C’è una storia culturale di Reggio Calabria che attraversa più di trent’anni, intrecciando musica, ricerca, artigianato, scuola, università, legalità e identità territoriale. È quella del Museo dello Strumento Musicale, conosciuto come MuStruMu, una realtà nata dalla passione e dal lavoro del medico e musicista reggino Demetrio Spagna e divenuta nel tempo uno dei luoghi più particolari dedicati alla cultura musicale e all’etnomusicologia nel Mezzogiorno. Oggi, però, quella storia si trova davanti a una fase delicatissima. Sul futuro della struttura che dovrebbe ospitare il nuovo museo, all’interno dell’intervento di completamento del Regium Waterfront, da diversi anni è calato un silenzio che sta avendo conseguenze concrete. Il MuStruMu è infatti costretto a una chiusura forzata e il protrarsi di questa situazione rischia di compromettere una collezione composta da circa 800 strumenti musicali provenienti da ogni continente, oltre a interrompere quel rapporto diretto con scuole, musicisti, artigiani, ricercatori e cittadini che per decenni ha rappresentato la vera forza del museo.
La prospettiva prevista è quella di una completa ristrutturazione e di un ampliamento dell’ex Stazione Lido, con la realizzazione di una struttura tecnologicamente avanzata e pensata appositamente per ospitare esposizioni, laboratori di liuteria e attività didattiche. Ma proprio l’attesa legata a questo progetto rappresenta oggi il nodo centrale per una realtà che ha costruito la propria storia quasi interamente sul lavoro, sulla passione e sull’investimento personale di chi l’ha fondata.
Dalla collezione privata di Demetrio Spagna alla nascita del museo
Le origini del Museo dello Strumento Musicale di Reggio Calabria risalgono ai primi anni Novanta. Il progetto prende forma intorno alla straordinaria collezione privata raccolta nel tempo dal dottor Demetrio Spagna, medico e musicista reggino che ha dedicato anni alla ricerca, al recupero e alla conservazione di strumenti provenienti da differenti aree geografiche e tradizioni culturali. Nel 1994 nasce formalmente l’associazione culturale che dà una struttura organizzativa all’esperienza museale. L’obiettivo è preciso: non lasciare la collezione confinata in una dimensione privata, ma trasformarla in un bene aperto alla città, capace di raccontare attraverso il suono la storia dei popoli e delle culture.
Dopo alcune sistemazioni provvisorie arriva, nel 1997, un passaggio decisivo. Il museo trova la propria sede nell’ex stazione ferroviaria “Reggio-Lido”, uno spazio concesso dalle Ferrovie dello Stato anche grazie all’interessamento dell’allora sindaco Italo Falcomatà. Da quel momento il vecchio edificio ferroviario diventa molto più di un semplice contenitore di strumenti. Per circa trent’anni, attraverso il pagamento della locazione e delle utenze sostenuto da Spagna, quello spazio viene trasformato in un presidio culturale e di legalità, aperto alla città e capace di costruire una fitta rete di relazioni con il territorio.
Circa 800 strumenti provenienti da ogni continente
Il cuore del MuStruMu è naturalmente il suo patrimonio. La collezione comprende circa 800 esemplari provenienti da ogni continente, organizzati secondo le grandi famiglie degli strumenti musicali: idiofoni, membranofoni, aerofoni, cordofoni e strumenti meccanico-elettrici. Il percorso consente di attraversare idealmente epoche, continenti e civiltà. Accanto agli strumenti legati alla musica colta occidentale trovano spazio oggetti provenienti dalle tradizioni etniche e popolari, alcuni dei quali documentano pratiche musicali profondamente radicate nella vita quotidiana delle rispettive comunità.
