Il futuro energetico dell’Italia potrebbe passare in misura crescente dal Mezzogiorno, ma la questione decisiva, secondo il Movimento Equità Territoriale, è capire dove resteranno il valore economico, il lavoro e le competenze prodotti dalla transizione. È il tema sollevato da Massimo Mastruzzo, componente del Direttivo nazionale del MET (Movimento Equità Territoriale), che mette insieme caro energia, difficoltà delle imprese energivore, dipendenza dal gas, tassazione degli extraprofitti e fortissima concentrazione nel Sud e nelle Isole delle richieste di connessione per nuovi impianti rinnovabili. Una riflessione che parte dai costi sostenuti oggi da famiglie e imprese e arriva alla geografia della futura produzione elettrica nazionale, ponendo al centro una domanda: chi sosterrà i costi della politica energetica italiana e chi riuscirà a raccoglierne i benefici?
“L’Italia ha un problema con l’energia. La paga cara quando la compra, mette in difficoltà le imprese che ne consumano di più e continua a dipendere fortemente dal gas. Quando la crisi produce extraprofitti si discute su chi debba tassarli. Quando si parla della soluzione, le rinnovabili, una parte enorme dei nuovi progetti guarda invece verso il Mezzogiorno. Sono apparentemente problemi diversi. In realtà conducono tutti alla stessa domanda: chi paga l’energia italiana e chi ne raccoglie il valore?”. È l’interrogativo posto da Mastruzzo, che parte dal prezzo dell’elettricità e dagli effetti che il differenziale energetico europeo può produrre sulla competitività del sistema produttivo italiano.
Il caro energia e il peso sulle imprese italiane
“Nel 2025 il prezzo medio di cessione dell’energia elettrica in Italia è stato di 115,32 euro per megawattora. Per le imprese il confronto europeo è ancora più pesante: secondo Confindustria, nel primo semestre del 2025 quelle italiane hanno pagato mediamente 278 euro per megawattora, contro 171 in Spagna, 183 in Francia e 216 nella media europea. Pedro Sánchez ha utilizzato un’immagine ancora più impressionante: in un sabato dello scorso marzo il prezzo dell’elettricità in Spagna era sceso a 14 euro per megawattora mentre in Italia, Francia e Germania superava i 100. Era una singola giornata, non il prezzo medio spagnolo. Ma le medie confermano che il differenziale esiste e che per l’industria italiana rappresenta uno svantaggio competitivo.
Per un’impresa energivora non è un dettaglio contabile. Può essere la differenza tra investire o rinviare, produrre oppure ridurre l’attività. Le imprese energivore italiane sono circa 3.800 e operano in settori come vetro, ceramica, cemento, metallurgia, chimica, automotive, gomma, plastica e tessile. Basta guardare alla ceramica: 25.550 addetti diretti nel 2025 e circa 40.000 lavoratori considerando l’intera filiera. Gli investimenti sono diminuiti del 16% e pochi giorni fa il presidente di Confindustria Ceramica, parlando dell’ipotesi di gas a 80 euro per megawattora, ha sintetizzato così il rischio: “Questa è la ricetta per spegnere i forni”. Dietro una bolletta industriale ci sono fabbriche e posti di lavoro. E mentre imprese e famiglie pagano il costo della crisi energetica, quella stessa crisi può produrre profitti straordinari per chi vende energia e combustibili.
Extraprofitti, il MET richiama il ruolo dello Stato
“Sugli extraprofitti occorre essere precisi. L’Europa intervenne durante la precedente crisi energetica e anche l’Italia adottò misure straordinarie. Oggi sei Paesi dell’Unione, Italia compresa, hanno chiesto di discutere una tassazione europea degli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Bruxelles ha risposto che gli Stati membri possono già intervenire autonomamente. La questione, quindi, torna a Roma. Se famiglie e imprese sostengono il costo della crisi, è legittimo domandarsi quale contributo debba essere richiesto a chi dalla stessa crisi ricava profitti eccezionali. E soprattutto come evitare che alla prossima crisi internazionale ci ritroviamo ancora nello stesso punto. Qui entrano in gioco le rinnovabili. L’Italia continua a essere fortemente esposta al gas mentre fotovoltaico ed eolico hanno compiuto progressi tecnologici enormi. E la geografia della possibile futura produzione racconta qualcosa che riguarda direttamente il Mezzogiorno”.
