Le proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori che hanno paralizzato per giorni il Sud Italia continuano ad alimentare il dibattito politico. A intervenire è Antonello Cariglino, presidente del Circolo Azione Lamezia Terme, che contesta il modo in cui la mobilitazione è stata raccontata a livello nazionale e critica le dichiarazioni di alcuni esponenti del Governo sulle possibili infiltrazioni criminali nei presidi. Al centro della sua riflessione ci sono le difficoltà economiche delle imprese di trasporto, il caro gasolio, le richieste di sostegno al settore e, soprattutto, il diritto dei lavoratori a manifestare senza essere sottoposti a giudizi generalizzati sulla base dei precedenti giudiziari di alcuni partecipanti. Cariglino distingue nettamente la necessità di perseguire eventuali reati dalla legittimità delle rivendicazioni avanzate dalle categorie coinvolte, richiamando anche diversi principi costituzionali.
“Per dieci giorni, a metà ottobre, il Sud Italia si è fermato. Autotrasportatori, padroncini e agricoltori hanno presidiato porti, caselli e statali dalla Sicilia al Molise: Gioia Tauro, il molo Santa Lucia di Palermo, l’A30, la Jonica, la statale 85. In Calabria Fedralog aveva organizzato diciassette presidi in tutta la regione. Il motivo non era un capriccio. Il gasolio alle stelle, costi di gestione cresciuti più delle tariffe, crediti d’imposta promessi e non ancora pagati, piccole imprese con due o tre mezzi Euro 3 ed Euro 4 escluse dai contributi. Lo ha ammesso, a protesta in corso, lo stesso ministro Salvini, parlando dei “piccolini” rimasti fuori dagli aiuti. Il 22 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto con aiuti per autotrasporto, agricoltura e pesca. Segno che le ragioni c’erano. Ma il modo in cui questa protesta è stata raccontata, e il modo in cui è stata trattata da una parte della politica, merita una riflessione”.
Le proteste al Sud e il confronto con i fatti di Milano
Uno dei punti centrali dell’intervento di Cariglino riguarda la diversa attenzione riservata, secondo il presidente del Circolo Azione Lamezia Terme, alle manifestazioni dei lavoratori meridionali rispetto ad altri episodi di cronaca nazionale. Il riferimento è ai disordini verificatisi a Milano il 17 e 18 ottobre, che Cariglino mette a confronto con i presidi organizzati da autotrasportatori e agricoltori nel Mezzogiorno. Secondo la sua analisi, mentre gli episodi di violenza nel capoluogo lombardo hanno conquistato ampio spazio nell’informazione nazionale, le ragioni economiche e sociali della protesta del Sud sarebbero rimaste in secondo piano rispetto ai disagi provocati dai blocchi. Una differenza di rappresentazione che, a suo giudizio, rischia di oscurare le richieste concrete avanzate da migliaia di lavoratori.
“Negli stessi giorni, il 17 e 18 ottobre, Milano ha vissuto una guerriglia urbana: negozi saccheggiati in via Torino e in piazza Cairoli, 35 minorenni arrestati in un solo fine settimana. Per il weekend successivo il governo ha annunciato 500 paracadutisti della Folgore in città. Quei fatti hanno occupato aperture di telegiornali, prime pagine e talk show per giorni. Giustamente: erano gravi. Ma il confronto è istruttivo. A Milano c’era una città devastata da gruppi di giovanissimi senza una piattaforma. Al Sud c’erano migliaia di lavoratori con richieste precise, scritte, trattabili. Eppure il Mezzogiorno in piazza è entrato nel racconto nazionale quasi solo come problema: gli scaffali vuoti, le pompe a secco, i disagi. Si è parlato molto degli effetti della protesta e poco delle sue cause. E quando la protesta del Sud è finalmente diventata notizia di primo piano, lo è diventata come questione di ordine pubblico e di “infiltrazioni””.
