Crediamo che anche Guicciardini, il maestro del particulare politico, avrebbe alle fine chinato il capo di fronte a una figura come Luigi Di Maio. Non che in Italia siano mancati grandi maestri dell’opportunismo, gente che la politica la ha usata per il proprio interesse personale raccogliendone cariche e prebende di alto prestigio. In questo paese, anzi, gli ideali hanno sempre contato davvero poco, e la cultura ancor meno: quello che ha sempre pagato è il sapersi vendere bene e trovare, a seconda di come spira il vento, i legami giusti. Così per esempio non credo che tutti abbiano dimenticato non solo deputati in vendita, ma interi partiti all’asta. Razzi e Scilipoti che cambiarono ideologia per favorire nuove maggioranze di governo, o il partito di Mastella, un partitino minuscolo che sosteneva una maggioranza al governo e una opposta alla regione, purché gli si offrisse qualcosa.
Di Maio non rappresenta nessuna novità per la cultura italica
E uomini che, cambiando abilmente corrente, sono riusciti a scalare i vertici dello Stato, come Napolitano, che partito fascista divenne poi comunista e poi craxiano e infine ultraliberista a seconda del vento che spirava, sempre apertamente ricompensato. E via dicendo la lista di transfughi allettati da facili promesse potrebbe essere lunghissima. Questo è un paese dove si cede fin troppo facilmente alle lusinghe appunto perché non si ha una morale a cui appoggiarsi. Quindi nulla di nuovo sotto il sole: Di Maio non rappresenta nessuna novità per la cultura italica venendo da una ricca e ben forgiata tradizione. Moralmente riprovevole, certamente, squallida quanto si vuole. Ma quella di usare la politica per i propri comodi, sfruttare gli amici quando possono essere utili ma tradire appena si presenta l’occasione, maneggiare sottobanco mentre si finge di servire gli interessi collettivi cercando solo di piazzarsi da qualche parte … possiamo forse dire che lo vediamo per la prima volta, o che lo vedremo per l’ultima? O che è il peggio che la politica italiana ci offra? Suvvia.
“Bibitaro”
L’uomo è sempre stato fatto oggetto di diverse forme di dileggio. Alcune ci sentiamo non solo di respingerle, ma crediamo siano invece motivi di orgoglio e si mostrano semmai offensive per chi gliele rivolge. La più comune che si associa al suo nome è quella di “bibitaro” che fa riferimento a quando, da giovane studente, vendeva bibite allo stadio per mettere da parte qualche soldo. Questa critica odora di una certa Italia classista e con la puzza al naso, di quella che disprezza certe attività perché i grossi stipendi, magari anche statali, se li tramanda in famiglia, e parla del lavoro come problema politico, purché naturalmente lo facciano gli altri. Ma a giudicare da come stanno venendo fuori i rampolli di una certa classe dirigente, che si trovano piazzati a guidare grosse aziende ma che manderebbero in fallimento anche una pizzeria, forse magari certi mestieri più umili, più che disprezzarli, qualche anno sarebbe opportuno che li facessero e li mettessero anche in un cursus honorum. E si cominciasse a guardare in altro modo quei ragazzi che, nati senza mezzi, piuttosto che avere un padre che gli riempie la carta di credito i mezzi se li trovano da soli senza denigrare il lavoro comunque venga.
Né ci sentiamo di condannare come un male assoluto il fatto che una persona che ambisca a posti di alta responsabilità non possegga una laurea. Noi non crediamo che l’intelligenza e la capacità debbano essere certificate da un titolo né, parimenti, che un titolo certifichi l’intelligenza e la capacità. La cultura novecentesca lo dimostra abbondantemente. E crediamo semmai, con Einaudi, che in un paese che confonde i titoli con la cultura, se si abolisse il valore legale del titolo di studio metà delle Università italiane chiuderebbero entro un anno, a partire da quelle telematiche.
