Europa in fiamme. I politici dovrebbero capire quando dirci la verità!

Un'analisi della crisi economica e politica italiana ed europea tra debito pubblico, promesse irrealistiche e tensioni sociali: l'appello a governi più trasparenti, a un'opposizione costruttiva e a una maggiore responsabilità condivisa tra cittadini e istituzioni

​La verità è che nessun Governo in Europa ha il coraggio di dirci la verità! La crisi c’è, e negarlo sarebbe una follia. Ma è una crisi globale, legata a problemi globali, e non si risolve certo spaccando le città, provocando colpi di Stato o guerre civili che farebbero piombare le nazioni nell’anarchia. Alla generazione Z si dovrebbe spiegare come procedere in questi casi. ​Partiamo dall’Italia. Cominciamo col mettere in chiaro che nessun Governo – che sia politico o tecnico, di destra o di sinistra – è nelle condizioni di poter aggiustare le cose tanto facilmente e, soprattutto, non nei tempi che richiede il popolo. Ci vogliono anni.

​Continuiamo a mettere a nudo la realtà dicendo che la nostra democrazia è malata di illusionismo politico: si è fatto insomma credere ai cittadini che lo Stato sia un ente magico capace di stampare ricchezza dal nulla e di cancellare il debito pubblico e le leggi dell’economia con un decreto. Non è così! A causa di questo e molto altro si è venuta a creare, negli anni, una sorta di retorica illusionistica, atta, paradossalmente, a deresponsabilizzare le masse, trasformando il popolo in un cliente capriccioso che pretende tutto e subito, e i governi in propagatori di false speranze pur di raccogliere voti a fine legislatura.

Il risultato tale cortocircuito morale e finanziario (chiamiamolo così) è sotto gli occhi di tutti. Questo dovrebbero trovare il coraggio di dirci i nostri governanti: “popolo italiano, il Paese ha un debito pubblico che ha superato i 3.200 miliardi di euro, gravando su ogni singolo cittadino con un fardello pro capite di oltre 54.000 euro. E per quanto noi ce la metteremo tutta, vi attende un periodo di grande sacrificio, ma è sempre meglio del collasso totale, o dello scendere nelle piazze per distruggere le città per poi, alla fine, trovarvi con un pugno di mosche e con il vedervi aumentare il debito pubblico a causa dei disordini e dei miliardi che perde quotidianamente la nostra nazione dagli scioperi, dai blocchi e da tutto il resto!”.

​Questo perché, alla luce attuale delle cose, nessuno ha la bacchetta magica né sarà in grado di risolvere il problema in tempi brevi. E il baratro in cui ci troviamo non è l’incidente di percorso di un solo esecutivo, ma il conto presentato da decenni di irresponsabilità trasversale, di clientele e di miopia strutturale ereditata da governi di ogni colore e tecnocrazia.

Il Parlamento non è un’arena

​​Ma c’è un secondo pilastro in questo cortocircuito: la crisi dell’opposizione. In un Paese industrializzato, il Parlamento non è un’arena da circo in cui farsi la guerra per bande, ma il luogo dove si forgia l’equilibrio della nazione. L’opposizione – che si tratti della destra o della sinistra – deve trovare finalmente il coraggio di fare un’opposizione costruttiva, smettendo il vizio infantile di opporsi a tutto per puro calcolo di bottega. Significa avere la maturità politica di essere equi, ponderati e misurati: ​approvare le leggi o gli emendamenti che vanno a favore del popolo e dello Stato, anche se portano la firma avversaria. ​Respingere con forza quelli che vanno contro, senza fare ostruzionismo sterile.

Oltre i confini

​Chi conosce la storia sa che le crisi delle nazioni non si salvano con i tumulti delle piazze, con la furia cieca né con lo sfasciare e il mettere a ferro e fuoco le città – uno spettacolo di barbarie e distruzione a cui purtroppo assistiamo dappertutto, e che ottiene l’unico risultato di affossare ulteriormente l’economia e aggravare il conto per i cittadini onesti. Né si salvano con i raggiri corporativi di coloro che fomentano per scopi personali la ribellione spegnendo la virtù dello Stato.

Il Governo e il popolo non dovrebbero essere membra divise, ma un sol corpo legato dalla medesima fortuna. ​Per uscire da questo pantano è urgente fondare un comitato cittadino che interagisca con lo Stato: un’istituzione permanente e trasparente in cui il cittadino, spogliato da ogni intermediazione parassitaria, s’impegna in prima persona per la rinascita della nazione. In questo supremo consesso, la politica si faccia garante della salvezza pubblica, prendendo in considerazione ogni provvedimento d’urgenza. ​

Questa visione deve estendersi anche all’Europa, che spesso ci osserva con freddezza burocratica: i nostri partner dovrebbero trovare il coraggio di superare la logica miope degli ultimatum e dei dogmi finanziari, comprendendo che la stabilità del continente vacilla se crolla una grande nazione. Ma l’Europa vera la costruiamo prima di tutto a casa nostra, scegliendo la via della responsabilità condivisa anziché quella del disordine sociale. Solo unendo la forza consapevole del popolo alla prudenza del comando si trionfa sul disastro.