Rinnovabili, circa 261 gigawatt di richieste tra Sud e Isole
È proprio sulla distribuzione territoriale dei nuovi progetti che il ragionamento del MET si concentra maggiormente. Mastruzzo richiama le richieste di connessione alla rete e sottolinea la netta prevalenza del Mezzogiorno e delle due grandi Isole rispetto al Nord, pur precisando che una richiesta di connessione non coincide con la realizzazione effettiva di un impianto.
“Le richieste di connessione di nuovi impianti rinnovabili con soluzione tecnica accettata registrate da Terna alla fine del 2025 ammontavano a 37,5 gigawatt nel Nord. Nel Sud erano 139, ai quali se ne aggiungevano 74,4 in Sicilia e 47,5 in Sardegna: circa 261 gigawatt tra Mezzogiorno e Isole. Una richiesta di connessione non è un impianto realizzato e non significa che tutti quei progetti vedranno la luce. Ma la sproporzione dice molto sulla geografia della futura produzione rinnovabile italiana. Ed è qui che, per il Movimento Equità Territoriale, la transizione energetica diventa anche una questione territoriale. Se il Sud produrrà una parte crescente dell’energia necessaria al Paese, dove verrà prodotto il valore di quell’energia? Il rischio denunciato da tempo dal MET è che il Mezzogiorno diventi un grande hub energetico nazionale senza trasformare questa risorsa in un equivalente sviluppo industriale, occupazionale e tecnologico”.
Impianti al Sud, ma proprietà e servizi possono essere altrove
Secondo Mastruzzo, la localizzazione fisica di un impianto non garantisce automaticamente che tutto il valore economico generato resti nello stesso territorio. Da qui la richiesta di guardare non soltanto alla quantità di megawatt installati, ma anche alla localizzazione della proprietà, della progettazione, dei servizi finanziari e assicurativi, della componentistica, delle professionalità tecniche e delle attività di ricerca.
“Non basta guardare dove sorgono pale eoliche e pannelli fotovoltaici. Un impianto può produrre elettricità in Sicilia mentre proprietà, progettazione, componentistica, credito, assicurazioni e servizi sono localizzati altrove. Il caso di ERG Wind Sicilia 5 aiuta a capire il problema. La società possiede impianti eolici nei territori di Mineo e Militello in Val di Catania. Gli impianti sono siciliani, ma la società proprietaria ha sede legale a Genova e dichiara di non avere personale dipendente proprio, mentre diverse attività vengono svolte attraverso altre società del gruppo. Questo non significa che quei parchi non producano lavoro o benefici economici in Sicilia. Significa che produrre energia in un territorio non equivale automaticamente a produrvi tutto il reddito, il lavoro e le attività economiche che quell’energia mette in movimento. Il luogo dove si produce l’energia e il luogo dove si produce il valore economico dell’energia non necessariamente coincidono”.
Il precedente degli investimenti meridionali e il valore che risale verso Nord
Mastruzzo richiama quindi uno studio riferito al 2008 per spiegare un meccanismo economico che, secondo il MET, deve essere tenuto presente anche nel nuovo ciclo degli investimenti energetici. Lo stesso esponente del Movimento precisa che si tratta di dati storici e che non possono essere utilizzati come fotografia dell’economia attuale, ma li considera utili per descrivere il rapporto tra localizzazione degli investimenti e territori nei quali si attiva la produzione collegata.
“Non sarebbe una novità nella storia economica italiana. Uno studio di SRM basato su elaborazioni Prometeia e dati del 2008 mostrava che per ogni 100 euro di investimenti fissi lordi realizzati nel Mezzogiorno, il 41,5% della produzione attivata ricadeva nel Centro-Nord e il 41,1% nello stesso Mezzogiorno. Quando l’investimento avveniva nel Centro-Nord, soltanto il 4,4% ricadeva invece nel Mezzogiorno. Sono dati del 2008 e non descrivono l’economia italiana di oggi. Ma descrivono un meccanismo che merita di essere ricordato: una parte consistente della domanda generata dagli investimenti meridionali risaliva la penisola attraverso macchinari, progettazione, servizi, forniture e filiere produttive.
