Psicologia dello ‘mpanicato

La cronaca di una settimana di delirio collettivo tra corse alle pompe, scaffali svuotati e isteria social: quando la paura del nulla svela la fragilità del pensiero critico nell'epoca dell'analfabetismo funzionale

Nei giorni scorsi è andato in scena uno spettacolo grottesco, una sorta di vero e proprio delirio collettivo che ha trasformato la nostra quotidianità in una tragicommedia dell’assurdo. Mentre i fumi dell’agitazione si diradano e la consueta routine riprende il suo corso quotidiano, sento l’urgenza etica e intellettuale di posare la penna su ciò che abbiamo appena vissuto. Non per redigere un banale resoconto di cronaca, ma per compiere una vera e propria autopsia sociologica della psicosi di massa, un fenomeno che periodicamente torna a contagiare la popolazione con la virulenza di una pestilenza medievale. Quella a cui abbiamo assistito non è stata una semplice reazione a un problema contingente, ma la cristallizzazione plastica della psicologia dello ‘mpanicato, una sindrome comportamentale radicata nell’analfabetismo funzionale, alimentata dalla paura irrazionale e amplificata da quell’immenso megafono di nevrosi che sono i social network. In tre parole, il frutto dell’ignoranza.

La scalata a Gambarie e il dogma supremo del mercato

La scenografia di questa farsa ha avuto come location le strade di un po tutte le città del Sud Italia. Tra queste, Reggio Calabria è rimasta ostaggio per giorni di un’ansia da prestazione petrolifera senza precedenti. Ho visto con i miei occhi scene che sfidano qualsiasi principio di dignità umana e di elementare logica matematica. Centinaia di automobili incolonnate per chilometri, code interminabili di oltre due ore sul raccordo autostradale, gente assiepata lungo la corsia d’emergenza e fin dentro le cunette, manovre da codice penale con automobilisti che imboccavano svincoli contromano pur di non perdere la loro agognata razione di idrocarburi. Si è arrivati persino al parossismo comico di cittadini reggini che, in preda a un’allucinazione degna delle peggiori narrazioni distopiche, sono saliti fino a Gambarie d’Aspromonte nella pia illusione di trovare la colonnina sgombra e fare il pieno, consumando allegramente una cospicua frazione di carburante lungo i tornanti della montagna pur di placare il proprio demone interiore.

In questa bolgia dantesca, il mercato ha fatto semplicemente il proprio mestiere. Ho osservato lunghe file di vetture ferme ad attendere il proprio turno per pagare il gasolio a cifre iperboliche, addirittura a 2,50 euro al litro, ampiamente al di sopra delle tariffe medie calmierate dal governo. Nei capannelli virtuali e nelle chiacchiere da bar si è subito levato il solito coro indignato contro gli speculatori, puntando l’indice contro quei distributori che avevano ritoccato i listini verso l’alto. Ebbene, lo dico senza perifrasi e senza alcun timore di scandalizzare i benpensanti: quegli esercenti hanno fatto benissimo. È la prima, immutabile e ferrea legge della domanda e dell’offerta. Il prezzo di una merce lo stabilisce chi compra: se una mandria impazzita di individui è disposta a gettare al vento il proprio stipendio pur di soddisfare quel fantomatico bisogno, il venditore fa unicamente il proprio interesse ad alzare la posta. Non sono speculatori loro: sono coglioni gli altri. Quelli fermi in fila a farsi spennare col motore acceso, svegliati alle quattro del mattino per immolarsi sull’altare di un pieno del tutto immotivato.

Il voyeurismo della penuria e la verità tombale della Prefettura

Dal serbatoio allo stomaco il passo è stato fulmineo. Sulla scia emotiva del carburante, il gregge ha deviato la propria rotta verso le corsie della grande distribuzione. Nei supermercati cittadini si è scatenata una corsa nevrotica alle scorte alimentari, un saccheggio preventivo consumato senza che vi fosse alcun reale motivo di interruzione della filiera alimentare. Ma la dinamica più perversa è stata la teatralizzazione digitale dell’angoscia: il rituale compulsivo di fotografare gli scaffali temporaneamente sguarniti di pasta o di farina per caricarli immediatamente su Facebook, corredati da didascalie apocalittiche. Un cortocircuito perverso il cui unico effetto è stato quello di inoculare il terrore nei vicini di casa, costringendo altri ingenui a correre a loro volta a svuotare quel poco che era rimasto sugli espositori.

La realtà, come sempre accade quando si spengono i riflettori della paranoia, ha ristabilito la verità fattuale. A mettere la parola fine su questo teatrino è intervenuta persino una nota ufficiale della Prefettura, la quale ha confermato ciò che qualsiasi persona dotata di raziocinio sapeva già: non si è mai registrata alcuna reale interruzione nei rifornimenti. Non è mai mancato un litro di benzina nelle cisterne centrali, non è mai venuta a mancare una singola confezione di farmaci salvavita, non è mai scarseggiato alcun genere di prima necessità. Allo sciopero degli autotrasportatori aveva aderito una percentuale minoritaria di sigle, mentre la maggioranza dei vettori non ha mai smesso di viaggiare. Chi ha protestato ha fatto ciò che era ampiamente annunciato: ha incrociato le braccia per una manciata di giorni e poi ha ripreso la marcia. In questi giorni di assedio psicologico, personalmente non ho trascorso un solo secondo in coda: ho continuato a fare il mio regolare rifornimento al prezzo corretto previsto dai meccanismi di tutela e non ho fatto un minuto di fila alla cassa di un supermercato. Se avessi dovuto buttare due ore del mio tempo per conquistare un serbatoio pieno, avrei lasciato serenamente l’auto in garage e avrei spolverato la bicicletta dalla cantina.

