Una riflessione sulla politica di Reggio Calabria, sulla forza delle leadership personali e sulla progressiva debolezza della partecipazione collettiva, riletta attraverso la categoria weberiana del potere carismatico. A proporla è Anna Arcudi, militante del movimento La Strada, che parte dalla propria esperienza universitaria e dagli studi su Max Weber per interrogarsi su una dinamica che, nella sua analisi, avrebbe segnato per decenni la vita politica reggina. Il punto centrale della riflessione riguarda il rapporto tra leader, partiti e cittadini e la tendenza, individuata da Arcudi, a cercare ciclicamente una personalità capace di incarnare aspettative di cambiamento e di riscatto. Una dinamica che la militante collega anche alle recenti elezioni suppletive per la Camera nel collegio di Reggio Calabria.
“Poco più che ventenne frequentai all’Università della Tuscia di Viterbo quello che, a mio giudizio, fu un ottimo corso di Storia moderna, tenuto dal professor Luciano Osbat. Il modulo monografico era dedicato al metodo delle scienze sociali e a quegli studiosi che avevano provato a leggere la storia non soltanto attraverso gli avvenimenti e le biografie dei protagonisti, ma attraverso le strutture sociali, i comportamenti collettivi e le forme del potere. E’ lì che conobbi Max Weber. Ricordo la lettura de La politica come professione, una conferenza tenuta da Weber a studenti di Monaco di Baviera negli anni ’20, in cui lo studioso parla del potere carismatico. Una categoria che rileggo oggi osservando la storia politica di Reggio Calabria”.
Arcudi e il rapporto tra leadership e partiti a Reggio Calabria
La riflessione entra quindi nel merito della vita politica cittadina, utilizzando il concetto di potere carismatico come chiave interpretativa. Si tratta di una lettura politica proposta da Arcudi, che individua nella crisi delle organizzazioni partitiche e nella centralità delle personalità individuali uno degli elementi caratteristici del sistema locale. “Il potere carismatico, spiega Weber, nasce dalla crisi delle istituzioni. Ha bisogno di una situazione nella quale le istituzioni non sono capaci di dare risposte, nella quale crescano da un lato l’ansia collettiva e l’insoddisfazione, dall’altro l’attesa e l’entusiasmo per una possibile rinascita. Sono queste le condizioni che fanno emergere l’uomo in grado di ridare la speranza e di incarnare la salvezza. A Reggio Calabria, da quasi mezzo secolo, la città oscilla sempre tra lo stesso punto di partenza e lo stesso punto di arrivo: la ricerca dell’uomo della provvidenza, ma anche del suo inesorabile crollo”.
“Una dinamica imputabile ad una opposizione: potere carismatico versus partiti politici. Un meccanismo che si è sempre più radicalizzato a causa della crescente inconsistenza delle organizzazioni partitiche all’interno del mondo sociale. Sono i partiti stessi che finiscono per cercare la personalità del capo carismatico per portare voti, perché lavorare per un uomo è più facile che lavorare per un programma. C’è da dire che a Reggio questo meccanismo è diventato strutturale. In una città senza grandi produzioni industriali e senza ceti medi organizzati, il partito non è mai stato davvero ideologico, ma spesso ha finito per essere un comitato di notabili e di famiglie, ed il voto indirizzato alla persona che può rendere più facilmente accessibili le porte dei Palazzi romani. La tornata elettorale delle suppletive ne è l’ultimo evidente esempio.”
“Nessun leader può assolvere da solo una comunità dai suoi problemi”
Il ragionamento di Arcudi si sposta poi sul rapporto tra leadership e responsabilità collettiva. Nella sua analisi, la delega politica rischia di diventare eccessiva quando la comunità attribuisce a una singola figura non soltanto il compito di amministrare, ma anche quello di supplire alle debolezze del tessuto civico e delle organizzazioni intermedie. “Il pendolo reggino sembra avere un ritmo ciclico: a ogni elezione la città torna a delegare al ‘salvatore’ non soltanto il governo della cosa pubblica, ma una parte della propria stessa funzione sociale. Ma sappiamo bene che nessun leader, nemmeno il più straordinario, può assolvere da solo una comunità dai suoi problemi”.
“E mentre cresce la domanda dell’uomo della provvidenza, cresce anche il discredito della politica, sempre più percepita come una cosa sporca dalla quale le persone perbene dovrebbero tenersi lontane. Così i cittadini migliori si ritirano, la partecipazione si impoverisce e, alla crisi successiva, si ricomincia a cercare qualcuno che possa risolvere tutto.”
La proposta: riportare cittadini e corpi sociali dentro la politica
Nella parte conclusiva della riflessione, la militante de La Strada individua nella partecipazione civica la possibile risposta al modello descritto. Arcudi chiama in causa cittadini, associazioni, realtà culturali, professionisti, università, imprese e volontariato, sostenendo la necessità di recuperare una concezione della politica come responsabilità condivisa e non come delega totale alla leadership. “Come fermare il pendolo? Cittadini liberi, associazioni, comunità culturali, professionisti, università, imprese e mondo del volontariato devono tornare a considerare la politica una responsabilità collettiva. Non significa eliminare il carisma dalla politica, non è possibile e non è nemmeno auspicabile. Ma la delega alla leadership non può essere assoluta, ed il consenso non può sostituirsi alla partecipazione. Seve soprattutto generosità. Il contrario del potere carismatico è la cittadinanza”.
