Neanche il tempo di controllare le proiezioni da oltreoceano che a Roma era già partita la festa. I Democratici hanno conquistato la Camera il Senato: per Donald Trump è una sconfitta pesantissima alle Midterm 2026. E per una fetta dell’opposizione italiana è il momento di scrivere il sequel: il prossimo nome da barrare in rosso (occhio al colore, negli USA sono invertiti) è quello di Giorgia Meloni.
Il segretario del Pd Elly Schlein ha dichiarato: “i democratici stravincono contro Trump e gli oligarchi”. L’eurodeputato di Avs Ilaria Salis ha tolto ogni dubbio sul destinatario del messaggio: “Meloni, sei la prossima!”. Il suo post, tra l’altro, citava “Una battaglia dopo l’altra”: titolo da film, peccato che qui la sceneggiatura faccia acqua. Anche Magi di +Europa ha già emesso la sentenza: se Trump ha pagato il conto alle Midterm, Meloni lo pagherà alle Politiche.
Midterm, l’America presenta il conto a Trump… al distributore
A spiegare perché i repubblicani hanno perso non servono analisti: lo ha fatto il vicepresidente. JD Vance, nel suo primo commento dopo la batosta, ha scritto: “The reason we lost is the war.” Cioè: la ragione della sconfitta è la guerra in Iran. Lo stesso Vance che a inizio settembre, davanti ai giornalisti, diceva “I wouldn’t call it a war”, “non la chiamerei guerra”. Trump, interpellato sull’analisi del suo vice, l’ha definita “largely true”, in gran parte vera, pur ribadendo che lo rifarebbe.
Attenzione, però, perché qui sta il punto. Gli americani non sono diventati pacifisti dall’oggi al domani: di guerre, dal Vietnam all’Iraq, ne è piena la storia a stelle e strisce. A fare la differenza è stata la percezione di una gestione allo sbando: un conflitto che, secondo quanto riferito dalla stessa Casa Bianca all’inizio, sarebbe durato poche settimane e che invece, tra cessate il fuoco fragili e raid sospesi, è andato avanti per mesi, con la crisi dello Stretto di Hormuz a fare da sfondo. E soprattutto con un effetto diretto sulle tasche degli elettori.
Prima dell’attacco del 28 febbraio la benzina negli Usa costava in media circa 2,95-2,98 dollari al gallone. A metà-fine maggio ha toccato il picco di 4,55 dollari, oltre il 50% in più. A fine agosto, secondo i dati Aaa, era ancora a 4,09 dollari, +39% rispetto all’inizio del conflitto, e con il diesel a ridosso dei 5,80 a inizio settembre. E parliamo del maggior produttore di petrolio al mondo, mica di un Paese che dipende dalle importazioni. A settembre Trump prometteva che i prezzi sarebbero scesi subitp dopo il voto. Gli elettori hanno preferito non aspettare.
Meloni, Sigonella e il “no” che nessuno vuole ricordare
Spostiamoci in Italia. Chi ha voluto la guerra contro l’Iran? Non Giorgia Meloni, che secondo le ricostruzioni giornalistiche non sarebbe stata avvisata in anticipo da Trump (la sinistra ha fatto polemica anche su questo, per la legge del tutto e il contrario di tutto). Chi ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri americani diretti verso Teheran? Il governo Meloni: era il 27 marzo e il no, motivato con la necessità del passaggio parlamentare e con la richiesta tardiva, ha fatto infuriare Washington. Il ministro Crosetto ha precisato che le basi restavano comunque attive e che non c’era alcuna sospensione generale, ma il messaggio politico è arrivato forte e chiaro. Con tanto di eco del precedente di Craxi del 1985, quello Sigonella che nei libri di storia resta una delle poche volte in cui un premier italiano ha alzato la testa davanti agli Usa.
E Trump come ha reagito? Non esattamente con un mazzo di fiori. Ad aprile il presidente americano ha scritto: “l’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro!”. A giugno è esploso il caso del “selfie” al G7, con Meloni che ha replicato “io e l’Italia non imploriamo mai”. A luglio, al vertice Nato, Trump ha puntato il dito contro gli alleati che non l’hanno aiutato nell’attacco all’Iran, Italia compresa. Un’alleato che dice no, un presidente che la insulta: l’identikit della “serva di Trump” proprio non torna.
