Oggi, 10 ottobre, è la Giornata Mondiale della Salute Mentale. Il tema di quest’anno è ascoltare le esperienze vissute, voci vere, vero cambiamento. Una frase che mi ha fermato a riflettere, perché negli ultimi anni mi sono spesso interrogato se oggi qualcuno è ancora disposto realmente ad ascoltare o se viviamo in un tempo in cui tutto scorre via troppo in fretta per lasciare il segno, i legami, le promesse, persino il dolore degli altri. In questo articolo non vorrei scrivere di numeri, dati o statistiche, ma vorrei soffermarmi sulle persone. Quelle che aspettano una risposta e quelle che dovrebbero darla. Per questo affermo che la politica, fatta di persone, può ammalarsi. Parlo di “patologia” non come insulto, ma come diagnosi esistenziale precisa“. È quanto dichiarato da Giuseppe Foti, Educatore psichiatrico di Reggio Calabria, attraverso una nota stampa.
“La politica, nel suo scopo più alto e nobile, dovrebbe essere il luogo in cui una comunità si prende cura di sé stessa. Oggi quello scopo si è smarrito. E qui voglio essere preciso su quale sia questa patologia, perché dirlo in modo vago servirebbe solo a sfogare una rabbia, non a comprenderla: la patologia non è la politica in sé, è la perdita della capacità di restare dentro una relazione di responsabilità continuativa. È l’abitudine a rimandare, a scaricare su un altro ufficio, un’altra Regione, un altro governo, quello che andrebbe affrontato subito. È una perdita che somiglia, per chi fa il mio lavoro, a quella di chi smette di fidarsi del mondo, solo che qui non accade nella mente di una persona sola, ma accade nel tessuto della cosa pubblica.
Questa mia riflessione, in una giornata importante come questa, nasce perché ritengo che la salute mentale debba essere al centro delle priorità di una società. Una società che ha smesso, a mio avviso, di credere nella responsabilità comune. Lo si vede ogni giorno nei piccoli gesti di indifferenza che si ripetono. Dove nessuno si sente più responsabile di nessuno, la fragilità di una persona resta sola, e una comunità che lascia sole le sue persone fragili scopre di essere fragile a sua volta. Questi concetti potrebbero sembrare frutto di un’elaborazione teorica astratta, filosofica o lontana dalla vita reale, ma nascono sul campo, dove la vita di qualche persona non riesce più a trovare la sua Itaca.
La salute mentale riguarda tutti, i nostri figli, i nostri genitori, e comprende ogni ambito sociale. Questo viene spesso dimenticato, e scompare dopo una giornata dedicata al tema. La mia fatica è sempre stata questa: far capire che la salute mentale non è un argomento per addetti ai lavori, ma un filo che tiene insieme una comunità intera.
Un filo che, quando si spezza, non lascia cadere solo chi lo tende fisicamente ogni giorno, chi lavora nei servizi, chi assiste un familiare fragile, chi tenta di restare accanto a chi soffre. Lascia cadere tutti, perché nessuna comunità regge a lungo se smette di prendersi cura di chi, al suo interno, ha smarrito la rotta“, prosegue Foti.
“Non so se oggi, in questa giornata, qualcuno davvero ascolterà le esperienze vissute di cui parla il tema di quest’anno. Spero di sì. Spero che dietro le cerimonie di rito, dietro le luci verdi accese sui palazzi, ci sia almeno un tentativo sincero di cambiare qualcosa di concreto, e non solo la celebrazione di un giorno che poi si dimentica per gli altri trecentosessantaquattro.
Ma la speranza, quella vera, non la ripongo più negli eventi. La ripongo in chi continua, silenziosamente, a tendere quel filo, anche quando nessuno guarda, anche quando nessuna istituzione risponde: richiamare chi ha chiamato, spiegare due volte la stessa cosa, non lasciare solo un familiare.
Nessuno nasce sapendo prendersi cura dell’altro. Si impara da chi ci sta intorno, da come siamo stati trattati quando eravamo fragili, da ciò che una comunità ci ha mostrato che si fa, e che non si fa, davanti a chi è in difficoltà. Anche chi governa è fatto così: porta nelle decisioni quello che ha visto fare. Per questo la responsabilità che manca nelle istituzioni non è un guasto che si ripara con una norma: è qualcosa che una comunità ha smesso di trasmettere. Può ricominciare da come tratta i suoi più fragili, perché è lì che i più giovani imparano quanto vale una persona. Ogni comunità educa, anche quando non lo vuole. La domanda è che cosa stiamo insegnando, oggi, a chi ci guarda“, conclude Foti.
