Ponte Calopinace, una proposta per il Sindaco

La proposta al Sindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro sul nome da assegnare al ponte sul Calopinace

Approfitto della proposta del sindaco Cannizzaro di un invito alla cittadinanza per dare un nome al ponte da poco inaugurato per rispolverare una proposta ancor più profonda ma, mi sia consentito, ancor più interessante che, nata nei circoli culturali cittadini porto avanti ormai da troppi anni senza riuscire a trovare l’ascolto dovuto. Una delle poche cose meritorie a cui aveva messo mano l’amministrazione Falcomatà era stata la ristrutturazione toponomastica cittadina.

Quanto ce ne fosse bisogno si capiva dal fatto che in una città cresciuta troppo in fretta e troppo disordinatamente le strade spesso erano indicate, non di rado con scritte sul muro, con “traversa x” e “traversa y”. Purtroppo anche questa idea meritoria, come tantissime altre di quella amministrazione, ha funzionato spesso solo a livello di buoni propositi. Il motivo è che la commissione toponomastica istituita a decidere il nuovo nome da dare alle strade ha compiuto scelte quantomeno, diciamo, bizzarre. Intendiamoci: anche noi siamo ben contenti se, invece delle solite “via Dante” o “via Manzoni” si sceglie di premiare e mettere in risalto esponenti della storia e della cultura territoriale. Purché, naturalmente, si faccia con un certo discernimento. Qui invece sono comparsi in pochi anni agli angoli delle strade nomi oscuri e improbabili. Il motivo è che, come spiegava Umberto Eco in ogni famiglia italiana c’è sempre qualcuno che si diletta di poesia, di lettere, di mettere qualche striscia di pittura su una tela e muore dopo con la convinzione di essere un grande artista incompreso, sfruttato solo in genere da tipografi cinici che gli stampano le opere a pagamento che riempiranno balle in qualche cantina fino a che finiranno in qualche discarica. È umano vivere di speranze, ma se ognuno pretendesse di essere ciò che crede, altro che Rinascimento ci sarebbe in Italia.

Ma purtroppo spesso i parenti di tantissima gente sono andati a riempire di belle parole la commissione toponomastica del Comune e, vuoi perché questa ci credesse davvero, vuoi perché a gridare si ha sempre ragione, vuoi perché qui un posto si trova sempre a tutti, ognuno alla fine ha ottenuto la sua epigrafe in bella mostra sulle strade cittadine. E così invece di una via Manzoni abbiamo una via Matteo Paviglianiti, poeta barbiere semianalfabeta del primo Novecento, una piazzetta dedicata a Ciccio Chirico, una strada dedicata (e siamo già nel folklore) al “poeta” Balia, e vado solo a memoria, e potrei citarne qualche decina d’altri (ma non esistono invece strade dedicate a Strati, La Cava, Seminara e quant’altri illustri romanzieri del territorio che a Reggio hanno ambientato le loro pagine).

Senza contare tutti quei parenti che volevano una vita per i loro luminosi congiunti che magari non avevano scritto nulla, ma poiché alla fine, come diceva Montanelli, il compromesso in Italia si trova sempre alla fine, per esempio, giudici e avvocati diventano improvvisamente “giuristi”. E c’è anche chi ha preteso, e naturalmente ottenuto, una strada o una piazzetta per qualche caduto sul posto di lavoro e già oggi c’è chi propone di intitolare il nuovo ponte alla giovane adolescente da poco deceduta nel tragico incidente sulla Bretella (lungi da me, beninteso, sminuire il dramma umano che ha investito queste persone e i loro familiari, ma il “merito” per cui la memoria di qualcuno si indica alla posterità non è essere rimasto vittima di un incidente). In certe città del Nord, si dirà, sono riusciti a fare di peggio: spinti dall’ideologia del momento una certa sinistra ha riempito Roma e Genova di targhe marmoree dedicate a Stefano Cucchi e a Carlo Giuliani, e per fortuna fino a qui non ci siamo ancora giunti. I nostri immortalati erano dei poveri diavoli, ma non ancora dei delinquenti. Ma la cosa ci consola poco.

Noi abbiamo amato girovagare per le città del Nord e a lungo abbiamo vissuto in Toscana, dove si ama immortalare e mettere in mostra agli occhi di tutti l’orgoglio della propria storia e di chi la ha frequentata. E, a leggere poi le targhe che circondano chi passeggia per Reggio, crediamo che all’ignaro turista verrebbe da pensare non solo che questo angolo di mondo sia sempre stato escluso dalla storia importante ma anche, vedendo le persone a cui dedica le strade, che questa città non ha mai partorito nessuno di davvero rilevante che valesse la pena di essere ricordato.

