Non è una scoperta, nient’affatto. In campo faceva innamorare e arrabbiare, o viceversa, molto spesso anche nel giro di qualche minuto. A Reggio Calabria, al Granillo, croce e delizia per tre anni, ma – anche – uno dei talenti più forti passati dalla Reggina in oltre 100 anni di storia. Jeremy Menez è questo, era questo, è sempre stato questo. Una grande giocata, un assist illuminante, un gol fantastico, poi un gesto di stizza, un’ammonizione o un’espulsione gratuita, quella sensazione di svogliatezza a sprazzi vista anche sullo Stretto. L’ultima stagione, quella con Pippo Inzaghi in panchina, sicuramente la più bella, per i tifosi amaranto, che hanno però assistito pure a lunghe pause, a causa dei suoi problemi alla schiena.
Jeremy Menez è consapevole, di tutto. Lo ha ammesso in una intervista alla Gazzetta dello Sport: “Il mio carattere mi ha limitato, lo ammetto. Potevo fare molto di più. Giocavo senza pensare, d’istinto. Volevo divertirmi con la palla e questo, magari, mi portava a non gestire bene la rabbia. Dove nasce il Menez ribelle? Sicuramente l’ambiente in cui sono cresciuto non ha aiutato. Vivevo nelle banlieue di Parigi con mia mamma. Avevo un gruppo di amici in cui dovevi farti vedere, spiccare in qualche modo. Alcuni di loro sono finiti in carcere. Ne abbiamo combinate tante. Una volta ordinammo una pizza e io rubai il motorino al fattorino“.
Al Milan, ad esempio, litigò con Montella: “Andammo in ritiro in America. In un’amichevole contro il Liverpool mi mise in panchina e all’allenamento successivo mi comportai da svogliato. Lui mi cacciò e io gli risposi in modo acceso. A fine allenamento chiamò Galliani e gli disse di mandarmi via. Ero una testa calda, è stata colpa mia”. L’anno prima, invece, sempre in rossonero, un problema fisico: “durante un allenamento feci uno scatto in salita e sentii un dolore enorme alla schiena. Al Psg mi ero già operato di ernia e quella parte del corpo mi dava problemi. Faticavo a camminare e fui costretto a operarmi. Una volta tornato, però, avevo ancora troppo dolore. Ad agosto il medico mi disse di seguire una terapia farmacologica e di stare a casa per quattro mesi. All’inizio zoppicavo, tornai solo a gennaio”.
