
In realtà, però, sostenere che le risorse a disposizione degli enti locali siano esigue non è un atto di blasfemia e prendere atto che il Governo, con tutta la buona volontà del caso, non possa drenare risorse illimitate è parimenti un’affermazione sin troppo ovvia. Soltanto una lettura ideologica dei fenomeni migratori, di destra o di sinistra che sia, può cancellare questi dati di fatto.
In un editoriale apparso oggi sul Corriere della Sera, Gian Antonio Stella – autore, fra l’altro, dello splendido libro “L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi” – sgombera il campo dai luoghi comuni: “non si può liquidare – scrive l’editorialista del quotidiano milanese – come fottuti egoisti quanti sono chiamati a incessanti emergenze senza capire bene cosa lo Stato vuol fare. Quali sono le prospettive oltre l’affanno quotidiano“. Il punto è esattamente questo: preso atto del disimpegno comunitario, costellato sempre da frasi di buona creanza e di dolore per le stragi in mare e per il cimitero Mediterraneo, i territori e gli enti locali sono abbandonati a loro stessi, con una sorta di penalità geografica.
Uno Stato autorevole non può giocare al rimpiattino delle competenze: è assurdo che la Sicilia ospiti il 21% dei rifugiati mentre il Friuli, terra ricca di risorse e d’opportunità, apra soltanto al 3% di essi. Siccome i disperati al mondo non mancheranno mai e di strateghi lungimiranti in giro non se ne vedono molti, progettare almeno dei siti per garantire ospitalità in maniera equanime sarebbe un atto dovuto. Dovuto, in primo luogo, a chi sul territorio lavora per l’integrazione, senza cianciare a vanvera contro il capitalismo o contro l’orco comunitario.
