Reggio, Horcynus Festival invernale. I Fratelli Mancuso a Strettoweb: “un sentimento di insularità dell’anima guida la nostra musica” [FOTO]

IMG_0447Manca davvero pochissimo all’evento conclusivo dell’Horcynus Festival invernale, una serata tutta all’insegna della cultura, della musica, dell’arte in generale. Proprio questo sabato infatti, come avevamo preannunciato, al Teatro Politeama Siracusa di Reggio Calabria si snoderà la serata finale del Festival, con ingresso gratuito fino ad esaurimento posti, nel segno dell’esperienza costituzionale tunisina e della musica nomade.

E a proposito di musica nomade, abbiamo intervistato due degli ospiti d’onore dell’evento, due artisti, due musicisti, due fratelli di origine siciliana che hanno fatto della musica la propria vita, oltre che la propria professione.

Una storia molto appassionante, ricca, profonda, quella dei Fratelli Mancuso, Enzo e Lorenzo, nati a Sutera, in provincia di Caltanissetta, ed emigrati giovanissimi in Inghilterra dove hanno lavorato per 8 anni in fabbriche metalmeccaniche.

Quest’oggi abbiamo incontrato i due artisti, siciliani nel cuore e nell’anima, in occasione di una loro visita al Museo dello Strumento Musicale di Reggio Calabria, un luogo distrutto circa un anno fa da un incendio doloso. Ben 64 milioni di euro sono necessari per completare il lavori nel Museo, anche se recentemente la Regione ha sbloccato 15 mila euro con cui si potrà iniziare a fare qualcosa. A seguito di quella triste occasione che ha visto dato alle fiamme il Museo, sono rimasti inceneriti, tra le altre cose, un Armonium del 1800, buona parte dei cordofoni e un 30% degli strumenti (originariamente erano 800).

Proprio in quello che avrebbe dovuto continuare ad essere, e che si spera sarà nuovamente prima della prossima estate, il “Tempio” della musica in città, i Fratelli Mancuso ci hanno resi partecipi di alcuni stralci della loro vita, una vita fatta di lavoro, di gran fatiche e sacrifici, ma pur sempre tratteggiata da un comune denominatore risultato più che mai evidente oggi: la musica.

“Già a Londra – ci raccontano i due artisti – facevamo dei concerti, ma per gli amici. Nel 1981 decidemmo di tornare in Italia perché la situazione degli operai in Inghilterra era diventata molto più pesante, e in più eravamo molto giovani, così ci siamo incominciati a porre delle domande, del tipo: ‘ma la nostra vita sarà sempre in fabbrica con questa Londra grigia, piena di insoddisfazioni? E così decidemmo di tornare in Italia, dove un nostro amico, da cui ci appoggiavamo già quando prendevamo le ferie dal lavoro in fabbrica, ci procurò le prime sistemazioni in Umbria, a Città della Pieve (tutt’oggi vi abitano), e qui per i primi tempi abbiamo fatto i lavori che capitavamo, dal manuale edile, alla raccolta del tabacco; lavori che non hanno avuto un seguito. Abbiamo, a questo punto – raccontano sempre i Fratelli Mancuso – iniziato a fare i primi concerti e da lì ci ascoltò una ragazza tedesca, la quale si mostrò molto interessata alla nostra musica: ci portò in Germania, da dove partì il primo tour, per poi passare alla Spagna, alla Francia, ai primi dischi; insomma è diventata, senza che noi l’avessimo voluto, una professione”.

Esperienze, collaborazioni, successi innumerevoli, ecco ciò che i Fratelli Mancuso si sono portati dietro negli anni e in tutto il mondo: composizioni di colonne sonore, cd, concerti e anche film. Ma andiamo a conoscere un po’ più a fondo la vita dei due artisti:

– La vostra musica, com’è noto, trasmette e incarna in sé uno stile personale, nuovo e moderno nello stesso tempo; siete un po’ dei menestrelli moderni. Come si è evoluto il vostro stile a seguito di esperienze fatte a livello mondiale? In che modo si è arricchito il vostro bagaglio culturale e artistico?

