Gli Stati Uniti si preparano a una delle notti elettorali più importanti della presidenza di Donald Trump. Martedì 3 novembre 2026 si vota per le elezioni Midterm, l’appuntamento che si svolge a metà del mandato presidenziale e che potrebbe cambiare profondamente gli equilibri politici di Washington. Gli americani non dovranno scegliere un nuovo presidente, ma stabilire chi controllerà il Congresso degli Stati Uniti nei prossimi due anni. Il risultato determinerà quanta libertà d’azione avrà Trump nella seconda parte del suo mandato e quanto spazio avranno i democratici per contrastare le sue politiche.
Per chi seguirà le elezioni americane dall’Italia, l’appuntamento sarà nella notte tra martedì 3 e mercoledì 4 novembre. Le prime chiusure dei seggi scatteranno a mezzanotte italiana, ma serviranno diverse ore per comprendere l’andamento complessivo del voto. La fascia più interessante sarà quella tra le 3 e le 7 del mattino, quando lo scrutinio negli Stati decisivi potrebbe fornire indicazioni significative sul futuro della Camera e del Senato. Non è tuttavia escluso che per conoscere con certezza la composizione del nuovo Congresso siano necessari diversi giorni.
Cosa sono le elezioni Midterm e perché sono così importanti per Trump
Per comprendere la posta in gioco bisogna partire dal funzionamento del sistema politico americano. Le Midterm Elections sono le elezioni che si tengono ogni quattro anni, a metà del mandato del presidente degli Stati Uniti. In America si vota per il Congresso ogni due anni: una volta contemporaneamente alle presidenziali e una volta, appunto, a metà del quadriennio presidenziale.
Il Congresso americano è composto da due Camere: la Camera dei rappresentanti, che conta 435 seggi con mandati di due anni, e il Senato, formato da 100 membri, due per ciascuno dei cinquanta Stati, eletti per sei anni. Mentre tutti i rappresentanti devono affrontare le urne ogni due anni, i senatori vengono rinnovati progressivamente, circa un terzo per volta.
Il 3 novembre 2026 saranno quindi in palio tutti i 435 seggi della Camera e 35 seggi del Senato, comprendendo 33 elezioni ordinarie e due suppletive. Gli elettori saranno inoltre chiamati a scegliere numerosi governatori, rappresentanti delle assemblee statali e altre cariche locali, oltre a esprimersi su diversi referendum e quesiti territoriali.
Per Trump si tratta di un passaggio cruciale. Il presidente repubblicano è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025 e il suo mandato terminerà nel gennaio 2029. Una vittoria dei democratici alle Midterm non lo costringerebbe a lasciare la presidenza, ma potrebbe rendergli molto più difficile approvare nuove leggi, ottenere finanziamenti e realizzare il proprio programma politico.
Quanti seggi servono ai democratici per conquistare Camera e Senato
La prima soglia da tenere presente è quella della Camera dei rappresentanti: con 435 seggi complessivi, per ottenere la maggioranza assoluta ne servono 218. Il controllo della Camera è quindi legato a una serie di competizioni locali, spesso decise in distretti dove la distanza tra repubblicani e democratici può essere molto ridotta.
La battaglia per il Senato americano presenta invece difficoltà differenti. I repubblicani partono da 53 seggi, mentre il fronte democratico ne controlla 47, considerando i 45 senatori democratici e i due indipendenti che partecipano al loro gruppo parlamentare. Per raggiungere una maggioranza di 51 senatori, i democratici devono conquistare quattro seggi netti, mantenendo contemporaneamente quelli già controllati.
Attenzione a un dettaglio fondamentale: un Senato diviso 50 a 50 rimarrebbe sotto il controllo repubblicano, perché il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, ha il potere di esprimere il voto decisivo in caso di parità. Per i democratici, quindi, non basta conquistare alcuni Stati tradizionalmente repubblicani. Devono anche evitare di perdere seggi nei territori in cui sono attualmente più vulnerabili.