Le dichiarazioni dei ministri e la questione dei precedenti penali
Cariglino affronta quindi il tema delle possibili infiltrazioni criminali nella protesta, soffermandosi sulle dichiarazioni attribuite ai ministri Francesco Lollobrigida, Carlo Nordio e Nello Musumeci. Il presidente del Circolo Azione Lamezia Terme richiama anche i dati diffusi dal Viminale il 21 ottobre, con 1.339 persone identificate e 71 denunciate, per sottolineare la necessità di distinguere le eventuali responsabilità individuali dalla valutazione complessiva delle rivendicazioni. Cariglino non mette in discussione il dovere delle autorità di intervenire contro intimidazioni, danneggiamenti o altre condotte illecite, ma contesta l’utilizzo dei precedenti giudiziari come argomento politico per delegittimare un’intera mobilitazione. A sostegno della sua posizione cita anche la situazione registrata nel Reggino e i rapporti tra manifestanti e forze dell’ordine in Sicilia.
“Il 21 ottobre il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida ha dichiarato di avere evidenze che alcuni protagonisti della protesta hanno precedenti penali, invitando di fatto a guardare nei casellari giudiziari dei leader. Lo stesso giorno il Viminale comunicava 1.339 persone identificate e 71 denunciate. Il ministro della Giustizia Nordio ha parlato di una forte probabilità di infiltrazioni mafiose. Il ministro Musumeci ha liquidato la questione con un “non siamo a Bolzano”.
Sia chiaro: chi taglia le gomme a un collega, chi minaccia, chi sabota cinque cisterne a Canicattì commette reati. Va perseguito, uno per uno, come dice la legge. Le procure, a partire da quella di Napoli, stanno facendo il loro lavoro, ed è giusto così. Ma una cosa è perseguire un reato, un’altra è usare la fedina penale come argomento per delegittimare una protesta. Spostare il discorso dal prezzo del gasolio al casellario di chi protesta significa cambiare domanda: non più “hanno ragione?”, ma “chi sono?”. E la risposta implicita, rivolta a lavoratori del Sud, è sempre la stessa. Intanto la prefettura di Reggio Calabria certificava che nel reggino le manifestazioni si erano svolte senza criticità. E il Comitato trasporto siciliano ringraziava pubblicamente Polizia e Digos per aver garantito insieme diritto di protesta e ordine pubblico. Anche questi sono fatti. Hanno avuto molta meno eco”.
Il richiamo alla Costituzione: uguaglianza, libertà di manifestazione e presunzione di innocenza
Nel suo intervento, Cariglino richiama diversi articoli della Costituzione italiana per sostenere che l’esistenza di precedenti penali o procedimenti giudiziari non comporta automaticamente la perdita del diritto di partecipare a una manifestazione pacifica. Il presidente di Azione Lamezia cita i principi di uguaglianza davanti alla legge, libertà di riunione, libertà di espressione e presunzione di non colpevolezza, distinguendo tra eventuali reati commessi durante i presidi e la storia giudiziaria dei singoli partecipanti. Per Cariglino, la valutazione delle richieste economiche avanzate dagli autotrasportatori deve restare distinta dall’accertamento delle responsabilità individuali.
“La Costituzione non distingue tra cittadini con la fedina pulita e cittadini con un passato giudiziario quando si tratta di diritti fondamentali: Articolo 3: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di condizioni personali e sociali. Articolo 17: i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Articolo 21: tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Articolo 27: l’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva, e le pene devono tendere alla rieducazione.
I carichi pendenti sono procedimenti in corso, non condanne: chi li ha è, per la Costituzione, innocente. I precedenti penali riguardano pene già inflitte, spesso già scontate. In nessuno dei due casi la legge toglie a un cittadino il diritto di stare in piazza a chiedere che il suo lavoro possa sopravvivere. Se un camionista con un vecchio precedente blocca un’autostrada, risponde del blocco, come chiunque altro. Non risponde del suo passato. E il suo passato non rende meno vero il prezzo del gasolio che paga”.
