“Qual è il tuo orientamento sessuale?”. Polemica a “Bella ma” con l’ex don Ravagnani: la riflessione di un prete reggino

Don Giovanni Zampaglione critica la "gogna mediatica" sul caso dell'ex prete Alberto Ravagnani

Tutti conosciamo Don Giovanni Zampaglione. Esempio di provata fede dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova, Don Giovanni è tra i parroci più seguiti d’Italia sui social media. Acclamato come “parroco 2.0” e “missionario digitale”, unisce l’eterna missione sul campo a una formidabile potenza di fuoco online, trasformata nello strumento definitivo di un’evangelizzazione senza confini. Oggi, però, il sacro sdegno s’è acceso in lui: infuriato per quanto è successo nell’ultima puntata di Bella ma…, Don Giovanni alza la voce e tuona: “non ho visto la puntata di Bella ma…, dove il presentatore Diaco ha intervistato il signor Alberto, ma, nel leggere e sentire ciò che è accaduto, sono rimasto basito.

Mi riempie di sconforto constatare a quale livello di spietatezza e morbosità sia arrivata l’informazione. Non si può assistere in silenzio a un simile processo mediatico, dove la fragilità umana e la sofferta crisi di coscienza vengono calpestate e date in pasto al pubblico per una manciata di share. L’insistenza quasi ossessiva con cui Pierluigi Diaco ha incalzato Alberto Ravagnani, chiedendogli ripetutamente del suo orientamento sessuale (“Sei attratto dagli uomini o dalle donne?”) e scavando nei dettagli della sua intimità dopo aver lasciato il sacerdozio non è giornalismo: è violenza morale. Significa profanare scientemente il santuario della coscienza altrui, riducendo un doloroso cammino di discernimento a mero gossip pruriginoso.

Davanti a questo atteggiamento inquisitorio, tornano alla mente le parole del Vangelo di Matteo: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con cui giudicate sarete giudicati” (Mt 7, 1-2). Chi siede su una cattedra televisiva per puntare il dito dimentica che nessuno di noi è privo di fragilità. A mio avviso, il conduttore televisivo ha agito come i farisei, pronti a scagliare pietre verbali senza alcuna misericordia. Eppure, la Scrittura ci insegna un altro modo di accostarci a chi soffre o cambia strada. Nel profeta Elia scopriamo che Dio non è nel vento impetuoso della polemica, ma in un “sussurro di brezza leggera” (1 Re 19, 12). È in quel rispetto silenzioso, e non nelle urla del palcoscenico, che si incontra la verità dell’uomo.

Come scriveva il grande teologo Dietrich Bonhoeffer: “Il primo servizio che si deve agli altri consiste nell’ascoltarli… e l’ascolto cristiano è un ascolto che sa tacere”. Diaco, secondo me, ha fatto l’esatto opposto, calpestando quel confine invisibile che persino poeti come Alda Merini difendevano quando scrivevano che “La fragilità è un valore, non una debolezza da esibire o selezionare”. In quanto credente e sacerdote, non ho accettato in passato e, ultimamente, alcune esternazioni e qualche battuta triste inerente al seminario, pronunciata sul palco di Ballando con le Stelle da parte di Alberto. Oggi scelgo di stare dalla parte di Alberto.

Di fronte alla gogna e alla violenza di quella domanda incalzante, gli esprimo la mia totale vicinanza, con l’augurio che possa trovare pace e la libertà che cerca lontano dai tribunali mediatici. La fragilità di un uomo resta terra santa: e davanti a quella terra, Diaco avrebbe dovuto togliersi i sandali del giudizio.
Concludo questa mia riflessione con le parole di una voce profetica: Don Primo Mazzolari, che ricordava come “La carità non fa processi, la carità accoglie il viandante senza chiedergli da quale strada provenga”. Una lezione di umanità e di fede che in quello studio televisivo è stata, secondo me, completamente dimenticata”.