Midterm 2026, a che ora si conosceranno i primi risultati in Italia: gli orari della notte elettorale
Una delle domande più importanti riguarda gli orari delle elezioni americane in Italia. Gli Stati Uniti attraversano diversi fusi orari e lo scrutinio si sviluppa progressivamente da Est verso Ovest. Per questo le prime urne si chiuderanno quando in Italia sarà appena scattata la mezzanotte di mercoledì 4 novembre, mentre le ultime chiusure sono previste alle 7 del mattino.
Il calendario seguente riporta gli orari italiani di chiusura dei seggi. Alcuni Stati compaiono più volte perché comprendono territori appartenenti a fusi orari differenti oppure prevedono orari locali diversi.

È importante comprendere che la chiusura dei seggi non coincide necessariamente con la pubblicazione dei risultati definitivi. In alcune competizioni le indicazioni potranno arrivare rapidamente; in altre, soprattutto se molto equilibrate, sarà necessario attendere che vengano esaminate ulteriori schede. Inoltre, gli elettori già in fila al momento della chiusura mantengono il diritto di votare.
La notte elettorale: Georgia, North Carolina e Ohio sotto osservazione
I primi segnali politici arriveranno intorno all’1:00 italiana, quando termineranno le votazioni in Georgia e South Carolina. Si tratta di una prima occasione per osservare la partecipazione degli elettori e l’orientamento del voto, anche se sarà ancora troppo presto per trarre conclusioni sull’intero Paese.
La situazione diventerà particolarmente interessante alle 1:30, con la chiusura dei seggi in North Carolina e Ohio, due Stati che ospitano competizioni molto importanti per il controllo del Senato.
In North Carolina, l’ex governatore democratico Roy Cooper affronta il repubblicano Michael Whatley nella corsa per il seggio lasciato libero da Thom Tillis. Per i democratici rappresenta una delle opportunità per conquistare un seggio attualmente repubblicano. Un eventuale successo di Cooper rafforzerebbe sensibilmente le possibilità del partito di arrivare alla maggioranza.
In Ohio, invece, l’ex senatore democratico Sherrod Brown prova a tornare a Washington sfidando il repubblicano Jon Husted, nominato senatore dopo l’elezione di JD Vance alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Anche questa competizione costituisce uno dei test più significativi per misurare la capacità democratica di conquistare consenso in territori favorevoli ai repubblicani.
Alle 2:00 la sfida si sposta nel Maine, poi Michigan e Texas
Alle 2:00 del mattino italiano si aprirà una seconda fase fondamentale della notte elettorale. Nel Maine, il senatore repubblicano Susan Collins cercherà di ottenere un nuovo mandato contro il democratico Troy Jackson. È una delle competizioni più importanti per il Partito democratico, che punta a conquistare un seggio repubblicano in uno Stato dove i candidati democratici alle presidenziali hanno raccolto un consenso significativo.
Nello stesso momento cominceranno ad arrivare i dati da gran parte del Michigan e del Texas, anche se le chiusure definitive in alcune aree dei due Stati non avverranno prima delle 3.
In Michigan, il democratico Abdul El-Sayed affronta il repubblicano Mike Rogers per il seggio lasciato libero dal senatore Gary Peters. Qui la situazione è opposta rispetto a North Carolina e Ohio: i democratici devono difendere un seggio già appartenente al proprio schieramento. Una sconfitta in Michigan renderebbe più complicata la conquista della maggioranza nazionale.
Il Texas rappresenta invece una delle sfide politicamente più rilevanti dell’intera tornata. Il democratico James Talarico cerca di strappare ai repubblicani il seggio conteso con Ken Paxton, procuratore generale dello Stato. Una vittoria democratica in Texas avrebbe un peso politico notevole, considerando la lunga tradizione repubblicana di questo territorio nelle elezioni per il Senato.