Critiche
Altre critiche sono più corrette, ma non nuove nel contesto culturale della politica italiana. Molti suoi strafalcioni sono di quelli che una volta i maestri di scuola elementare avrebbero segnato con la matita rossa. Ma il livello della politica italiana è talmente basso da non farli apparire neanche eccezionali. Negli ultimi decenni diversi parlamentari, ministri e capi dell’esecutivo hanno fatto a gara nel rincorrersi nel dire sciocchezze anche peggiori o nel mostrare, quasi a vantarsene, la propria ignoranza.
Perché dunque in un paese che da sempre perdona tutto a tutti è pronto a bastonare Di Maio per le stesse cose che altri fanno allegramente, e a volte in misura ben peggiore, e invece di essere orgogliosa dei titoli che questo connazionale accumula ne mostra disprezzo mentre per altri, ancorché ugualmente rubati, se ne mostrerebbe orgogliosa?
Problema di metodo
Crediamo che il problema non sia di contenuto, ma di metodo. Il fatto è che in questa democrazia sgangherata e puramente formale quale è quella italiana dove ormai la gente, sentendone l’inutilità, non va neanche più a votare le carriere politiche non si costruiscono, per così dire, attraverso un mandato popolare, ma attraverso più veloci camarillas dove si svolgono intrighi di partito, di lobby, di parentele e ricatti e buffetti di ogni genere. Diversi capi dell’esecutivo, ed è una prerogativa tutta italiana, si sono trovati a guidare il Consiglio dei Ministri senza neanche passare dalle elezioni. Diversi ministri e gente posta a capo di importanti aziende statali si portano addosso l’enorme sospetto che la loro carica, spesso svolta con disarmante leggerezza, sia dovuta esclusivamente a legami maturati per amicizie o parentele varie. E persino le varie elezioni parlamentari hanno ben poco a che fare con il volere popolare. Tutti ricordano le squallide riunioni di partito per spartirsi i “collegi sicuri” per chi rischiava di restar fuori.
Cosicché, ma sono solo esempi e pluribus, Maria Elena Boschi, il ministro immagine di Renzi si fece eleggere a Bolzano, e Pierferdinando Casini brigò per una candidatura nel Partito Democratico a Bologna, e l’elettorato inghiottì. È fin troppo facile irridere al risultato miserrimo di Di Maio alle ultime elezioni, ma se avesse ottenuto, come aveva chiesto, anche lui una candidatura in un collegio sicuro nel partito giusto come premio del suo tradimento, nel Parlamento ci sarebbe entrato dalla porta principale. Il voto, in Italia, a volte conta davvero poco.
Movimento Cinque Stelle
Per liberarsi di questa classe politica squallida, insolente ed arrogante il Movimento Cinque Stelle aveva chiesto un mandato popolare dal basso, e lo aveva fatto andandolo a cercare per le strade, le piazze e in mezzo alla gente comune. E questa, angariata da tanto disprezzo di una certa politica, glielo aveva concesso con un piccolo plebiscito. Ma, una volta inebriato dall’odore del potere, il partito si trasformò proprio in quello che avrebbe dovuto combattere. E la figura più squallida si mostrò proprio Luigi Di Maio, il suo capo riconosciuto, il condottiero di quell’assalto ai vizi e alle cancrene del Parlamento che aveva promesso di cambiare.
Ma mentre, appunto, coloro che da sempre si macchiano dei suoi stessi peccati non hanno debiti nei confronti di nessuno, eletti in città in cui a malapena mettono piede, legati semmai al partito o ad amicizie per cui sono disobbligati per vie traverse, lui adesso con i suoi tradimenti e con il suoi doppi giochi spernacchiava e derideva tutto un mondo popolare con cui aveva contratto, succede anche questo, un preciso mandato, sia politico che morale. Ed è questo, appunto, che non gli viene perdonato. Farsi una carriera anche senza valere molto, d’accordo: tutto ciò non è nuovo dalle nostre parti. Ma un po’ di rispetto, questo lo si pretende. Truffatori questo paese ne ha sempre prodotti a iosa, ma che sia la gente a costruirgli il piedistallo, questo è davvero frustrante.