Per noi è difficile affrontare questo tema – esordisce Enzoperché non si ha naturalmente un giudizio, una visione obiettiva di quello che siamo, nel senso che quello che noi pensiamo di essere, di rappresentare, può non combaciare con quello che la gente ci riconosce o si riconosce in noi; più nello specifico il nostro fare musica, la nostra espressione si è modificata continuamente nel tempo attraverso le esperienze che abbiamo maturato nella nostra vita e gli incontri che per fortuna abbiamo avuto, e che hanno lasciato un segno nella nostra sensibilità anche musicale; naturalmente tutto questo è un lavoro che a volte avviene ‘sotto traccia’, avviene quasi a livello inconscio, perché quando lavoriamo troviamo delle soluzioni che secondo noi poi sono quelle che risultano da, appunto, quel fiume carsico che ci attraversa e ad un certo punto esce fuori la luce del sole. È molto difficile parlare di un processo di maturazione, di uno stile che si forma attraverso il tempo, perché tutto avviene nella nostra memoria, nella nostra coscienza, e nella nostra incoscienza.

– Seguendo la scia della maturazione, della crescita artistica, voi che la situazione del Meridione la conoscete bene, c’è una cosa in particolare che vi sentite di dire ai giovani artisti del Sud che cercano di emergere?

Sono tanti i giovani che si affacciano alla musica – risponde Lorenzoche cominciano a lavorare con la composizione, con il recupero delle tradizioni, anche se oramai di recupero è rimasto poco, perché negli ultimi 20-30 anni è stato quasi tutto distrutto, essendo tutto rilegato nella tradizione al mondo del lavoro, al mondo sociale, per cui sono scomparsi anche quei modi di cantare, di sentire e di manifestare la proprio identità. Diremmo ai ragazzi giovani soprattutto di non copiare gli altri, di cercare sempre di avere la consapevolezza di essere una stella che brilla di luce propria, di non farsi illuminare dagli altri per star dietro agli altri, per copiare uno stile, soprattutto di non andare dietro alle mode musicali, anzi controcorrente: andate fuori dalle mode!  Soltanto in questo modo si ha la possibilità di avere un pubblico più attento, selezionato, profondo, preparato che dà più soddisfazione di quello dell’applauso da un intrattenimento facile in una serata di concerto da divertimento.

 

– Continuiamo a parlare di pubblico, anzi di diversi tipi di pubblico che voi avete avuto modo di conoscere, tra cui quello del cinema. Parlateci un po’ dell’esperienza nel film “Il talento di Mister Ripley”, del regista inglese Anthony Minghella, a cui avete partecipato nelle vesti di musicisti e di attori.

Abbiamo avuto questa esperienza alcuni anni fa nel film in cui recitarono Matt Damon, Gwyneth Paltrow, Jude Law. C’è da dire che il nostro lavoro, soprattutto nel teatro e nel cinema, si snoda sempre attraverso la musica, la composizione di colonne sonore; nel teatro, ad esempio, attraverso musiche di scene: siamo da diverso tempo in giro con due compagnie teatrali, quella di Emma Dante con Medea, e del Teatro delle Albe di Ravenna con ‘Rumore di Acque’, che parla degli annegati che arrivano dall’Africa con barconi di fortuna senza mai raggiungere le nostre coste perchè nel Canale di Sicilia annegano, appunto, affondano e nessuno mai saprà di loro, né il nome né la loro vita. Quindi c’è quest’opera per cui noi abbiamo composto tutta la musica di scena e proprio il prossimo 9 dicembre partiremo per Bruxelles, dove faremo (il 10) la replica al Parlamento Europeo dell’opera suddetta. Il nostro lavoro si intreccia con il teatro, che ha una funzione molto specifica  perché non è musica di scena da commento musicale, ma drammaturgia musicale che con il regista intreccia la storia.