Alle 3:00 Iowa e Kansas: altri due Stati da seguire per capire chi vincerà il Senato
Alle 3:00 italiane si concluderanno le votazioni in altri Stati importanti. In Kansas, il senatore repubblicano Roger Marshall affronta il democratico Adam Hamilton, in una competizione osservata con particolare attenzione per capire se il Partito democratico riuscirà ad ampliare il proprio consenso anche in territori tradizionalmente conservatori.
In Iowa, invece, saranno Ashley Hinson, candidata repubblicana, e Josh Turek, candidato democratico, a contendersi il seggio lasciato libero dalla senatrice Joni Ernst. Anche in questo caso i democratici puntano a conquistare un seggio precedentemente controllato dai repubblicani.
Il punto centrale dell’intera notte sarà proprio questo: non conterà soltanto il numero di vittorie dei due partiti, ma soprattutto il saldo tra i seggi conquistati e quelli perduti. Se i democratici dovessero vincere in Ohio o Texas ma perdere in Michigan, una parte dei loro guadagni verrebbe annullata.
Il caso Nebraska: Dan Osborn può complicare i calcoli di entrambi i partiti
Un’altra competizione interessante si svolgerà in Nebraska, dove il senatore repubblicano Pete Ricketts affronta l’indipendente Dan Osborn. La particolarità di questa sfida riguarda proprio l’identità politica dello sfidante, che ha dichiarato di non voler aderire al gruppo parlamentare di nessuno dei due grandi partiti in caso di elezione.
Una sua eventuale vittoria rappresenterebbe quindi la perdita di un seggio per i repubblicani, ma non potrebbe essere automaticamente conteggiata come una conquista democratica. La posizione di Osborn potrebbe assumere ulteriore importanza qualora il nuovo Senato risultasse profondamente diviso e il voto degli indipendenti diventasse decisivo su singoli provvedimenti.
Alaska, l’ultima grande incognita: perché il risultato potrebbe arrivare molto tardi
Una delle competizioni potenzialmente decisive si svolgerà in Alaska, dove il senatore repubblicano Dan Sullivan affronta, tra gli altri candidati, la democratica Mary Peltola. Le ultime urne chiuderanno soltanto alle 7:00 italiane di mercoledì 4 novembre, ma il principale elemento di incertezza riguarda il sistema elettorale adottato dallo Stato.
In Alaska si utilizza infatti il ranked-choice voting, un meccanismo che consente agli elettori di ordinare i candidati secondo le proprie preferenze. Se nessuno ottiene più del 50% delle prime preferenze, si procede a eliminare progressivamente i candidati meno votati e a redistribuire i voti secondo le preferenze successive indicate sulle schede.
Questo procedimento può richiedere tempi più lunghi rispetto a quelli di una normale elezione a maggioranza semplice. La Division of Elections dell’Alaska ha indicato il 18 novembre 2026 come data prevista per la disponibilità delle tabulazioni delle preferenze successive. Non significa necessariamente che il vincitore sarà sconosciuto fino a quel giorno: se i risultati iniziali mostreranno un vantaggio sufficientemente netto, potrebbe essere possibile individuare il vincitore molto prima. In caso di margini ristretti, invece, l’attesa potrebbe prolungarsi.
Quando sapremo chi ha vinto le Midterm 2026? La fascia oraria decisiva per l’Italia
Per chi intende seguire lo scrutinio senza trascorrere tutta la notte davanti alla televisione, il momento più utile sarà probabilmente tra le 3:00 e le 7:00 di mercoledì 4 novembre. Entro le 3 termineranno le votazioni in numerosi Stati importanti per la battaglia del Senato, mentre nelle ore successive potranno arrivare indicazioni sempre più significative dai risultati parziali.
