C’è chi le denunce le minaccia e c’è poi chi le fa davvero. In ogni caso, quando sono avventate e temerarie, finiscono in un nulla di fatto. Anzi. Il denunciante si ritrova a doverne pure pagare le spese, oltre a rischiare di subire la rivalsa dell’ingiustamente denunciato. Ecco perchè viene da sorridere quando leggiamo le minacce di denunce ai giornalisti di StrettoWeb, spesso e volentieri da parte di personaggi politici, di mafiosi e ‘ndranghetisti, e di recente anche da parte dei proprietari delle squadre di calcio tra le due sponde dello Stretto.
Di denunce per diffamazione, StrettoWeb ne ha ricevute tantissime nel corso degli anni. Di condanne, neanche una: sempre archiviati o, nel caso dei processi, assolti con la formula più ampia “per non aver commesso il fatto” o perchè “il fatto non costituisce reato“. Le denunce sono quasi sempre arrivati da politici, ‘ndranghetisti o altri personaggi che occupano le sfere di potere. Non c’è stata una volta in cui non avevamo scritto la verità. Non c’è stata una volta in cui ci siamo intimiditi dalle denunce ricevute.
In alcuni casi, siamo stati coinvolti in procedimenti che riguardavano le dichiarazioni di terzi virgolettate ai nostri microfoni. Ovviamente anche qui siamo stati sempre assolti con la formula più ampia “per non aver commesso il fatto” o perchè “il fatto non costituisce reato“. Il giornalista non ha infatti alcun diritto- né tantomeno il dovere – di entrare nel merito di ciò che dicono terzi, se sono personaggi famosi: riportarne le dichiarazioni è il nostro mestiere, anche se i contenuti di quelle dichiarazioni dovessero essere falsi o eventualmente diffamatori. E’ l’autore di quelle dichiarazioni ad averne l’esclusiva e unica responsabilità, mai il giornalista.
Se – ad esempio – il calciatore Dervishi dice pubblicamente che la Reggina non gli ha pagato lo stipendio, non è compito del giornalista verificare se è vero o meno che lo stipendio è stato pagato. E’ una notizia meritoria di pubblicazione il fatto in sé che Dervishi dica che la Reggina non gli ha pagato lo stipendio. E se fosse falso, l’unica eventuale responsabilità di quel falso è di Dervishi e mai del giornalista che lo ha riportato. Questo prevede la legge. E ci mancherebbe pure.
Lo conferma l’ennesima sentenza del Tribunale di Reggio Calabria. Il denunciato, stavolta, era il consigliere comunale Nino Zimbalatti. Il denunciante era il presidente del Brescia, Massimo Cellino. Che quantomeno è stato intelligente, rispetto alla mediocrità locale: i suoi legali hanno avuto la competenza di denunciare esclusivamente il personaggio pubblico che ha dichiarato le parole incriminate, senza minimamente tirare in causa la testata giornalistica che quelle parole le ha riportate. Si sono risparmiati ulteriori spese legali. In ogni caso, la notizia è che neanche Zimbalatti ha diffamato Cellino: lo ha stabilito la legge.
Nella sentenza definitiva di archiviazione (non si farà neanche il processo), emessa dal giudice Claudio Treglia, vengono fornite anche le motivazioni della decisione. Zimbalatti il 10 luglio 2023 a margine di una manifestazione dei tifosi della Reggina per chiedere la riammissione in serie B della squadra amaranto, ai microfoni di StrettoWeb diceva che “la Reggina è come la famiglia, meritiamo la Serie B, ce la siamo conquistata sul campo. Non può venire il signor Cellino, che oltretutto, da questi microfoni voglio fare una denuncia alla Procura della Repubblica affinché indaghi il signor Cellino in quanto ha confessato un reato, un pubblico ufficiale che ha detto pubblicamente di aver bruciato alcuni faldoni prima dell’avvento della GDF per la copertura di alcuni mafiosi del Nord. Un’indecenza e una vergogna”.
Già secondo il PM, il contenuto pubblicato non costituiva fatto punibile “in quanto espressione del diritto di manifestazione del pensiero e del diritto di critica, e non sfociava pertanto in una denigrazione di Cellino tale da avere rilevanza penale“.
Il giudice – archiviando definitivamente la posizione di Zimbalatti dopo l’opposizione di Cellino alla prima richiesta di archiviazione del PM – rileva poi che nell’occasione di quelle dichiarazioni “sussisteva l’interesse pubblico sotteso alle dichiarazioni rese” e che “non pare superato il requisito della continenza, atteso che il richiamo alla circostanza per cui Cellino avrebbe protetto mafiosi del Nord costituisce un’espressione figurata che richiamava le note vicende di Calciopoli, notoriamente estranee all’organizzazione criminale siciliana e simili (come evidenziato al riferimento al Nord, parte geografica dell’Italia quantomeno inizialmente estranea al fenomeno mafioso vero e proprio), ma che avevano evidenziato – fondatamente o meno non interessa in questa sede – la sussistenza di un’organizzazione tesa a condizionare il campionato di calcio, dunque accostata alla mafia, con toni evidentemente aspri e polemici, ma volutamente iperbolici senza accusare lo stesso Cellino di far parte di organizzazioni criminali vere e proprie, tanto più che Zimbalatti stigmatizzava il fatto che Cellino avesse protetto dei mafiosi e non che egli stesso lo fosse“.
Alla fine il Brescia è stato ripescato in serie B al posto della Reggina esclusa dalla FIGC (correttamente, in base alle norme federali). Ma resta il fatto che quelle parole di Zimbalatti non sono un reato.
