Hamas accetterà il disarmo? Il nodo cruciale dietro il Piano di Pace: cosa può succedere dopo il rilascio degli ostaggi

Con la firma dell'accordo nella notte fra Israele e Hamas, inizia solo la prima fase del Piano di Pace di Donald Trump a Gaza. Una volta liberati gli ostaggi però, i jihadisti non avranno alcuna carta in mano e non sembrano intenzionati ad accettare il disarmo

L’accordo di pace a Gaza firmato nella notte fra Israele e Hamas può rappresentare una svolta storica nella questione israelopalestinese. Quello aperto da Donald Trump è l’unico spiraglio di pace, l’unica strada percorribile. Israele aveva già dato il suo ok, Hamas ci ha messo qualche giorno in più. Entrambe le parti hanno accettato di dare il via alla prima fase dell’accordo. La pace, oltre a ‘farsi in due’, va anche costruita step by step. E ogni ‘step’, ogni passo, ogni scalino, è parecchio incerto.

Il primo punto è quello all’apparenza più semplice, ma è anche cruciale: il rilascio degli ostaggi. O meglio, lo scambio dei prigionieri. Perchè se, da una parte, torneranno liberi gli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre (e con essi anche i corpi dei morti), dall’altra, faranno il percorso inverso circa 2000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Fin qui, nulla di così complicato. Il difficile arriva dopo.

Cosa può succedere dopo il rilascio degli ostaggi?

Il concetto espresso da Israele e dagli USA, fin qui, è stato piuttosto semplice: rilasciate gli ostaggi e l’operazione militare finisce subito. Ma Hamas non allungato all’inverosimile le tempistiche del rilascio. Il motivo è di facile intuizione. Gli ostaggi sono l’unica carta in mano ai terroristi per sedersi al tavolo delle negoziazioni, l’unico freno per Israele. Cosa succederà, dunque, una volta che gli ostaggi israeliani saranno tornati a casa?

Questa domanda apre, essenzialmente, a un bivio. La prima ipotesi è quella contenuta nel trattato di pace: dopo il rilascio degli ostaggi, si passa alla fase 2, quella relativa alla smilitarizzazione di Hamas. I guerriglieri ottengono l’amnistia, lasciano il Paese e accettano di non ricoprire alcun ruolo nella gestione della Palestina dopo il conflitto. In cambio Israele ritirerà le proprie truppe gradualmente permettendo l’insediamento di un governo tecnico guidato da Trump e con Tony Blair come figura di rilievo.

Questa è la situazione soft, quella in cui si procederà con la pace vera e propria, per intenderci, con il silenzio delle armi.

C’è un’altra eventualità sul tavolo, quella che spaventa più di tutte e che non può essere ignorata. Ovvero, quella in cui Hamas decida di non accettare il disarmo, questione sulla quale nutre parecchi dubbi e ha provato ad avanzare richieste. La condizione che Hamas non rappresenti più una minaccia per Israele è imprescindibile per arrivare alla pace. Se essa dovesse venire meno, non è da escludere una ripresa del conflitto.

Hamas conferma: “non discusso disarmo, valutiamo nuova forma di lotta”

Il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, nel corso di un’intervista rilasciata ad “Al Jazeera”, ha smentito che la questione del disarmo sia stata affrontata a Sharm el Sheikh. ”La discussione con i mediatori riguarda diverse opzioni per il cessate il fuoco, ma non sulla base della consegna delle armi”, ha sostenuto. Qassem ha ribadito che “l’arma della resistenza è legittima per difendere il nostro popolo e garantire l’indipendenza della decisione palestinese”, ma tuttavia “Hamas non ha obiezioni a trovare una formula per gestire la lotta nazionale palestinese”.

Qassem ha poi aggiunto che “l’accordo rappresenta per noi la fine della guerra feroce contro il nostro popolo, e spetta agli Stati garanti e ai mediatori costringere l’occupazione a rispettare i calendari concordati”. Qassem ha quindi sostenuto che ”se le condizioni sul campo lo permetteranno, i prigionieri (gli ostaggi israeliani, ndr) potranno essere rilasciati tutti insieme. E abbiamo informato i mediatori delle difficoltà legate alla consegna dei corpi dei defunti“.

L’ultima garanzia di Hamas

La guerra potrebbe riprendere presto, questa volta, con un’aggravante: Israele non dovrà più prestare attenzione alla possibile presenza dei propri ostaggi nella Striscia. Le conseguenze potrebbero essere gravissime. L’eliminazione di Hamas, nei piani di Israele, va ottenuta con ogni mezzo. Del resto, l’organizzazione terroristica, all’articolo 1 del proprio statuto, ha espresso l’intento di distruggere Israele e i fatti del 7 ottobre 2023 sono una ferita che non si rimargina. La convivenza è impossibile.

Liberati gli ostaggi, Hamas è spalle al muro: o le buone, o le bombe. Già in passato USA e Israele hanno dimostrato di non scendere a patti con i terroristi, se essi continuano a rappresentare una minaccia: il bombardamento USA sui siti nucleari dell’Iran e l’attacco su Doha che ha colpito una delegazione con i vertici di Hamas, ne sono una prova lampante.

Hamas ha un’unica, ultima, fragile garanzia. Quella di poter seguire l’accordo di pace e accettare la smilitarizzazione. Quell’accordo è stato firmato dai Paesi Arabi e promosso dalle principali nazioni di tutto il mondo che riconoscono in esso l’unica via per la pace. E cosa c’è senza la pace? La guerra.