Nel dibattito economico e politico contemporaneo assistiamo sempre più spesso al riaffiorare di scorciatoie concettuali che rischiano di minare le basi stesse delle democrazie liberali. Tra queste, la narrazione demagogica sugli extraprofitti rappresenta una delle distorsioni più pericolose per la tenuta del sistema produttivo. In una rigorosa architettura di libero mercato, la categoria concettuale dell’extraprofitto semplicemente non esiste. L’analisi teorica e la storia economica ci insegnano infatti che esistono esclusivamente i profitti d’impresa, ovvero il legittimo rendimento del capitale di rischio, la remunerazione dell’intraprendenza e la necessaria ricompensa per chi si assume l’onere dell’incertezza in contesti macroeconomici volatili.
Qualsiasi tentativo di appiccicare l’etichetta di extra al guadagno di un’azienda impone una domanda tanto semplice quanto devastante per i sostenitori dell’interventismo statale: chi stabilisce la soglia oltre la quale un utile cessa di essere legittimo per diventare superfluo? Rispetto a quale parametro arbitrario si decide cosa sia ordinario e cosa sia straordinario? Pretendere che sia la burocrazia pubblica a decretare dall’alto il margine di guadagno consentito a un’impresa commerciale significa resuscitare un approccio pianificato di matrice sovietica. Questa impostazione comunista e dirigista, ampiamente smentita dal fallimento dei regimi del Novecento, finisce irrimediabilmente per penalizzare il merito, disincentivare gli investimenti e alterare i meccanismi fisiologici dell’offerta e della domanda.
L’illusione punitiva della tassazione ideologica e il danno ai risparmiatori
L’idea di punire le aziende che producono valore attraverso l’introduzione di un prelievo fiscale sugli extraprofitti si rivela un’aberrazione non soltanto sul piano teorico, ma anche su quello strettamente pratico. Quando uno Stato sceglie la strada della tassazione punitiva nei confronti delle grandi realtà produttive o energetiche, la conseguenza immediata non è una redistribuzione virtuosa, bensì la distruzione della fiducia sui mercati finanziari. A farne le spese, in ultima analisi, sono sempre i risparmiatori italiani, le cui risorse sono spesso custodite all’interno di fondi d’investimento, piani individuali di risparmio e casse previdenziali che detengono partecipazioni azionarie nelle medesime aziende colpite.
Colpire la redditività delle imprese significa deprezzare i titoli in borsa, impoverire il patrimonio dei piccoli azionisti e bloccare la pianificazione degli investimenti a lungo termine, essenziali per la modernizzazione infrastrutturale e per la transizione energetica. Una politica economica seria e lungimirante ha il dovere inderogabile di respingere le sirene del populismo fiscale. Anziché cedere alla tentazione della confisca amministrativa del profitto, il compito delle istituzioni è quello di creare un ambiente normativo stabile, attrarre capitali esteri e utilizzare il peso dell’autorevolezza politica per negoziare soluzioni sostenibili con il tessuto industriale.
La diplomazia delle risorse: la forza della politica nello scacchiere globale
È esattamente in questo solco concettuale che si inserisce l’azione pragmatica e strategica condotta dal Governo guidato da Giorgia Meloni, che da quattro anni guida l’Italia con una visione chiara del ruolo del Paese nello scacchiere internazionale. Invece di cedere a vertigini tassatrici che avrebbero provocato contenziosi e fughe di capitali, l’esecutivo ha scelto la strada della diplomazia energetica e della fermezza negoziale. Attraverso intense e continue interlocuzioni dirette con i Governi dei Paesi produttori e con i vertici dei colossi della distribuzione, l’Italia ha saputo trasformare la propria centralità geopolitica nel Mediterraneo in un vantaggio economico tangibile per le famiglie e le filiere produttive.
Non è un caso se oggi l’Italia è il Paese europeo con la più alta percentuale di riempimento degli stoccaggi di gas, e il Paese in cui i cittadini pagano la benzina e il diesel meno cari d’Europa. I canali diplomatici aperti e consolidati con partner strategici globali hanno rappresentato il vero pilastro di questa strategia. Il costante dialogo con l’Azerbaigian, fornitore imprescindibile per l’approvvigionamento del sistema gestito da IP, l’intesa consolidata con il Qatar, snodo fondamentale per la partnership industriale con Q8, e le recenti interlocuzioni con la Libia nell’orbita di fornitori come Tamoil, dimostrano come la politica estera possa produrre effetti immediati sul carovita. L’autorevolezza internazionale di Roma ha consentito di costruire un clima di fiducia e cooperazione con i grandi player del settore petrolifero, convincendoli dell’opportunità strategica di contenere i margini di speculazione e applicare un tetto al prezzo dei carburanti in modalità self-service.
ENI, eccellenza d’Italia: difendere le aziende strategiche per proteggere i risparmi degli italiani
La prima società a decidere autonomamente di imporre un tetto del prezzo a benzina e diesel è stata ENI, che fin dalla sua fondazione rappresenta una vera e propria eccellenza d’Italia, un pilastro ineguagliabile della nostra sicurezza energetica e un vanto assoluto della nostra politica industriale globale. La storia del “Cane a sei zampe“, nel solco tracciato dalla complessa e pionieristica visione di Enrico Mattei, è costellata di momenti critici in cui l’azienda ha storicamente aiutato i cittadini, garantendo approvvigionamenti stabili a prezzi accessibili durante le peggiori crisi geopolitiche e alimentando, di fatto, il miracolo economico nazionale.