La domanda oggi è la stessa. Dove saranno costruiti i componenti degli impianti? Dove saranno localizzate progettazione e ricerca? Dove lavoreranno ingegneri e tecnici? Dove saranno gestiti finanziamenti e servizi? Quanto del valore generato da un investimento realizzato nel Mezzogiorno rimarrà nel territorio che quell’impianto ospita? Anche la fiscalità segue percorsi diversi e non tutte le imposte vengono versate dove una società ha la propria sede legale. Ma conoscere quanti gigawatt vengono installati in una regione non basta a sapere quanta ricchezza quei gigawatt lasceranno sul territorio”.
Cambiamento climatico, il costo dell’adattamento che non compare in bolletta
Nel ragionamento del MET entra anche il costo economico dell’adattamento climatico. Mastruzzo richiama una dichiarazione del presidente del Senato Ignazio La Russa e sposta l’attenzione sulla spesa necessaria per adattare città, infrastrutture, agricoltura e reti idriche agli effetti degli eventi estremi, sottolineando come questi costi possano ricadere in maniera diversa sui territori e sulle fasce sociali.
“E poi c’è il conto che non compare nella bolletta elettrica. Nel giugno scorso il presidente del Senato Ignazio La Russa, parlando del cambiamento climatico, disse che se in Europa arriverà un “clima caraibico” ci abitueremo, ricordando che ai Caraibi le persone convivono da tempo con quelle condizioni. Il problema non è soltanto se ci abitueremo. È quanto ci costerà. Adattarsi significa intervenire sulle città, sulle reti idriche, sull’agricoltura, sulle infrastrutture, sui luoghi di lavoro e sulla protezione dei territori dagli eventi estremi. Anche questo significa pagare. E quei costi non ricadono allo stesso modo su tutti i territori e su tutte le fasce sociali. Fossili, caro energia, extraprofitti, industria, rinnovabili e Mezzogiorno non sono allora sei questioni differenti. Sono parti della stessa domanda: chi sostiene i costi della politica energetica italiana e chi ne riceve i benefici?”.
Il MET: insieme agli impianti servono industria, ricerca e occupazione qualificata
La posizione espressa dal Movimento Equità Territoriale non viene presentata come un’opposizione allo sviluppo delle fonti rinnovabili. Mastruzzo sostiene, al contrario, la necessità che la crescita della produzione energetica meridionale venga accompagnata dalla nascita di filiere industriali, attività di ricerca, professionalità qualificate e servizi localizzati nei territori che ospitano gli impianti, evitando che il Mezzogiorno svolga esclusivamente il ruolo di piattaforma fisica della produzione.
“La transizione energetica può essere una straordinaria occasione per il Mezzogiorno. Ma soltanto a una condizione: che il Sud non metta a disposizione sole, vento, territorio e infrastrutture per poi acquistare altrove tecnologia, servizi e competenze e vedere il valore prodotto dirigersi verso altri territori. Non si tratta di opporsi alle rinnovabili. Esattamente il contrario. Si tratta di pretendere che insieme agli impianti arrivino industria, ricerca, occupazione qualificata e filiere produttive.
Perché altrimenti rischiamo di costruire nel XXI secolo una transizione energetica tecnologicamente modernissima utilizzando una geografia economica antichissima. Il Mezzogiorno può diventare l’hub energetico dell’Italia. La questione è se diventerà anche uno dei luoghi nei quali quella nuova ricchezza viene prodotta e rimane. È questa la transizione che il Movimento Equità Territoriale vuole mettere in discussione: non soltanto quanta energia produrremo e da quali fonti, ma chi sosterrà i costi, chi riceverà i benefici e quale parte del Paese avrà finalmente l’occasione di trasformare una propria risorsa in sviluppo”.