Anatomia dell’angoscia: l’inconsistenza del panico preventivo

La figura dello ‘mpanicato merita una riflessione antropologica che trascenda la contingenza locale. Siamo di fronte al prototipo dell’individuo moderno privo di strumenti critici: colui che non legge un quotidiano, non approfondisce un dato economico, non va oltre i titoli strillati sul telefonino, consuma le proprie serate inghiottendo le dinamiche trash del Grande Fratello e poi si convince che il mondo stia per collassare dall’oggi al domani. È l’incapacità di sopportare l’idea stessa dell’imprevisto che genera il mostro della prevenzione compulsiva.

Proviamo per un attimo a seguire il tortuoso filo logico dello ‘mpanicato, assumendo come valida la sua assurda premessa di un blocco totale e permanente. Ammesso e non concesso che si fermi l’intero pianeta, a cosa serve massacrarsi per fare un ultimo pieno? Che cosa cambia avere una settimana o dieci giorni di autonomia residua nell’automobile? Se la civiltà si arresta e la benzina finisce per davvero, una volta consumato quell’ultimo quantitativo sarai a secco esattamente come il tuo vicino, condannato alla medesima immobilità. Lo stesso vale per la spesa: se terminassero uova, farina, acqua minerale e verdura, per quanto tempo pensi di poter sopravvivere con le scatolette accumulate nello stanzino? Prima o poi finiranno comunque. Se invece, com’era palese e come la storia ha puntualmente dimostrato, tutto procede regolarmente e le merci continuano ad arrivare, a cosa è servito quell’affanno isterico? In ogni caso, a nulla. L’unico risultato concreto prodotto da questa paranoia è stato quello di creare ostacoli intollerabili a chi aveva reale e impellente bisogno di viaggiare: medici, soccorritori, lavoratori pendolari e servizi essenziali.

Dalla dignità degli anni settanta all’infantilismo della colpa politica

Stiamo affrontando una crisi energetica globale dalle dimensioni gigantesche, generata da tensioni geopolitiche internazionali che condizionano i mercati delle materie prime. Una contingenza che presenta impressionanti analogie con gli storici shock petroliferi degli anni ’70, quando le crisi mediorientali chiusero improvvisamente i rubinetti del greggio, ponendo fine al lungo boom economico del dopoguerra occidentale. I nostri padri e i nostri nonni affrontarono quella severa stagione di sacrifici con compostezza, austerità e senso civico, inventandosi le domeniche a piedi senza perdere la lucidità né scivolare nel ridicolo.

Oggi, di fronte a fluttuazioni di mercato e a vertenze sindacali circoscritte, assistiamo a una psicosi infantile che sconfina nell’allucinazione. Abbiamo visto persone incolpare delle code al rifornimento il governo nazionale guidato da Giorgia Meloni, chiamare in causa persino il presidente regionale Roberto Occhiuto, (un certo Falcomatà l’ha fatto davvero!), tirare per la giacca addirittura il sindaco della città. A questo punto, perché non prendersela con l’amministratore di condominio? È la classica fuga dalla complessità: non sapendo decifrare le dinamiche geopolitiche e macroeconomiche di un pianeta interconnesso, si preferisce personificare il male nel primo volto istituzionale a portata di mano, invocando un’apocalisse casereccia che serve unicamente a giustificare le proprie paure ancestrali.

La fine del mondo vista da una sdraio

L’esperienza di questi giorni lascia in dote una constatazione amara ma profondamente liberatoria sulla natura della nostra società. Mi chiedo spesso cosa accadrebbe se domani l’umanità dovesse confrontarsi con una reale catastrofe storica: se dovesse esplodere sul serio la paventata terza guerra mondiale, se il conflitto degenerasse in una conflagrazione nucleare o se gli osservatori astronomici annunciassero l’impatto imminente di un gigantesco meteorite sul nostro pianeta.

Ho ormai la certezza matematica di quale spettacolo andrebbe in scena. Vedremmo la stragrande maggioranza della popolazione perdere totalmente il senno, correre a destra e a manca per accaparrarsi scorte prive di senso, intasare le arterie stradali senza una meta, aggredirsi per una tanica di gasolio o per l’ultimo pacco di fette biscottate nel disperato tentativo di posticipare l’inevitabile. Io, dal canto mio, so già esattamente cosa farei. Salirei sul mio terrazzo, sistemerei con cura la mia sedia a sdraio, inforcherei un paio di occhiali da sole e mi godrei la scena con olimpica serenità in attesa dell’epilogo. Magari spenderei quegli ultimi scampoli di tempo per battere a macchina un ultimo articolo da affidare a una sonda spaziale, a beneficio di qualche intelligenza extraterrestre che un giorno dovesse esplorare le macerie della Terra, per raccontare loro, con assoluta precisione scientifica, quanto folle, ridicolo e irrimediabilmente stupido era diventato l’essere umano prima di collassare definitivamente.