 

– Adesso parliamo un po’ del vostro coinvolgimento nell’Horcynus Festival invernale e della vostra collaborazione con la Fondazione Horcynus Orca. Sabato sera vi esibirete sul palco del “Siracusa” accompagnati dall’Orchestra del Teatro “Francesco Cilea”, diretta da Dario Siclari…

 Si! Porteremo le nostre composizioni, le nostre canzoni arrangiate per orchestra ed è un’occasione della quale siamo molto felici perché non è così facile esibirsi con un’orchestra; riteniamo anche sia un privilegio avere la collaborazione di tanti orchestrali che si prestano e prestano la loro arte a suonare le nostre composizioni. 30-40 anni fa, quando abbiamo iniziato a fare questo lavoro, non avremmo mai immaginato di trovarci un giorno ad avere dietro di noi un’orchestra che accompagna le nostre canzoni.

È la prima volta che siamo qui a Reggio. Abbiamo lavorato anche con orchestre del Massimo di Palermo, di Catania, Roma, però ogni volta è un’emozione grande perché è la prova di come non abbia davvero più senso oggi come oggi parlare di musica colta e musica non colta; finalmente è arrivato il momento di fare questo sforzo culturale e abbattere le frontiere: esiste la musica buona e quella meno buona, e questa è quella che non cerca nel proprio fondo una verità.  Quindi tutte le espressioni musicali, tutte le espressioni artistiche che hanno nella loro visione questa verità sono arte secondo noi; perciò la vera divisione è da fare in quel senso lì, non certo tra generi o altro.

– Ma nella vostra musica cosa c’è della Sicilia? Sapreste descrivermelo con un aggettivo?

                                                                                                                                                           

Una bella domanda – afferma Enzoci  sono stati scrittori, poeti in Sicilia (Bufalino, Sciascia e altri) che si sono arrovellati nel definire il sentimento siciliano, che cosa significa essere siciliani o esternati in Sicilia. Quindi è difficile trovare un aggettivo che definisca per noi cosa significa la Sicilia: diciamo che è quel sentimento di insularità dell’anima  che è difficile da spiegare e che proprio perché è difficile è fonte sempre e continua di ispirazione, un po’ come quando i portoghesi parlando della ‘saudade’; sono termini che vanno continuamente aggiornati nella filosofia e nel pensiero, e quindi aggiornandoli si produce sempre nuova letteratura e nuova musica.

– Cosa volete comunicare con la vostra musica? Vi siete preposti di trasmettere un messaggio in particolare?

Forse parlare di messaggio ci sembra oramai un po’ troppo presuntuoso. Diciamo che vogliamo dare un segnale di un passaggio nostro in questa vita, che ci ha visti da operai costretti a diventare musicisti; noi abbiamo iniziato a fare musica perché non riuscivamo a trovare lavoro quando siamo tornati dall’Inghilterra, dopo 10 anni di emigrazione. La nostra musica è stata l’ancora di salvezza. Se si ha rispetto per sé stessi, per quello che ognuno di noi è capace ad esprimere, a rappresentare, forse quelli che intorno a noi ci vedono e ci ascoltano possono trarre un beneficio e dire che è possibile magari vedere le cose con un altro punto di vista, non soltanto con quello troppo materiale, troppo indirizzato al benessere, al guadagno facile, ma a qualcosa che costruisci insieme agli altri in una società più giusta, più civile e più umana soprattutto.

– Oggi siamo in un luogo “simbolo” della vita culturale, musicale della città di Reggio Calabria, un luogo distrutto in tutto il suo patrimonio artistico. Quali sono state le vostre impressioni non appena avete visto come l’incendio, appiccato ormai un anno fa, ha ridotto il Museo dello Strumento Musicale?