È proprio questa pluralità a rendere il patrimonio del museo particolarmente significativo. Uno strumento musicale, infatti, non rappresenta soltanto una macchina capace di produrre un suono: racchiude materiali, conoscenze tecniche, gesti artigianali, ritualità, credenze e modalità differenti di interpretare il rapporto tra uomo e ambiente. Nel MuStruMu strumenti geograficamente lontanissimi possono così essere messi a confronto, mostrando come culture separate da migliaia di chilometri abbiano spesso trovato soluzioni analoghe per rispondere allo stesso bisogno universale: comunicare attraverso il suono.
Il MuStruMu e la grande tradizione musicale calabrese
Una parte centrale della storia del museo è legata alla tutela della musica agro-pastorale calabrese. Il MuStruMu è stato negli anni un punto d’incontro per artigiani, suonatori e depositari di tradizioni musicali tramandate per generazioni. Particolare attenzione è stata dedicata ai costruttori di zampogne, pipite e lire calabresi, strumenti fortemente legati all’identità musicale della regione. Attraverso incontri, sessioni di registrazione e masterclass, il museo ha lavorato non soltanto alla conservazione materiale degli strumenti ma anche alla trasmissione delle tecniche costruttive e delle modalità esecutive.
In questo percorso rientra anche la valorizzazione della viddaneddha, la tarantella reggina, espressione musicale e coreutica che costituisce una delle manifestazioni più riconoscibili della cultura tradizionale dell’area dello Stretto. Il lavoro del museo, dunque, non si è mai limitato alla conservazione passiva. L’idea è stata quella di mantenere vivo un patrimonio immateriale facendo incontrare chi costruisce gli strumenti, chi li suona e chi vuole imparare a conoscerli.
Il laboratorio di liuteria e il violino in legno di bergamotto
Tra gli elementi più caratteristici dell’esperienza del MuStruMu c’è il laboratorio interno di liuteria, concepito come luogo di sperimentazione, restauro e ricerca sull’identità territoriale. Qui la costruzione degli strumenti diventa un vero terreno di incontro fra artigianato, musica, scienza dei materiali e cultura locale. Dal laboratorio sono nati anche strumenti particolarmente originali, tra cui il bergaliuto e il violino realizzato con legno di bergamotto.
Il bergamotto è uno dei simboli più riconoscibili del territorio reggino e la scelta di utilizzare il legno della pianta nella realizzazione di uno strumento musicale ha rappresentato un esperimento capace di unire una delle eccellenze agricole locali alla ricerca acustica. L’esperienza ha permesso di approfondire anche le caratteristiche sonore di questa particolare essenza lignea, trasformando un elemento strettamente connesso al paesaggio e all’economia del territorio in materia per la costruzione musicale. È proprio in esempi come questo che emerge una delle peculiarità del MuStruMu: la capacità di non separare la dimensione universale della musica dalle radici più profonde di Reggio Calabria.
Le visite delle scuole e un museo pensato per essere vissuto
Per anni uno dei principali punti di forza del Museo dello Strumento Musicale è stato il rapporto con il mondo della scuola. Le visite guidate rivolte agli studenti sono state costruite secondo un modello molto diverso rispetto alla tradizionale esperienza museale basata sull’osservazione passiva degli oggetti. Nel MuStruMu il percorso è stato pensato come un’esperienza multisensoriale e interattiva. Gli studenti hanno avuto la possibilità di ascoltare gli strumenti, assistere a dimostrazioni dal vivo e utilizzare contenuti multimediali capaci di spiegare origine, funzionamento e caratteristiche sonore dei diversi reperti.
La musica è diventata anche uno strumento di educazione all’integrazione. Mostrare strumenti simili nati indipendentemente in aree del mondo molto lontane significa infatti raccontare agli studenti che, pur nella diversità delle culture, esistono bisogni espressivi e forme di creatività che accomunano l’umanità. A questo si sono aggiunti i laboratori dedicati alla liuteria tradizionale e all’acustica, attraverso i quali principi fisici apparentemente complessi hanno potuto essere affrontati in modo concreto, immediato e accessibile anche ai più giovani.
