Le elezioni politiche in Israele stanno riservando un risultato molto diverso da quello prospettato dagli exit poll della notte. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, inizialmente indicato in svantaggio rispetto all’opposizione guidata da Gadi Eisenkot, ha recuperato terreno durante lo scrutinio, portando il proprio blocco davanti agli avversari. Ma mentre i numeri cambiano, all’interno dello schieramento anti-Netanyahu esplode una questione politica potenzialmente decisiva: formare un governo con il sostegno dei partiti arabi.
A sollevare apertamente il tema è Yair Golan, leader del partito I Democratici, che propone una collaborazione con le formazioni politiche rappresentative della minoranza araba israeliana per costruire un’alternativa all’attuale governo. Una posizione che incontra però la contrarietà di diversi alleati, a cominciare proprio da Eisenkot, candidato alla guida del prossimo esecutivo.
Lo scontro è particolarmente significativo perché, alla luce dei risultati parziali, i seggi dei partiti arabi potrebbero diventare determinanti per consentire all’opposizione di raggiungere una maggioranza parlamentare. Ma la distanza politica tra le diverse componenti dello schieramento resta notevole.
Elezioni Israele, Netanyahu sorpassa Eisenkot: 54 seggi contro 48
Secondo le proiezioni basate sui risultati parziali della Commissione elettorale centrale israeliana, riportate dal Times of Israel, con il 72,4% delle schede scrutinate il blocco che sostiene Benjamin Netanyahu raggiungerebbe 54 seggi alla Knesset, contro i 48 seggi dello schieramento guidato da Gadi Eisenkot. Ai partiti arabi andrebbero invece 18 seggi.
Si tratta di un cambiamento importante rispetto agli exit poll diffusi alla chiusura delle urne del 27 ottobre, che avevano assegnato 53 seggi al blocco di Eisenkot, 50 a quello di Netanyahu e 17 ai partiti arabi.
Il confronto evidenzia come il premier uscente abbia recuperato quattro seggi rispetto alle stime iniziali, mentre il blocco di Eisenkot ne avrebbe persi cinque. Il risultato ribalta così i rapporti di forza emersi nella notte elettorale: da un vantaggio di tre seggi per l’opposizione si passa a un vantaggio di sei seggi per Netanyahu.
Il dato resta comunque provvisorio e nessuno dei due schieramenti raggiunge autonomamente la maggioranza assoluta di 61 parlamentari, necessaria per controllare la Knesset, composta da 120 membri.
Netanyahu si trova a sette seggi dalla soglia, mentre Eisenkot ne dista tredici. Proprio questa situazione rende particolarmente delicato il ruolo dei partiti arabi e apre un confronto all’interno dell’opposizione sulle possibili alleanze dopo il voto.
Yair Golan rompe gli indugi: governo con i partiti arabi per sostituire Netanyahu
Di fronte ai risultati dello scrutinio, Yair Golan ha preso una posizione netta, auspicando la formazione di un governo capace di coinvolgere anche i rappresentanti politici della minoranza araba israeliana.
Il leader dei Democratici, formazione di sinistra appartenente allo schieramento di opposizione a Netanyahu insieme al partito Yashar di Eisenkot, ha affidato a un messaggio pubblicato su X un appello contro le divisioni tra cittadini ebrei e arabi.
“Non abbiamo futuro qui se non smettiamo di avere paura e se non poniamo fine al razzismo. Non possiamo più accettare la distinzione razzista operata da Netanyahu tra voti ebraici e voti arabi”, ha scritto Golan.
Il leader dei Democratici ha quindi sottolineato che si è presentata “l’opportunità di formare un governo di cambiamento in collaborazione con i cittadini arabi di Israele”.
Un messaggio con cui Golan propone di superare uno dei principali ostacoli politici alla costruzione di una maggioranza alternativa a Netanyahu: la riluttanza di buona parte dei partiti dell’opposizione ebraica a coinvolgere le formazioni arabe nell’esecutivo.
Come riportato anche da Haaretz, Golan ha aggiunto: “chiunque tenti di cancellare il voto dei cittadini arabi si sta arrendendo a Netanyahu e sta rinunciando a Israele”.
