Lo scorso nove ottobre in una bella sala del Senato l’onorevole Giuseppe Fioroni ha presentato il suo libro “Ovunque è il centro” (editore Rubbettino). Si tratta di un’intervista autobiografica concessa al sociologo Angelo Palmieri. I protagonisti del confronto erano di tutto rispetto. Oltre al presidente della regione Lazio, Francesco Rocca, c’era Lorenzo Guerini. Francesco Verderami, il brillante giornalista che si occupa prevalentemente di politica interna su “Il Corriere della Sera” ha regolato il dibattito. Dopo la presentazione di Angelo Sanza, vicepresidente dell’associazione degli ex parlamentari che ha organizzato l’evento. In prima fila era infatti seduto il presidente di detta associazione, Pino Soriero. Il confronto, la pacata chiusura di Fioroni hanno creato nella sala gremita un’atmosfera lontana, vagamente nostalgica. Anche se non si può negare che questo delicato sentimento possiede sempre, nella sua dimensione più riposta, qualcosa di decadente. Non fosse altro che per il fatto di ridimensionare la quotazione del tempo presente.
Il libro che ho finito di leggere in questi giorni è sostanzialmente una biografia dell’autore scritta sotto forma di intervista. Le domande le pone un sociologo di qualità. Nel mondo del giornalismo esiste un assioma ricorrente: una bella intervista prende vita, oltre che dalle brillanti risposte del protagonista, dalla qualità delle domande che vengono poste. Il libro si muove per intero nel mondo cattolico e dunque all’interno del partito che di tale mondo era l’emanazione: la Democrazia cristiana. Si parte da Fioroni ragazzo, dai tempi dello scoutismo per andare lontano nella carriera politica ben oltre ogni previsione. Il testo disvela, anche in ottimo stile, un tragitto istituzionale smagliante, con gli appuntamenti cadenzati, anno dopo anno, come abitualmente avveniva nella Dc. Un partito che per molte ragioni, prevalentemente di politica internazionale (l’Urss del tempo incuteva paura all’intero Occidente) era destinato a restare avvinto al governo.
Ovviamente nelle pagine del testo giganteggia la figura di Alcide De Gasperi, l’inventore del centro. Il personaggio di quel tempo lontano – l’unico ad essere attaccato violentemente sia dalla destra che dalla sinistra – del leader, oltre alle doti, portava le stimmate. Nel senso che s’immedesimava profondamente nei drammi dei territori più sfortunati del paese che con mano ferma guidava. Faccio a tale proposito un solo esempio. Tornando da Matera, dove alla vista dei “Sassi” si era visibilmente commosso (“quei tuguri, quelle tane abitati da uomini stringono il cuore) decise di approntare una legge che porta il nome della città lucana e dopo appena un anno vi ritornò ancora per svuotare i “Sassi della loro umanità dolente e restituirli alla tutela archeologica. Fioroni scrive non solo dell’uomo che creò la democrazia cristiana, ma del presidente del Consiglio che risollevò materialmente e psicologicamente un paese ridotto in di macerie. Stiamo parlando di quel Sud che, anche se in parte risparmiato, rispetto al nord, dalla guerra, anche la nascita dell’unità d’Italia aveva lasciato esattamente come l’aveva trovato: in rovina.
E’ noto che Cavour, in punto di morte, aveva dovuto ammettere quasi in forma testamentaria: “Pensate ai napoletani”. De Gasperi, trentino, risulta il più grande meridionalista della nostra storia. Schivo e concreto sembrava rispondere alla definizione data da Carlyle dell’eroe politico, il quale assumerebbe sempre i caratteri “contrari” del paese che lo esprime. Era avvenuto con Cavour e si era ripetuto con De Gasperi. Nel libro viene ricordato un episodio di politica internazionale che appare oggi di struggente attualità. Il fallimento della Comunità europea di difesa costituì per lo statista trentino un’amarezza cosi profonda che, come scrive qualche suo biografo, contribuì a portarlo alla morte. Naturalmente come si ribadisce nel libro “De Gasperi insieme ad Adenauer e a Schuman aveva compreso che una politica di difesa comune non rappresentava una deriva militarista, ma un investimento per la pace”.
Si pensi cosa avrebbe potuto oggi rappresentare in questo nostro mondo, attraversato da sinistri bagliori di guerra, quella provvidenziale lungimiranza. Il libro, come suggerisce il titolo, si occupa del valore del centro in questo mondo che, a causa del prevalere degli estremismi, va ormai in frantumi. Scegliamo adesso fior da fiore dal testo alcuni eventi personali e politici della vita del protagonista. Cominciamo dai primi. L’autore mostra in più d’una pagina il suo profondo legame coi genitori. Sembra una banalità. Invece la cronaca dei nostri giorni, dominata dai social, ci dimostra che questi, nel diffondere messaggi brevi, finiscono per “privilegiare l’estremismo” e la violenza anche in famiglia. Basta leggere le cronache di questi ultimi tempi. Fioroni è nato nel 1958 e l’Italia, grazie alla democrazia e anche al partito rimasto per decenni al governo, è cambiato profondamente. L’idea di uguaglianza si è estesa dappertutto, le classi sociali si sono frammischiate.
Il padre di Fioroni faceva il macellaio. Se il nostro protagonista fosse nato qualche decina di anni prima avrebbe dovuto fare anche lui il macellaio. Per secoli la società era rimasta statica, i mestieri si tramandavano quasi sempre in famiglia di padre in figlio, ma con la democrazia che cresceva di anno in anno rigogliosa, il figlio del macellaio, assecondando le legittime ambizioni dei genitori e sfruttando il suo talento, è diventato un bravo medico internista. Si è formato nell’università cattolica all’interno della quale ha assunto nel tempo ruoli politici rilevanti. Oggi, dopo avere svolto giovanissimo il ruolo di sindaco di Viterbo, di parlamentare, di ministro della pubblica istruzione nel secondo governo Prodi, di presidente della commissione Moro, per rifermi solo ai ruoli più rilevanti, è vicepresidente della fondazione Toniolo e per questo vicepresidente del Gemelli.
Due parole ancora su alcuni dei tanti personaggi che si avvicendano nel libro. Penso a Franco Marini al quale Fioroni era fortemente legato, penso alla battaglia condotta a favore di Dario Franceschini nello scontro congressuale con Bersani e penso infine alle tante altre vicende che lo hanno visto protagonista nella DC, nel Ppi, nella Margherita e nel Pd. Oggi di quest’ultimo partito non vuole più saperne, specie nell’attuale fase storica in cui, come ripete nel libro, “il centrosinistra è sempre più ridotto a una sinistra-centro”. Chiudo lasciandogli la parola in forma testuale per fargli esprimere l’assillo che gli rode dentro da una vita: “Il centro degasperiano torna oggi a sembrarmi una necessità, prima ancora che una proposta”.