Il diritto di voto e il doppio standard denunciato da Cariglino
La riflessione si estende anche al rapporto tra politica e cittadini. Cariglino richiama l’articolo 48 della Costituzione, relativo al diritto di voto, per evidenziare quella che considera una contraddizione nel modo in cui vengono giudicate le persone che partecipano alla vita pubblica. Secondo il presidente del Circolo Azione Lamezia Terme, i precedenti giudiziari diventerebbero oggetto di attenzione soprattutto quando i cittadini si mobilitano per avanzare richieste alle istituzioni, mentre lo stesso criterio non verrebbe utilizzato nei confronti di chi partecipa ai comizi elettorali o sostiene pubblicamente i partiti. Una critica politica che Cariglino collega alla necessità di rispettare la dignità dei manifestanti e di evitare generalizzazioni nei confronti dei lavoratori meridionali.
“C’è poi un paradosso che chi fa politica al Sud conosce bene. L’articolo 48 della Costituzione limita il diritto di voto solo per incapacità civile, per sentenza penale irrevocabile o per indegnità morale stabilita dalla legge. Chi ha carichi pendenti vota. Nella grande maggioranza dei casi vota anche chi ha precedenti. E nessuno, in campagna elettorale, chiede il certificato del casellario a chi sta in piazza ad applaudire. Nessun ministro invita i giornalisti a controllare i precedenti di chi riempie i comizi, di chi distribuisce i volantini, di chi porta i voti. In quei giorni quei cittadini sono “il popolo”, “la nostra gente”, “i lavoratori del Sud”. Il casellario diventa interessante solo quando quegli stessi cittadini smettono di applaudire e cominciano a chiedere. Questo non è rigore: è un doppio standard. E chi lo pratica dovrebbe sapere che al Sud se ne accorgono tutti”.
L’appello finale: “Anche il Sud è Italia”
Nelle conclusioni, Antonello Cariglino ribadisce la necessità di conciliare il rispetto della legalità con la tutela del diritto alla protesta. Il presidente del Circolo Azione Lamezia Terme riconosce il dovere dello Stato di garantire la circolazione delle merci, la sicurezza dei cittadini e la protezione dei lavoratori da eventuali intimidazioni, ma chiede che le responsabilità penali siano accertate individualmente, senza trasformarle in un giudizio generalizzato sulle categorie coinvolte. Per Cariglino, la questione fondamentale resta quella economica: il costo del gasolio, la sostenibilità delle piccole imprese e la possibilità per gli autotrasportatori di continuare a lavorare. Sono questi, secondo il rappresentante di Azione, i temi sui quali la politica dovrebbe concentrare le proprie risposte, riconoscendo al Mezzogiorno la stessa attenzione riservata alle altre realtà del Paese.
“Lo Stato ha il dovere di garantire che le merci arrivino e che nessuno venga intimidito. Ha anche il dovere di non trattare un’intera categoria di lavoratori meridionali come un problema di polizia. Le due cose stanno insieme: si chiama distinguere. Chi ha commesso reati durante la protesta ne risponda davanti a un giudice. Ma le migliaia di camionisti che hanno dormito per giorni nelle cabine, sui piazzali, ai caselli, chiedevano una cosa sola: poter continuare a lavorare. Meritano una risposta sul gasolio, non un controllo sul casellario. E meritano di essere raccontati con la stessa attenzione che si riserva a Milano. Perché, come c’era scritto su uno dei loro striscioni, anche il Sud è Italia”.
L’intervento di Cariglino riporta così l’attenzione sul dibattito seguito alle proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori, tra le difficoltà economiche denunciate dalle categorie, i provvedimenti adottati dal Governo e le questioni di ordine pubblico emerse durante i presidi. La posizione del presidente del Circolo Azione Lamezia Terme è quella di distinguere le eventuali responsabilità individuali dalla legittimità delle richieste dei lavoratori, evitando che la discussione sui precedenti giudiziari oscuri le cause economiche della mobilitazione. Un richiamo che si conclude con la rivendicazione di maggiore attenzione e rispetto per le istanze provenienti dal Mezzogiorno.