Oggi, accanirsi contro questa corazzata strategica con una confisca ideologica (come sarebbe la tassa sugli extraprofitti che vorrebbe la sinistra), rappresenterebbe un vero e proprio suicidio macroeconomico. Se ci si ferma ad analizzare quanti italiani hanno azioni ENI, i numeri parlano chiaro: si tratta di centinaia di migliaia di piccoli azionisti diretti, a cui vanno sommati i milioni di cittadini coinvolti indirettamente attraverso i fondi pensione, le casse previdenziali e i fondi comuni d’investimento.
Imporre una tassa sugli extraprofitti di ENI non significherebbe affatto punire una multinazionale senza volto, bensì drenare spietatamente liquidità dal patrimonio delle famiglie, falcidiare la distribuzione dei dividendi, deprimere il valore del titolo a Piazza Affari e, in ultima analisi, distruggerebbe i risparmi degli italiani accumulati con decenni di sacrifici. È in questo preciso snodo che emerge con inequivocabile evidenza perché il metodo Meloni sia quello corretto. Anziché ricorrere a un esproprio di Stato che avrebbe paralizzato gli investimenti e bruciato la ricchezza nazionale, il Governo ha scelto la via dell’interlocuzione paritetica e dell’autorevolezza istituzionale, stringendo patti di sistema che hanno portato a un calmiere naturale dei prezzi. Una dimostrazione lampante di come la tutela dei consumatori si ottenga valorizzando le grandi imprese e salvaguardando il portafoglio dei risparmiatori italiani, respingendo al mittente la retorica tossica dell’anti-capitalismo statalista.
Il confronto europeo: i numeri del successo italiano sui carburanti
I risultati concreti di questo approccio pragmatico appaiono nitidi se si analizza il panorama del mercato dei carburanti in Europa. In una fase storica caratterizzata dalla spinta inflazionistica e da profonde tensioni geopolitiche sulle materie prime, l’Italia registra i costi alla pompa tra i più competitivi dell’intero blocco continentale. L’accordo volontario di price cap sottoscritto dalle principali compagnie di distribuzione ha fissato in Italia un limite massimo di 1,99 euro al litro per la benzina self-service e di 2,19 euro al litro per il diesel self-service, ponendo il Paese al riparo dai picchi speculativi che stanno invece flagellando le economie dei partner europei.
Mentre gli automobilisti italiani beneficiano di un listino calmierato grazie alla collaborazione tra Stato e imprese, le rilevazioni sui mercati esteri mostrano scenari ben differenti. In Germania il prezzo medio della benzina supera i 2,35 euro al litro, con il diesel attestato oltre i 2,46 euro. Nei Paesi Bassi si toccano vette di 2,45 euro al litro per il carburante verde e fino a 2,58 euro per il gasolio. Ancora più marcato è il divario in Danimarca, dove la benzina ha valicato la soglia dei 2,60 euro al litro. Anche in nazioni tradizionalmente stabili come la Francia, il Belgio o il Regno Unito, il costo dei carburanti si mantiene sistematicamente al di sopra delle tariffe applicate sulla rete viaria italiana, compreso tra 2,20 euro al litro per la benzina e 2,50 euro per il diesel. Anche in Svizzera il diesel ha superato i 2,60 euro al litro e persino in Austria, paese storicamente caratterizzato da una fiscalità sui carburanti contenuta, la benzina e il diesel mostrano medie superiori a quelle italiane: nelle aree di confine, fino a poco tempo fa erano gli italiani a valicare la frontiera per fare il pieno. Adesso sta iniziando ad accadere l’esatto contrario!
Una lezione di economia politica per il futuro dell’Occidente
Il confronto tra il modello italiano e le dinamiche in atto negli altri Stati europei offre una lezione fondamentale sulla gestione dell’economia in tempi di crisi. Da un lato vi è l’illusione burocratica di chi pensa di risolvere le vertigini dei costi di mercato a colpi di decreti punitivi, tasse sui fantomatici extraprofitti e dirigismo statale di matrice sovietica, ottenendo come unico risultato l’impoverimento delle imprese e il riversamento finale dei costi sui consumatori. Dall’altro vi è il modello italiano, improntato al rispetto delle regole del libero mercato e supportato da una politica estera autorevole, in grado di sedersi ai tavoli negoziali internazionali per concordare soluzioni di buon senso con i giganti dell’energia.
Tutelare il potere d’acquisto dei cittadini non richiede la distruzione delle dinamiche di profitto, ma la capacità di governarle con competenza, creando le condizioni geopolitiche affinché le risorse fluiscano a costi accessibili. L’esperienza italiana dimostra che l’autorevolezza della politica, quando declinata nell’interesse nazionale e nel rispetto dell’iniziativa privata, è lo strumento più efficace per difendere i risparmi degli italiani e garantire la competitività del sistema Paese sul palcoscenico globale.