Si tratta però di una valutazione basata sul calendario delle chiusure, non di una previsione ufficiale sull’ora in cui saranno proclamati i vincitori. Se i distacchi saranno ampi, già nella prima mattina italiana potrebbe emergere un quadro relativamente chiaro. Se invece la maggioranza dipenderà da poche competizioni particolarmente equilibrate, saranno necessari ulteriori conteggi e verifiche.
Per assegnare una competizione, infatti, non è obbligatorio attendere che venga scrutinato il 100% delle schede. L’Associated Press, una delle principali agenzie che seguono i risultati elettorali americani, dichiara un vincitore quando i dati disponibili consentono di escludere che il candidato inseguitore possa ancora recuperare.
Il procedimento richiede l’analisi dei voti già conteggiati, delle schede ancora da esaminare, della distribuzione territoriale del consenso e delle modalità di voto utilizzate. Un vantaggio apparentemente significativo potrebbe non bastare se mancano ancora numerose schede provenienti da aree favorevoli all’avversario.
Perché i risultati potrebbero arrivare dopo giorni: il problema del voto postale
Uno degli aspetti più difficili da comprendere per chi osserva le elezioni americane dall’Europa riguarda la durata dello scrutinio. Negli Stati Uniti non esiste un’unica procedura nazionale per il conteggio dei voti: ogni Stato applica regole specifiche per le schede depositate ai seggi, quelle espresse anticipatamente e quelle inviate per posta.
In California, per esempio, i seggi chiuderanno alle 5:00 del mattino italiano, ma potranno continuare a essere conteggiate anche le schede postali con timbro non successivo al 3 novembre che arriveranno agli uffici elettorali entro il 10 novembre, secondo il calendario ufficiale dello Stato.
Di conseguenza, alcune competizioni per la Camera dei rappresentanti, soprattutto nei distretti più equilibrati della costa occidentale, potrebbero rimanere aperte per diversi giorni. Non significa che ogni risultato californiano richiederà una settimana: le sfide con distacchi consistenti potranno essere assegnate prima, mentre quelle decise da pochi voti richiederanno maggiore attenzione.
Anche nel Maine, dove il sistema delle preferenze successive può essere utilizzato per le elezioni federali, un eventuale conteggio aggiuntivo richiederebbe operazioni centralizzate successive alla notte elettorale.
Perché un candidato può essere in vantaggio e poi perdere durante lo scrutinio
Durante la notte delle Midterm americane potrebbe accadere che un candidato inizialmente in testa venga successivamente superato. Non si tratta necessariamente di un’anomalia: il sistema elettorale statunitense prevede che i risultati delle diverse contee e delle differenti modalità di voto vengano pubblicati in momenti non uniformi.
Le grandi città, le aree rurali, i territori suburbani e le comunità che utilizzano maggiormente il voto postale possono avere orientamenti politici differenti. Se nella prima fase arrivano soprattutto i voti di zone favorevoli ai repubblicani, il candidato conservatore potrebbe apparire molto avanti. Quando vengono conteggiati i voti dei centri urbani o altre schede ancora mancanti, il quadro può modificarsi.
Per interpretare correttamente i risultati bisogna quindi sapere non soltanto quante schede sono state scrutinate, ma soprattutto quali schede mancano ancora. È questa la distinzione fondamentale tra un semplice vantaggio provvisorio e una competizione che può essere considerata definitivamente assegnata dalle principali organizzazioni giornalistiche.
Donald Trump prepara la risposta a una sconfitta: la minaccia di diventare Mr. Veto
Alla vigilia del voto, Donald Trump ha già iniziato a delineare la propria strategia nell’eventualità di una vittoria democratica. In un’intervista al New York Post, della quale sono state diffuse anticipazioni, il presidente ha dichiarato: “diventerò Mr. Veto se i democratici vincono la maggioranza”.
Trump ha quindi riconosciuto che un eventuale Congresso controllato dagli avversari politici potrebbe rendere necessaria una fase di negoziati: “e poi a un certo punto dovremo fare accordi. Questo è quello che succede, non è la prima volta”.
