Venezuela, la lezione di Rampini agli anti-Trump: i precedenti USA e perchè Russia e Cina escono sconfitte

Federico Rampini fa chiarezza sull'intervento militare degli USA in Venezuela: i casi riguardanti le precedenti amministrazioni americane e i risvolti che riguardano Russia e Cina

L’operazione militare condotta dagli Stati Uniti in Venezuela, un successo militare senza alcuna vittima civile, nel quale è stato catturato il dittatore Maduro, accusato di narcotraffico e di avere legami con Iran, Russia e gruppi terroristici mediorientali, ha scosso l’opinione pubblica di sinistra che ha parlato di un gesto folle e sconsiderato da parte di Donald Trump che ha deliberatamente invaso un Paese sovrano.

Della questione del finto “paese sovrano” ne abbiamo già parlato in un articolo apposito. Desta stupore anche la scarsa memoria riguardante la gestione americana dei rapporti con l’America Latina, una mancanza tale da suscitare ‘scandalo’ per le azioni di Trump, uguali a quelle di tanti altri presidenti americani.

Lo ricorda Federico Rampini, giornalista de “Il Corriere della Sera”, nel suo intervento allo speciale di “Quarta Repubblica” condotto da Nicola Porro. “Trump, certamente, non rivendica la legalità internazionale di quello che ha fatto“, afferma Rampini sottolineando come a Trump “della legalità internazionale non gliene importa un fico secco”.

La questione, dal punto di vista americano, è decisamente meno scandalistica. “Nel 1961 John Kennedy, un’icona del pensiero progressista, la prima cosa che fa quando arriva alla Casa Bianca è l’invasione della Baia dei Porci, cioè un’operazione della CIA per rovesciare il regime di Fidel Castro, un disastro, gli va malissimo, un fallimento totale, però era normalissimo. – ricorda Rampini – L’amministrazione del suo erede politico, Johnson, democratico e progressista, organizzava di continuo dei golpe di destra in America Latina, prima ancora di arrivare a quello di Pinochet che avete ricordato“.

Il giornalista prosegue: “Gli Stati Uniti si sono sempre comportati così. Avete ricordato giustamente Bush padre, il quale era un repubblicano moderato e multilateralista quando lancia l’attacco a Panama per catturare il narco dittatore Noriega. Anche quella è stata un’operazione andata maluccio dal punto di vista militare, perché il bilancio delle vittime fu pesante, fu un’operazione lunga, faticosa.

Quindi dal punto di vista giuridico Trump non si sogna nemmeno di fondare il suo gesto sulla legalità internazionale. Dal punto di vista storico fa quello che tantissimi presidenti americani hanno fatto prima di lui. Tratta l’America Latina come il suo cortile di casa”.

Per quanto riguarda le motivazioni, Rampini fa chiarezza: “il petrolio sicuramente non perché ne abbia bisogno l’America. L’America ha l’autosufficienza energetica totale da anni, dai tempi di Obama. Però in questo momento mette le mani un petrolio che serve alla Cina. Perché voi in Europa vi raccontate che la Cina è una superpotenza verde. La Cina rimane la più grande consumatrice di energie fossili e la più grande inquinatrice e la più grande consumatrice di energia carbonica del pianeta. Ha bisogno di petrolio iraniano e venezuelano. Guarda caso i due paesi che Trump ha colpito nell’arco degli ultimi sette mesi”.

Questo è un via libera a Xi Jinping e a Putin verso Taiwan e verso l’Ucraina? “Mica tanto. Al contrario. – spiega Rampini – Perché le due potenze, Cina e Russia, escono sconfitte. Non sono capaci di difendere i loro alleati. Non hanno saputo difendere l’Iran e non hanno saputo difendere il Venezuela. Queste misurazioni dei rapporti di forza si pagano. Come Biden pagò con l’invasione dell’Ucraina la debacle della ritirata dall’Afghanistan, Trump sta dimostrando invece che l’America non è poi così in declino militare come la si descrive.

È un gesto che potete anche definire terrorista, illegale. Certamente dai punti di vista della legalità internazionale. Però è un gesto molto più normale nella tradizione americana di come lo stanno raccontando in tanti. Gli americani hanno sempre fatto queste cose qua in America Latina”, conclude.