L’impatto che abbiamo avuto appena siamo entrati si rifà a questa ferocia dell’uomo nei confronti dell’arte, della bellezza. Questo ci ha dato un po’ la sensazione di essere incapaci a sopravvivere di fronte a questa malvagità, a questi interessi che sono poi interessi economici, di  territorio. Cosa si può trarre di positivo? Vedendo questi strumenti bruciati che non suoneranno più si può dare loro dignità creando un’istallazione, componendo una colonna sonora, mettendoli insieme (questi strumenti) a foto, a sculture, per mostrare il degrado dell’uomo che si manifesta per poi magari concludere con una nota positiva, perché dobbiamo sempre lasciare una porta aperta a qualcosa che può darci la possibilità di cambiare  questa situazione. Suggerirei – dice Lorenzo – anche di organizzare dei concerti una volta che il Museo sarà ripristinato: c’è un palco qui bellissimo; che si crei una rete tra i musicisti e si cerchi di fare un concerto, e l’incasso, poi, che si devolva al Museo. Questi soldi potrebbero servire soprattutto per migliorare la struttura, per comprare strumenti e anche per garantire  un’assicurazione nel caso succeda un’altra volta quello che è successo, così almeno da avere le spalle coperte”.

“Ci sono tantissime esperienze fatte che portiamo nel cuore – conclude così il racconto Enzo Mancuso, volendoci trasmettere alcune emozioni che hanno segnato il suo percorso di vita – dal punto di vista umano, ricordiamo figure molto importanti, significative; tra le prime tournèe che facemmo in Francia forse la prima ce la ricordiamo con particolare affetto: eravamo in una rassegna di cantastorie di tutto il mondo e noi rappresentavamo la Sicilia. Lì c’era un bravissimo raccontatore di storie africano che si accompagnava con la ‘sanza’, chiamato anche pianoforte a pollice, ed era una persona straordinaria, e anche un figura molto importante nel suo Paese. Condividemmo con lui e con altri  un mese di vita da musicisti girovaghi, e una sera a cena non so come uscì fuori una battuta su quello che ci stavano servendo; lui subito si fece serio perché ricordò una tragedia che lo colpì: aveva avuto problemi con la moglie, che era molto gelosa della sua figura pubblica, e allora una sera gli preparò la cena avvelenata, non calcolando, però, il fatto che poteva arrivare prima la figlia. Cosa che è avvenne: mangiò la cena e morì. Lo capimmo subito – spiega Enzo Mancuso –  che questa persona, questo artista, cercava di schiacciare quel ricordo per tutto il tempo”.

“Un’altra esperienza molto bella – aggiunge Lorenzosi rifà al periodo passato in Argentina, a Buenos Aires: dopo il concerto lì in teatro succede spesso che persone incuriosite vengano poi a salutarti; ad un certo punto, arriva da noi una ragazza con il suo fidanzato, abbracciandoci e ringraziandoci per il concerto che le aveva ricordato il nonno di origini siciliane, morto lì a Buenos Aires senza esser mai potuto tornare nella sua terra. Dopo di questa ragazza arrivò un signore di una certa età che parlava l’italiano; era un poeta di origini italiane che trovava molta poesia, secondo quanto ci disse, nella nostra musica. Proprio per questo, ci regalò un suo libro di poesie con dedica, anche se poi aggiunse un altro dono, per trasmetterci a pieno cosa noi gli avessimo dato quella sera: tirò fuori dal portafoglio una foto scattata ad una bellissima donna con una bambina in braccio e ci spiegò che quelle erano sua moglie e sua figlia, cioè le cose più belle che aveva nella vita, e quella stessa foto, insieme al libro, la custodiamo per ricordo ancora oggi”.

Tanto cuore in questo racconto, un amore, un senso di fratellanza che i Fratelli Mancuso comunicano al loro pubblico (e non) attraverso la loro arte, un’arte di cui anche Reggio si potrà dire testimone sabato sera al Teatro Politeama Siracusa.