Le sue parole anticipano uno degli scenari più delicati per i prossimi due anni. Trump rimarrebbe alla Casa Bianca, ma potrebbe trovarsi a governare con una o entrambe le Camere del Congresso controllate dal Partito democratico. In questo caso prenderebbe forma il cosiddetto governo diviso, nel quale presidente e maggioranza parlamentare appartengono a schieramenti differenti.
Se Trump perde le Midterm deve dimettersi? E cosa significa “anatra zoppa”
Una delle domande più ricorrenti riguarda le conseguenze personali di un’eventuale sconfitta del presidente. La risposta è semplice: Trump non dovrebbe dimettersi e continuerebbe a essere presidente degli Stati Uniti fino alla naturale scadenza del suo mandato, salvo eventuali circostanze costituzionali straordinarie.
Il sistema americano, infatti, non funziona come quello italiano. Negli Stati Uniti il presidente non ha bisogno della fiducia del Congresso per rimanere in carica. La vittoria dell’opposizione alle elezioni parlamentari può indebolire politicamente la Casa Bianca, ma non provoca automaticamente la caduta del governo.
Nel dibattito politico si utilizza spesso l’espressione lame duck, tradotta letteralmente come “anatra zoppa”, per descrivere un presidente che dispone di minore forza politica o capacità di incidere sulle decisioni legislative. Nel caso di Trump, una sconfitta nel 2026 potrebbe trasformare gli ultimi due anni del mandato in una lunga fase di confronto e contrapposizione con i democratici.
Cosa può bloccare un Congresso democratico: leggi, tasse, finanziamenti e inchieste
Se i democratici conquistassero la Camera dei rappresentanti, potrebbero ostacolare l’approvazione di nuove leggi sostenute dalla Casa Bianca. Questo renderebbe più complicato per Trump ottenere modifiche fiscali, nuovi stanziamenti e altri interventi legislativi senza trovare un accordo con l’opposizione.
La questione più importante riguarda il bilancio federale. Negli Stati Uniti il Congresso svolge un ruolo centrale nell’autorizzazione della spesa pubblica. Per finanziare numerose attività dell’amministrazione federale servono provvedimenti approvati dal Parlamento e firmati dal presidente.
Se le due parti non riuscissero a raggiungere un’intesa entro le scadenze previste, potrebbe verificarsi uno shutdown, cioè la sospensione di una parte delle attività amministrative federali in assenza dei necessari finanziamenti. Si tratterebbe comunque della conseguenza di un mancato accordo sui fondi, non di un effetto automatico della vittoria democratica.
Un’altra conseguenza riguarderebbe il controllo politico sull’amministrazione. La maggioranza democratica alla Camera potrebbe assumere la guida delle commissioni parlamentari, organizzare audizioni, richiedere documenti e promuovere inchieste sull’operato del governo Trump, nei limiti dei poteri attribuiti dal Congresso e delle eventuali controversie giudiziarie.
Se i democratici conquistano anche il Senato, Trump rischia il blocco delle nomine
Lo scenario diventerebbe ancora più complesso per la Casa Bianca se i democratici riuscissero a conquistare anche il Senato. Questa Camera ha infatti il potere di confermare numerose nomine presidenziali, comprese quelle dei giudici federali e dei giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti, oltre a molti incarichi di vertice dell’amministrazione.
Una maggioranza democratica potrebbe rallentare l’esame dei candidati scelti da Trump, respingerne alcuni oppure costringere il presidente a individuare figure capaci di ottenere un consenso più ampio. Si tratterebbe di un ostacolo significativo per la politica delle nomine, uno degli strumenti attraverso i quali un presidente americano può esercitare un’influenza destinata a durare anche oltre il proprio mandato.