Il 4 novembre 2013 l’incendio doloso che colpì il museo
La storia del MuStruMu è segnata da una data drammatica: 4 novembre 2013. Quel giorno un incendio doloso devastò una parte della struttura dell’ex Stazione Lido, distruggendo circa il 20% del patrimonio librario e strumentale. Le fiamme colpirono un luogo costruito in anni di lavoro e raccolta, mettendo in pericolo un patrimonio che in molti casi non poteva essere semplicemente ricomprato o sostituito. Ogni strumento andato perduto rappresentava infatti una storia, una provenienza e spesso una testimonianza culturale difficilmente replicabile. Quello che avrebbe potuto determinare la fine dell’esperienza museale divenne però l’inizio di una nuova fase. Attorno al MuStruMu si sviluppò una mobilitazione che trasformò la ricostruzione materiale in un’esperienza di resilienza collettiva.
Il legame con Libera e i giovani arrivati da tutta Italia
Dopo l’incendio del 2013 nasce un rapporto particolarmente significativo con Libera, l’associazione impegnata contro mafie e criminalità organizzata. Attraverso i campi estivi di “Estate Liberi!”, decine di giovani volontari provenienti da diverse regioni italiane raggiunsero Reggio Calabria per contribuire materialmente alla rinascita del museo. I ragazzi parteciparono alla pulizia dei locali, al recupero degli oggetti sopravvissuti alle fiamme e alla catalogazione del patrimonio rimasto.
Il MuStruMu assunse così una funzione che andava oltre quella strettamente museale. La struttura diventò simbolo di resistenza civile, partecipazione e riscatto sociale, dimostrando come un luogo della cultura potesse diventare anche un presidio attivo di legalità. Il legame costruito con Libera dopo l’incendio rappresenta ancora oggi uno dei capitoli più importanti della storia del museo, perché racconta la capacità della comunità di reagire a un atto distruttivo trasformandolo in un’occasione di mobilitazione e condivisione.
La collaborazione con il Conservatorio Francesco Cilea
Nel corso degli anni il Museo dello Strumento Musicale ha costruito rapporti anche con alcune delle principali istituzioni formative e culturali di Reggio Calabria. Tra queste c’è il Conservatorio di Musica “Francesco Cilea”, partner scientifico e artistico del MuStruMu. La collaborazione ha permesso di realizzare rassegne concertistiche, seminari accademici e attività didattiche nelle quali lo studio della musica colta ha incontrato la ricerca sulle tradizioni popolari e sull’etnomusicologia.
È una sinergia particolarmente significativa perché collega due forme complementari di conoscenza musicale: da una parte l’insegnamento accademico e l’alta formazione, dall’altra la ricerca sugli strumenti, sulle pratiche esecutive e sui patrimoni musicali tradizionali. Il museo diventa in questo modo un ponte tra conservazione, ricerca ed esecuzione, mantenendo vivo il rapporto fra gli oggetti esposti e la musica che quegli stessi strumenti sono nati per produrre.
MuStruMu e Accademia di Belle Arti: da Musicittà ai videogiochi
Un altro rapporto importante è quello costruito con l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, che ha consentito al patrimonio del museo di dialogare con i nuovi linguaggi dell’arte, della comunicazione e delle tecnologie digitali. Dalla collaborazione sono nati progetti come Musicittà, insieme a performance artistiche urbane quali Telaeinspalla. Gli studenti dell’Accademia hanno inoltre lavorato alla realizzazione di allestimenti virtuali, podcast e prototipi di videogiochi ispirati alla collezione.
Si tratta di esperienze che mostrano quanto un museo dedicato agli strumenti musicali possa diventare un laboratorio interdisciplinare. La collezione non viene considerata soltanto come materiale da conservare, ma come punto di partenza per nuove forme di produzione culturale. Il patrimonio storico incontra così il digitale e i linguaggi contemporanei, offrendo agli studenti l’opportunità di sperimentare nuovi modi di raccontare la musica e le sue forme.