E qui la sinistra ha dato il meglio di sé. Quando il presidente Usa ha attaccato Meloni, Schlein ha condannato quegli attacchi come “inaccettabili e da respingere con forza” (va detto, con onestà intellettuale). Conte, invece, ha sentenziato: “Meloni prende schiaffi da Trump dopo aver concesso di tutto e di più”. Bonelli e Fratoianni sono andati oltre: secondo loro Meloni “si deve dimettere”. Riassumendo: se Trump è amico, è un problema; se Trump è nemico, è un problema lo stesso. Il vecchio, caro “testa vinco io, croce perdi tu”.
Caro benzina: il problema è Hormuz, non Palazzo Chigi
L’idea che gli italiani possano “punire” Meloni alle Politiche 2027 per il caro benzina come gli americani hanno fatto con Trump è un cortocircuito logico. Il rincaro è un fenomeno globale: secondo i dati di GlobalPetrolPrices, ha toccato almeno 145 Paesi. Il Brent, che il 23 febbraio quotava 71,28 dollari al barile, ha superato i 111 a inizio aprile per poi assestarsi attorno agli 87 a fine agosto.
In Italia la benzina self, secondo i dati del Mimit, è passata da 1,67 euro al litro del 27 febbraio a 1,86 del 18 marzo, prima del taglio delle accise deciso dal governo che l’ha riportata a 1,72. A un mese dall’inizio del conflitto la benzina era salita del 7,5% in Italia contro il +15,4% della Francia, il +13,8% della Germania e il +17,8% della Spagna. A fine agosto, per onestà, l’Italia risultava un po’ sopra la media Ue (+21,3% contro circa +16% per la benzina), ma comunque molto lontana dal +39% americano.
Il ragionamento, semplice semplice, è questo: se persino gli Stati Uniti, primo produttore al mondo, hanno la benzina alle stelle, il problema non è Meloni. L’America ha punito chi ha deciso di attaccare l’Iran. L’Italia, come Francia e Germania, quella decisione l’ha subita. Cambiano i protagonisti, cambia il copione.
Amici di Trump? Chiedere a “Giuseppi”
E poi c’è il capitolo “amicizia con Trump”, usata come arma contundente contro Meloni. Che a ben vedere è un normale rapporto diplomatico tra due leader di Paesi alleati. Certo, con Trump la cordialità c’è stata per anni (Meloni fu l’unica leader Ue invitata al suo secondo insediamento), ma si è schiantata contro il muro della guerra. Un feeling dichiarato, nero su bianco, c’è stato eccome, ma con altri.
Il 27 agosto 2019, nel pieno della crisi di governo, il presidente Usa twittava il suo endorsement al premier dimissionario: “un uomo davvero talentuoso che spero possa rimanere Primo Ministro”. Il nome? “Giuseppi” Conte, errore di battitura di Trump trasformato in un soprannome a vita. Non è stato un caso isolato: nell’ottobre 2019 Conte venne criticato per aver autorizzato due incontri considerati molto irrituali tra i vertici dei servizi segreti italiani e l’allora ministro della Giustizia Usa William Barr, mandato da Trump a cercare le prove del Russiagate. E ancora a fine marzo 2026 Conte ha incontrato Paolo Zampolli, inviato di Trump, una reunion che destò molto clamore.
Meloni, invece, è stata ricevuta due volte alla Casa Bianca da Joe Biden (il 27 luglio 2023 e il 1° marzo 2024), e venne criticata anche per questo. Rapporti istituzionali con tutti gli inquilini della Casa Bianca, quindi. Ma da noi l’amicizia con gli Usa è un titolo di merito o un’infamia a seconda di chi governa e di chi abita a Washington.
Da D’Alema a Clinton: l’atlantismo a geometria variabile
Nell’ottobre 1998, per l’eventuale intervento Nato in Kosovo, la concessione delle basi italiane fu decisa dal Consiglio dei ministri, con il governo che rivendicava di poterlo fare senza un passaggio parlamentare. Poi vennero i bombardamenti su Belgrado, con i caccia italiani in volo e Bill Clinton alla Casa Bianca. Premier: Massimo D’Alema, centrosinistra.
Cosa sarebbe successo a Meloni se avesse concesso basi e aerei senza chiedere un voto alle Camere? Il processo sommario sarebbe già in corso.