Perché Eisenkot non vuole governare con i partiti arabi: le condizioni del candidato premier
Il principale ostacolo alla proposta di Golan è rappresentato dalla posizione di Gadi Eisenkot, leader centrista di Yashar e principale candidato premier dell’opposizione. Eisenkot ha già chiarito durante la campagna elettorale di non voler includere nell’esecutivo da lui guidato gli attuali partiti arabi, compreso Ra’am, la formazione guidata da Mansour Abbas.
Il suo rifiuto è motivato da una serie di condizioni politiche e programmatiche che considera indispensabili per partecipare a un governo israeliano. In particolare, Eisenkot chiede ai potenziali alleati di riconoscere Israele come Stato ebraico e democratico, sostenere i principi della Dichiarazione d’Indipendenza, accettare il principio del servizio militare o nazionale universale e riconoscere Hamas come organizzazione terroristica da sconfiggere.
Secondo Eisenkot, nessuna delle attuali formazioni arabe soddisfa complessivamente queste condizioni, rendendo impossibile, sulla base delle posizioni da lui espresse, un loro ingresso nella coalizione di governo.
Il nodo riguarda quindi non soltanto la rappresentanza della minoranza araba, ma anche l’identità dello Stato, la sicurezza nazionale e la politica nei confronti di Hamas. Temi sui quali le differenze tra il centro politico rappresentato da Eisenkot e le formazioni arabe restano profonde.
Va inoltre distinta la possibilità di far entrare ministri dei partiti arabi in un governo da quella di ottenere un loro sostegno parlamentare esterno. La seconda soluzione consentirebbe teoricamente di sostenere un esecutivo di minoranza senza una partecipazione diretta dei partiti arabi al Consiglio dei ministri, ma incontra a sua volta resistenze all’interno dell’opposizione, soprattutto tra le formazioni più vicine al centrodestra.
Il paradosso dell’opposizione: con i partiti arabi ci sarebbero i numeri per superare Netanyahu
La questione emerge con particolare evidenza osservando la distribuzione provvisoria dei seggi. Il blocco guidato da Eisenkot ne avrebbe 48, mentre i partiti arabi ne conquisterebbero 18.
La somma sarebbe di 66 parlamentari su 120, cinque in più rispetto alla maggioranza assoluta. È proprio su questa possibilità aritmetica che si fonda l’apertura politica di Golan.
Ma una maggioranza numerica non coincide necessariamente con una maggioranza politica. Per trasformare questi seggi in un governo occorrerebbe un accordo tra partiti con orientamenti molto differenti, alcuni dei quali hanno già escluso di governare insieme alle attuali formazioni arabe o di dipendere dal loro sostegno.
È questa la contraddizione che attraversa il fronte anti-Netanyahu: l’obiettivo condiviso di sostituire il premier uscente non basta, almeno per il momento, a superare le divergenze sulle alleanze.
Golan ritiene che il coinvolgimento dei rappresentanti arabi possa offrire una soluzione allo stallo, mentre Eisenkot punta a una coalizione fondata su requisiti politici e di sicurezza che, a suo giudizio, i partiti arabi attualmente non soddisfano.
Il confronto richiama anche il precedente del 2021, quando Ra’am di Mansour Abbas partecipò alla maggioranza che sosteneva il governo di Naftali Bennett e Yair Lapid, contribuendo alla fine di una precedente esperienza di governo di Netanyahu. Quell’esperienza dimostra che la partecipazione di una formazione araba a una coalizione israeliana non è senza precedenti, ma non elimina le difficoltà politiche dell’attuale situazione.
Soglia di sbarramento: tre partiti ancora fuori dalla Knesset
Un ulteriore elemento di incertezza riguarda le formazioni che, sulla base dei risultati parziali, rimangono sotto la soglia di sbarramento del 3,25% prevista dal sistema elettorale israeliano.
I Riservisti si attesterebbero al 2,7%, il partito Popolo d’Israele all’1,7% e Charedi Public allo 0,2%.
Il mancato superamento della soglia da parte di queste liste inciderebbe sulla distribuzione finale dei 120 seggi. Con una quota di voti ancora da conteggiare, eventuali variazioni nelle percentuali potrebbero modificare ulteriormente i rapporti di forza tra gli schieramenti.