L’Università Mediterranea e “Il disegno delle vibrazioni”
La collaborazione con l’Università Mediterranea di Reggio Calabria ha aperto un ulteriore campo di ricerca, quello legato alla dimensione geometrica, spaziale e visiva degli strumenti musicali. Da questa esperienza è nato il volume “Il disegno delle vibrazioni”, pubblicato da Libria e firmato dai docenti e ricercatori Gianni Brandolino e Domenico Mediati.
Il lavoro ha approfondito la relazione fra la forma fisica degli strumenti custoditi dal museo e le frequenze sonore da essi prodotte. Un’indagine che dimostra come uno strumento possa essere studiato contemporaneamente sotto il profilo musicale, architettonico, grafico, matematico e percettivo. Anche questa collaborazione conferma la vocazione interdisciplinare del MuStruMu: il suono diventa materia di studio non soltanto per musicologi e musicisti, ma anche per architetti, designer, studiosi della forma e ricercatori.
Il progetto Griot con Baba Sissoko e le radici africane della musica
Tra i progetti sviluppati nel corso degli anni figura anche Griot, percorso antropologico dedicato alla riscoperta delle radici africane di molti linguaggi musicali contemporanei. Il progetto ha visto la partecipazione del celebre polistrumentista maliano Baba Sissoko e ha costruito un ideale collegamento fra la figura del cantastorie calabrese e quella del griot dell’Africa occidentale.
Al centro dell’iniziativa c’era il tema della trasmissione orale della memoria. Comunità molto diverse per geografia e storia hanno affidato per secoli a figure di narratori e musicisti la conservazione delle genealogie, degli avvenimenti, dei miti e delle identità collettive. Ancora una volta il museo ha utilizzato lo strumento musicale non come oggetto isolato, ma come chiave per raccontare le relazioni fra culture differenti.
“Dall’Arpa alla Zampogna”, gli strumenti raccontati uno per uno
Tra le rassegne del MuStruMu rientra anche “Dall’Arpa alla Zampogna”, un progetto concepito per esplorare progressivamente il mondo degli strumenti musicali. L’iniziativa ha coinvolto liutai, musicisti ed editoria specializzata, sviluppando approfondimenti specifici sulle caratteristiche tecniche, storiche e culturali dei singoli strumenti presenti nella raccolta. Il titolo sintetizza bene l’ampiezza dell’approccio: dalla tradizione della musica colta agli strumenti popolari, dalle forme più note alle testimonianze meno conosciute, ogni elemento della collezione può diventare il punto di partenza per un percorso di ricerca e divulgazione.
Le “Conversazioni al Museo” e il MuStruMu come salotto culturale
Il museo è stato anche un luogo di incontro e dibattito attraverso il ciclo delle “Conversazioni al Museo”. L’obiettivo era trasformare gli spazi espositivi in un vero laboratorio di idee, favorendo il confronto tra studiosi, esperti di organologia, antropologi, musicisti e semplici appassionati. Durante gli incontri sono stati affrontati temi legati alla storia degli strumenti, alla trasformazione dei linguaggi musicali e alle contaminazioni tra tradizioni differenti. Il MuStruMu ha così svolto anche una funzione di formazione permanente, mettendo a disposizione della cittadinanza occasioni di approfondimento in un ambiente informale e aperto al confronto.
“I Quaderni del Museo”, la memoria affidata anche alla carta
Alla dimensione espositiva e didattica si è affiancata nel tempo un’attività editoriale rappresentata dai “Quaderni del Museo”. Si tratta di opuscoli pensati per raccontare in maniera accessibile il patrimonio del MuStruMu attraverso schede descrittive, testi di approfondimento e immagini storiche. I Quaderni hanno documentato strumenti provenienti da donazioni e campagne di recupero sul territorio, contribuendo a fissare sulla carta informazioni che altrimenti avrebbero rischiato di andare disperse. Questa produzione rappresenta anche una testimonianza della fase pionieristica durante la quale il museo ha costruito progressivamente il proprio archivio, intrecciando ricerca sul campo, catalogazione e divulgazione.
