Secondo alcune ricostruzioni etimologiche e storiche, il toponimo “Africo” trae origine dal greco antico Ἀφρικός (Aphrikós), aggettivo che nasce direttamente da ἀφρός (aphrós, “schiuma”). E pertanto, per risalire alle origini più antiche del nostro territorio, ma anche dell’Italia intera, occorre spingersi oltre l’epoca delle colonizzazioni elleniche. È necessario, insomma, tornare al tempo in cui i custodi di questo particolare fascio territoriale erano i discendenti di re Italo: la popolazione autoctona che abitava questi litorali prima dell’arrivo dei greci, da cui discendono, in linea diretta, anche gli antenati degli attuali abitanti di Africo.
Un’occhiatina alla storia
Quando i coloni greci solcarono le onde dello Ionio, le sponde della Calabria apparvero come un regno pulsante di vita, abitato da popolazioni locali. Gli occhi dei navigatori giunti dal mare incrociarono la sagoma di un insediamento di nativi, radicato sulla costa. Fu allora che gli ellenici pronunciarono un nome destinato a farsi eterno: Aprocos, la schiuma. In quel battesimo vi fu il riconoscimento solenne di un legame viscerale. Definire quel gruppo di uomini e quel luogo sacro “la schiuma di questa terra” nel loro idioma significava immortalarne la fusione originaria con il mare e la roccia. La tradizione che intreccia l’arrivo dei greci, l’appellativo Aprocos e la preesistente stirpe degli itali restituisce ad Africo e alla costa ionica la dignità suprema di essere stati la sola, vera culla da cui è germogliato il sacro nome “Italia”.
Nell’oscurità del tempo
Nell’oscurità del tempo restano avvolte le ragioni che costrinsero gli allora abitanti di Africo ad abbandonare, nel periodo post-colonizzazioni elleniche, la costa per ergersi sui gioghi dirupati dell’entroterra. Forse fu la piaga della malaria a spingerli a travalicare i monti, come già avvenne per tanti altri popoli del litorale. O forse fu l’urto con i greci, giunti dal largo con la sete di terra e di dominio, che rese la convivenza impossibile per chi si rifiutava di piegare il capo. E quando poi avvenne (diversi millenni più tardi, precisamente nel 1951) che la furia dell’alluvione si abbatté su Africo e Casalnuovo, gli abitanti, costretti a un drammatico esodo, tornarono alla marina e diedero vita ad Africo Nuovo. Fu così che, con ogni probabilità, ripresero possesso della terra dei loro antenati.
La trama linguistica
A scolpire la grandezza di questo popolo interviene una trama linguistica e verbale dal fascino ancestrale: la straordinaria continuità che collega l’antico idioma di questa fascia d’Aspromonte sia al mondo etrusco sia alla matrice dell’italiano arcaico. Nel dialetto africese, la lingua non si è corrotta del tutto né frammentata, ma, per certi versi, ha mantenuto la purezza delle sue desinenze e delle sue architetture grammaticali. Forme verbali come “rimanimmo” — calco ed eco diretta della struttura arcaica e usata al posto dell’italiano standard rimaniamo — mostrano come la flessione e l’ossatura del parlare africese abbiano preservato le radici originarie della penisola con una fedeltà impressionante.
Tali corrispondenze, unite alle risonanze e alle concordanze con i vocaboli del popolo etrusco, rappresentano una delle prove tangibili di un’antica comunione, un ponte di parole e strutture verbali che univa i popoli d’Italia prima di ogni frattura, consacrando gli africoti a colonna portante dell’intero edificio italico.
Alcuni discendenti eccellenti della stirpe degli italioti
Quella stessa carica vitale, plasmata dalla storia e custodita lungo i secoli, sopravvive oggi nella voce dei suoi interpreti più alti.
- Letteratura – Gioacchino Criaco: Con una prosa epica e scolpita nella pietra, Gioacchino Criaco ha trasformato le montagne dell’Aspromonte e il respiro di Africo in una cattedrale narrativa universale. Le sue opere, a partire dal monumentale Anime nere, svelano l’anima profonda, fiera e complessa di una comunità che custodisce il proprio destino con incrollabile dignità.
- Poesia – Il poeta dialettale Pasquale Favasuli: La poesia in vernacolo diventa il canto con cui il popolo parla a se stesso e all’eternità. I versi del poeta Favasuli rappresentano il battito autentico della terra africese, capace di sublimare il dialetto locale in un patrimonio d’amore, memoria e solenne appartenenza.
- Musica – Stefano Priolo: La tradizione musicale vive nel talento di Stefano Priolo, archeologo dei suoni e custode delle armonie popolari. Con la sua opera, Priolo fa vibrare l’antica identità sonora di Africo, trasformando il ritmo del passato in un dialogo vivo e vibrante con il presente.
- Sport – Costantino Favasuli: Nel panorama calcistico, la figura di Costantino Favasuli incarna la tempra e la determinazione feroce del popolo da cui proviene. Ogni sua giocata, la sua corsa instancabile e il suo rigore tattico sono il riflesso di un orgoglio antico, capace di portare il nome di Africo sui palcoscenici più prestigiosi dello sport.
