L’aspetto più importante, rilevato tramite le indagini, è quello che ha attestato una stretta comunione di interesse nella gestione delle attività economiche e finanziarie dei rispettivi responsabili. È stata messa su una vera e propria “holding familiare”, dotata di una cassa comune e di potere decisionale per investimenti collegiali; gli intrecci illeciti di rapporti societari sono stati ricostruiti risalendo a varie cessioni e intestazioni di quote nell’ambito dei membri della famiglia, che utilizzava il denaro comune per finanziare l’attività usuraria o per investire nella costituzione o acquisto di nuove società e nella costruzione di immobili.
Dal 2004, periodo di maggiore espansione delle attività, i tre fratelli avrebbero investito molto in beni e società, alcune volte in maniera ufficiale, altre facendo ricorso a intestatari fittizi, utilizzando le notevoli disponibilità finanziare ricavate dalla loro attività delittuosa.
Nel complesso, i beni comprendono quote societarie e compendi aziendali relativi a 17 società operanti nei settori di promozione pubblicitaria, edile, produzione e vendita di mobili, calzature, abbigliamento, finanziario ed onoranze funebri, 12 immobili ubicati nei comuni di Belvedere Marittimo, Cetraro, Scalea e Longobardi e diverse disponibilità bancarie e finanziarie.