Il nuovo MuStruMu nell’ex Stazione Lido e il progetto del Regium Waterfront
Il futuro del museo è legato all’ex Stazione Lido, la sede che per decenni ne ha custodito attività e patrimonio. Il progetto previsto nell’ambito del completamento del Regium Waterfront contempla un intervento di ristrutturazione e ampliamento architettonico dell’edificio storico. Nelle intenzioni, la nuova struttura dovrebbe essere tecnologicamente avanzata e progettata specificamente per rispondere alle esigenze di un museo moderno.
Gli spazi dovrebbero consentire di valorizzare meglio l’esposizione degli strumenti, potenziare il laboratorio di liuteria e creare nuove sale didattiche destinate a studenti, visitatori e attività formative. Per il MuStruMu si tratterebbe di un salto di qualità decisivo: dopo decenni trascorsi adattando un edificio ferroviario alle necessità museali, il patrimonio potrebbe finalmente disporre di spazi concepiti appositamente per la conservazione, l’esposizione e la didattica.
Il lungo silenzio sul progetto e il rischio per la collezione
È però proprio su questo passaggio che si concentra oggi la maggiore preoccupazione. Da diversi anni sul progetto è calato il silenzio e l’assenza di sviluppi sta avendo conseguenze dirette sulla vita del Museo dello Strumento Musicale. Il MuStruMu si trova in una condizione di chiusura forzata, mentre la collezione necessita per sua natura di ambienti adeguati, manutenzione, controllo e continuità nella conservazione.
Un patrimonio costituito da materiali estremamente diversi – legni, pelli, metalli, fibre naturali, componenti meccaniche ed elettriche – richiede infatti particolare attenzione. Il trascorrere del tempo senza una sede pienamente operativa può diventare un problema non soltanto per la fruizione pubblica, ma anche per la tutela degli stessi strumenti. E il rischio non riguarda soltanto gli oggetti. Una chiusura prolungata interrompe inevitabilmente anche la rete costruita dal museo attraverso scuole, università, conservatorio, accademia, artigiani, musicisti e associazioni.
Trent’anni di cultura che chiedono di non essere interrotti
La vicenda del MuStruMu pone quindi una questione che va oltre il destino di una singola struttura culturale. In gioco c’è un’esperienza nata dal basso e cresciuta per oltre trent’anni grazie alla raccolta di un patrimonio, all’apertura alla città e alla costruzione di collaborazioni.
Dentro quelle circa 800 testimonianze musicali convivono mondi lontani, ma c’è anche una parte importante della storia di Reggio Calabria. Ci sono le zampogne e le lire calabresi, il violino in legno di bergamotto e gli strumenti arrivati da altri continenti; ci sono i ragazzi delle scuole che hanno imparato come nasce un suono e i giovani di Libera che nel 2013 hanno aiutato a rimettere in piedi il museo dopo l’incendio.
Ci sono le collaborazioni con il Conservatorio Francesco Cilea, con l’Accademia di Belle Arti, con l’Università Mediterranea, con gli artigiani e con artisti provenienti da altre culture. Ci sono progetti editoriali, laboratori, incontri e sperimentazioni che hanno trasformato l’ex Stazione Lido in uno spazio culturale vivo. Il progetto del nuovo MuStruMu avrebbe dovuto rappresentare il passaggio successivo di questa storia, consentendo al museo di entrare in una fase nuova attraverso una sede rinnovata e tecnologicamente adeguata.
Oggi, invece, la domanda sul futuro resta aperta. Dopo tre decenni di attività culturale, didattica e sociale, il silenzio sul completamento del progetto rischia di trasformarsi nel problema più serio affrontato dal museo dalla sua nascita. Perché questa volta non si tratta soltanto di riaprire delle porte: significa evitare che una collezione costruita in una vita di ricerca e una rete di esperienze costruita in trent’anni possa progressivamente disperdersi.
