ceramiche micenee del tredicesimo secolo a.C., piccole ma significative porzioni di terrecotte enotrie databili tra l’undicesimo ed il decimo secolo a.C. Il prezioso manufatto è un’ascia particolare di bronzo, da un’estremità ascia, dall’altra martello. Su di essa è riportata un’incisione dove è riportato un testo in vernacolo greco acheo su caratteri dell’alfabeto dorico. Quanto riportato venne tradotto nel 1969 dalla nota studiosa Margherita Guarducci, archeologa ed epigrafista fiorentina. Così recita la traduzione dell’iscrizione dedicatoria: “Sono sacro di Hera, quella in pianura. Kyniskòs mi dedicò, lo àrtamos, come tributo dei (suoi) lavori”.

Essa non è da considerarsi – prosegue Gianni Aiello – come uno strumento da guerra ma una testimonianza votiva, un voto che gli abitanti di Artemisia offrirono nel tempio alla dea Hera. “La scure – come riportato nel 1857 il canonico calabrese Leopoldo Pagano – non fu di guerra, ma un sacro donario, un voto che gli Artemisiesi offrirono nel tempio o edicola di Hera”, e questa sua natura si evince, dice lo storico, dell’inidoneità della lama al taglio. “Similmente – aggiunge – fu scritto che Diomede avesse offerto nel tempio di Minerva scuri di bronzo, come attesta l’antichissima tradizione che ci fu tramandata dallo Pseudo-Aristotele e da Strabone”. La descrizione prosegue indicando che all’altezza del foro di inserimento del manico vi è una elaborata decorazione con baccellature, perline e una sagoma stilizzata interpretata come una figura alata raffigurata in posizione frontale, forse una sfinge.

Ritornando all’iscrizione dedicatoria viene menzionato Kyniskòs. Egli era un famoso atleta esperto nella lotta e nel pugilato. A tal proposito Gianni Aiello pone la domanda: Ma chi era costui? Tale figura è da accostare ad un famoso atleta, tale Cinisco di Manea, che secondo la tradizione tramandata ai giorni nostri, fu vincitore nell’arte del pugilato e della lotta in una edizione dei giochi olimpici verso la metà del sesto secolo, intorno al 460 a.C. . Dopo tale impresa olimpionica, Cinisco si trasferì nel territorio della Magna Grecia, forse in quel di Sibari, omaggiando la dea Era con una scure martello in bronzo con epigrafe come ringraziamento per la vittoria.

Nella parte finale della sua analisi, Gianni Aiello, fa dei riferimenti relativi alla misteriosa città di Artemisia, i cui resti sono custoditi nell’area archeologica di Casilini della Porta Serra, ubicata nel Comune di San Sosti, provincia di Cosenza. Gianni Aiello, conclude il suo intervento, ricordando che questi reperti, insieme ad altre memorie trovano “alloggio” presso le sale espositive sia del British Museum di Londra che in altre importanti realtà museali. Si tratta di altre testimonianze storiche che riguardano il territorio calabrese e che saranno oggetto di nuove analisi nel corso dei prossimi incontri organizzati dal Circolo Culturale “L’Agorà” di Reggio Calabria.