Bisogna inoltre considerare che al Senato l’approvazione di molte leggi può richiedere una maggioranza più ampia di quella semplice a causa delle regole sul filibuster, lo strumento di ostruzionismo parlamentare che generalmente rende necessari 60 voti per chiudere il dibattito e procedere all’approvazione di numerosi provvedimenti.
Trump e il potere di veto: perché i democratici non potrebbero comunque fare tutto
La strategia annunciata da Trump ruota intorno a un potere fondamentale della presidenza americana: il veto. Anche se i democratici controllassero entrambe le Camere, il presidente conserverebbe la possibilità di respingere i disegni di legge approvati dal Congresso.
Per superare un veto presidenziale servirebbe una maggioranza di due terzi alla Camera e due terzi al Senato, una soglia molto più elevata della normale maggioranza parlamentare. Di conseguenza, una vittoria democratica non consentirebbe automaticamente all’opposizione di trasformare il proprio programma in legge.
Allo stesso tempo, però, il veto non permetterebbe neppure a Trump di imporre unilateralmente nuove norme che richiedono un intervento del Congresso. Il presidente manterrebbe i poteri esecutivi riconosciuti dalla Costituzione e dalle leggi federali, ma per approvare numerose nuove misure dovrebbe necessariamente cercare compromessi.
Il possibile risultato sarebbe quindi una fase caratterizzata da negoziati, veti presidenziali, scontri sui finanziamenti e maggiore controllo parlamentare, con conseguenze significative sull’agenda politica americana fino alle elezioni presidenziali del 2028.
Trump rischia un nuovo impeachment se vincono i democratici?
La conquista della Camera da parte dei democratici potrebbe riaprire anche il dibattito sull’impeachment di Donald Trump, la procedura costituzionale che permette di mettere formalmente sotto accusa il presidente o altri funzionari federali qualora siano ritenuti presenti i presupposti previsti dalla Costituzione.
La Camera dei rappresentanti può approvare gli articoli di impeachment con una maggioranza semplice. Ma l’approvazione dell’accusa non determina automaticamente la rimozione del presidente. Il procedimento si trasferisce al Senato, che svolge il processo e decide se condannare o assolvere.
Per arrivare a una condanna servirebbe il voto favorevole di due terzi dei senatori presenti: se fossero presenti tutti e cento, sarebbero necessari 67 voti. Una normale maggioranza democratica, quindi, non sarebbe sufficiente senza il sostegno di un numero consistente di senatori repubblicani.
Un eventuale nuovo impeachment sarebbe perciò una possibilità istituzionale, non una conseguenza inevitabile della vittoria dell’opposizione. Il rischio politico più immediato per Trump rimarrebbe quello di affrontare un Congresso meno favorevole e più propenso a esercitare controlli sulla sua amministrazione.
Quando entrerà in carica il nuovo Congresso eletto il 3 novembre 2026?
Anche nel caso di una vittoria democratica, il passaggio di potere al Congresso non avverrebbe immediatamente dopo la notte elettorale. Il nuovo 120° Congresso degli Stati Uniti inizierà il proprio mandato il 3 gennaio 2027, secondo quanto previsto dal ventesimo emendamento della Costituzione americana.
Fino a quella data resteranno in carica i parlamentari uscenti. Il periodo compreso tra le elezioni di novembre e l’insediamento del nuovo Congresso viene comunemente definito lame-duck session: durante questa fase anche i rappresentanti che hanno perso le elezioni o che non si sono ricandidati possono ancora partecipare all’attività parlamentare e votare provvedimenti.
Le conseguenze politiche della notte del 3 novembre potrebbero tuttavia manifestarsi molto prima del 3 gennaio. Un risultato negativo per i repubblicani aprirebbe il confronto interno al partito sulle responsabilità della sconfitta e potrebbe modificare immediatamente i rapporti di forza tra Donald Trump, i dirigenti del Congresso e i potenziali protagonisti della politica americana dei prossimi anni.