Ma, naturalmente, non è così. È solo questo modo di fare le cose ce lo fa credere. In realtà la storia importante qui c’è passata spesso e figure di rilievo ne sono nate e passate tantissime. A volte basterebbe chiedere alle persone giuste (e anche di queste ce ne sono tante): ma spesso non sono queste a fare la fila speranzose negli uffici amministrativi. Cosicché spinto da questo vulnus dopo lunghe conversazioni con illustri studiosi della cultura cittadina (quelli seri: da Vincenzo Paladino a Franco Arillotta a Agazio Trombetta a tanti altri) mio padre aveva posto mano a una serie di epigrafi da porre in alcuni punti della città per celebrare la presenza di persone importanti (quelle serie) che avevano accompagnato la sua storia, e che volevano essere un tentativo di riappropriarsi del suo passato (un po’ come, adesso, meritoriamente si sta facendo a Scilla).

Una simile proposta era stata accolta a suo tempo a Bagaladi dall’allora sindaco Monorchio e una epigrafe che ricorda il pittore Nunzio Bava è accanto al palazzo comunale. Anche qui a Reggio la proposta era piaciuta al sindaco Falcomatà (quello serio), ma poi le avverse condizioni di salute non permisero di portare a compimento il progetto. Da allora ho portato in giro i testi a non so quanti assessori che si sono succeduti nella città, che mi hanno accolto tutti a braccia aperte e con pareri entusiastici, per mettere poi i fogli in qualche cassetto da cui non si sono più mossi e versare poi non so quanti soldi in iniziative futili, mentrequi la spesa invece sarebbe quella di tre lastre di marmo. Di ritorno dal mio esilio intellettuale fiorentino ho scelto di smettere di frequentare i palazzi della politica, e non lo farò più neanche adesso, quindi la mia proposta sarà pubblica. Trascrivo qui le epigrafi che si era scelto di porre, per rendere adesso pubblica la mia proposta. Una era da mettere presso il palazzo del Genio Civile ed è dedicata a Salvatore Quasimodo che lavorò lì a lungo negli anni Venti:

QUI, IN UNA FREDDA E SEVERA
STANZA DI BUROCRATE
L’ “OPERAIO DEI SOGNI”
SALVATORE QUASIMODO
DAL 1926 AL 1929
ALTERNAVA AL LAVORO QUOTIDIANO
IL RIFUGIO DELLA PROFONDITÀ
DI UN MONDO INTERIORE
PRIMA DI SPICCARE IL VOLO
VERSO METE ALTISSIME DI POESIA

Una era da porsi presso la sartoria Versace e recitava così:

DA QUESTA MURA
CHE LO VIDERO
CRESCERE E STUPIRSI
LO STILISTA GIANNI VERSACE
PARTÍ PER PROPORRE AL MONDO
LA SUA VISIONE CREATIVA
LASCIANDO OVUNQUE L’IMPRONTA
DEL SUO GENIO ARTISTICO

“IL SUD PER ME È VITA,
CREAZIONE, DRAMMA.
TUTTI I RICORDI
MI PORTANO A REGGIO,
LA MIA CITTÀ DI MARE”L’ultima, da affiggere sulla “balconata” della Rotonda, riguarda i poeti che lì andavano a rimirare il paesaggio dello Stretto.

DA QUESTO BALCONE PRIVILEGIATO
AMAVANO SOFFERMARSI
A RITEMPRARE ANIMI POETICI
IN UNO SCENARIO CHE SI APRE AGLI OCCHI
IN UNA STRAORDINARIA SIGGESTIONE E BELLEZZA
DIEGO VITRIOLI
GIOVANNI PASCOLI
SALVATORE QUASIMODO

(Alla base di ogni epigrafe, molto in piccolo, andrebbe posta l’indicazione di chi ha scritto e di chi ha posto l’epigrafe, più la data. In questo caso, per ognuna, “Mimmo Scappatura dettò” a sinistra e, se volesse accogliere la proposta, “Francesco Cannizzaro pose MMXXVI” a sinistra). Lascio qui speranzoso la mia proposta che sarebbe già dovuta essere realizzata, se l’avverso destino non si fosse frapposto, da Falcomatà padre e che ha superato indifferente file di assessori.