E c’è un altro piccolo dettaglio: la stessa sinistra che fino a ieri dipingeva gli Stati Uniti come una destra autoritaria da cui prendere le distanze, oggi, con i Democratici vincenti, riscopre il modello americano come esempio da imitare. L’esponente Pd Ricci parla di una “boccata d’ossigeno” per l’Europa. Gli Usa sono un alleato strategico per una settimana, pessimi per tre anni, esemplari quando la maggioranza cambia. Capito il meccanismo?
Baratro, dittatura, uscita dall’Europa: le profezie e i numeri
Veniamo al capitolo più divertente: il baratro. Ci hanno profetizzato un’Italia sull’orlo del precipizio con Meloni a Palazzo Chigi: conti fuori controllo, uscita dall’Europa, diritti a rischio, ritorno di ventenni che appartengono ai libri di scuola. L’Italia è ancora saldamente nell’Ue e nell’euro, si vota regolarmente (il governo ha pure perso il referendum sulla giustizia e nessuno ha chiuso le urne) e l’opposizione può permettersi di organizzare feste per i risultati altrui.
E i numeri? Nell’ultimo sondaggio Lab21 (23-30 ottobre) Fratelli d’Italia è primo partito al 28,4%, con il Pd al 20,1% e il M5s al 13%; la valutazione dell’operato di Meloni è al 54,9%. Nel sondaggio Swg per il Tg La7 del 21 settembre FdI era al 27,1%. Ben lontani dal calare a picco, insomma, sebbene i poli siano appaiati: nell’ultima rilevazione Swg il centrosinistra allargato è al 45% e il centrodestra al 43,8%, con Vannacci che sottrae preferenze al centrodestra. Se Meloni fosse il Trump italiano, i sondaggi dovrebbero assomigliare a quelli di Trump a ottobre, dati nettamente perdenti, e invece il partito della premier resta il più votato d’Italia, con 6-8 punti di vantaggio sul secondo (Pd). Quindi o gli italiani non capiscono un tubo o la propaganda della sinistra fa acqua da tutte le parti. E se la democrazia ha sempre ragione…
Sul fronte dell’economia, invece, nessun miracolo ma nemmeno il disastro annunciato. Secondo l’Istat, nel secondo trimestre il tasso di occupazione ha toccato il record storico del 63,1%, con 24 milioni e 363mila occupati. Il Pil è cresciuto dello 0,3% nel primo trimestre e dello 0,2% nel secondo (+1% sull’anno), battendo le attese: “Continuate pure a sottovalutarci”, ha scritto Meloni il 30 luglio. Certo, il terzo trimestre ha segnato un Pil piatto (+0,8% sull’anno e crescita acquisita 2026 allo 0,8%) e a settembre la disoccupazione è risalita al 6,3%: luci e ombre, come in ogni economia che sta incassando uno shock energetico globale. Un dettaglio che torna in mente solo quando si danno le colpe, mai quando si fanno le analisi.
La destra smetta di giustificarsi
C’è, infine, un problema che sta dentro casa. Mentre l’opposizione festeggiava, la maggioranza ha scelto la strada del silenzio. Meloni, a caldo, si è limitata a un “Di America parliamo in un altro momento”; il giorno dopo, in un’intervista, ha spiegato che “Per i rapporti tra Italia e Stati Uniti non cambia nulla”. Va benissimo la prudenza istituzionale. Ma sul piano politico la destra italiana finisce spesso a dover quasi chiedere scusa, a cercare l’approvazione di chi la critica a prescindere.
Non serve. Basta la concretezza della realtà, tanto sul fronte interno, quanto sul paragone elettorale. Meloni non ha voluto la guerra, non ha messo a disposizione Sigonella per i bombardieri e ha litigato con Trump per difendere la sovranità del Paese; l’Italia, come Francia e Germania, subisce una crisi energetica che nasce a Teheran e a Washington, non a Palazzo Chigi; e il suo partito, sondaggi alla mano, è ancora il primo. Per punire Trump gli americani hanno guardato il distributore. Per punire Meloni, la sinistra dovrebbe spiegare agli italiani cosa ha sbagliato su una guerra che non ha voluto e in che modo loro avrebbero cambiato i prezzi della benzina. Auguri.
