Albania, violente proteste contro il governo Rama: scontri con la polizia, incendi e tensione a Tirana

Nuova giornata di disordini nella capitale albanese, dove gruppi di manifestanti incappucciati hanno lanciato pietre contro gli agenti e incendiato cassonetti. La mobilitazione contro il premier prosegue tra accuse di corruzione, difficoltà economiche e malcontento giovanile

Nuova giornata di tensione a Tirana, capitale dell’Albania, dove le manifestazioni contro il governo del primo ministro Edi Rama sono sfociate in violenti scontri con le forze dell’ordine. Gruppi di giovani incappucciati hanno lanciato pietre contro gli agenti, utilizzando anche materiale divelto dalla pavimentazione stradale, mentre alcuni cassonetti dei rifiuti sono stati incendiati. La protesta, organizzata per chiedere le dimissioni del premier, si inserisce in un’ondata di mobilitazioni che da settimane attraversa il Paese, alimentata dalle accuse di corruzione e dal crescente malcontento per le condizioni sociali ed economiche. La manifestazione era cominciata pacificamente davanti al ministero dell’Istruzione, uno dei luoghi simbolo delle proteste studentesche. La situazione è successivamente degenerata quando decine di partecipanti hanno iniziato a scagliare pietre contro la polizia e ad appiccare incendi lungo le strade della capitale. Le forze dell’ordine sono intervenute con idranti e gas lacrimogeni per contenere i disordini, mentre una parte dei manifestanti si è successivamente diretta verso la sede del governo.

Albania, dalle proteste contro la corruzione agli scontri nelle strade di Tirana

La mobilitazione antigovernativa ha avuto origine nel mese di maggio, quando sono cominciate le contestazioni legate a un controverso progetto turistico di lusso all’interno di un’area naturale protetta. L’iniziativa immobiliare, collegata a Ivanka Trump e Jared Kushner, figlia e genero del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha alimentato le critiche sulla gestione del territorio e le accuse di presunta corruzione rivolte alle autorità albanesi. Quelle iniziali contestazioni si sono progressivamente allargate, fino a trasformarsi, dalla metà di ottobre, in una serie di manifestazioni contro l’esecutivo guidato da Rama. Alle questioni ambientali e politiche si sono aggiunte le difficoltà del sistema sanitario, i problemi dell’istruzione e soprattutto la mancanza di opportunità lavorative e di prospettive per le nuove generazioni. La protesta è caratterizzata dall’assenza di una leadership politica riconosciuta e dalla partecipazione di numerosi giovani, che chiedono cambiamenti concreti nelle politiche pubbliche e contestano la gestione del Paese. Le manifestazioni hanno assunto un carattere sempre più acceso, con ripetuti episodi di violenza e interventi delle forze dell’ordine.

Centinaia di feriti e arresti: il governo inasprisce le sanzioni

Il bilancio delle proteste delle ultime settimane è particolarmente pesante. Secondo i dati comunicati dal ministro dell’Interno albanese Ervin Demo, dall’inizio delle mobilitazioni sono rimaste ferite complessivamente circa 350 persone, tra cui 200 agenti di polizia e una quarantina di passanti. Le autorità hanno inoltre riferito dell’arresto di 269 minorenni nell’ambito degli interventi effettuati durante i disordini. Di fronte al ripetersi degli scontri, il governo ha deciso di rafforzare le misure contro le violenze nelle manifestazioni. Mercoledì sono state introdotte nuove sanzioni economiche, con multe fino a 5.500 euro per i partecipanti responsabili di atti violenti. L’inasprimento delle disposizioni non ha tuttavia fermato la mobilitazione. Le nuove proteste dimostrano come le tensioni sociali continuino a coinvolgere una parte della popolazione, nonostante gli interventi delle autorità e il crescente numero di persone coinvolte negli scontri.

L’opposizione di Berisha respinta dai giovani: “l’opposizione siamo noi”

Un episodio significativo della giornata riguarda il rapporto tra i manifestanti e le forze politiche tradizionali. L’opposizione di centrodestra guidata da Sali Berisha ha tentato di unirsi al corteo, ma il suo ingresso è stato ostacolato dagli stessi partecipanti alla protesta. I giovani hanno infatti organizzato un cordone per impedire l’avanzata dei militanti dell’opposizione, rivendicando l’autonomia della mobilitazione rispetto ai partiti. “L’opposizione siamo noi”, hanno dichiarato, prendendo le distanze dal tentativo delle forze politiche di partecipare alla manifestazione. Il gesto mette in evidenza uno degli aspetti distintivi delle proteste albanesi: la contestazione non si limita al governo di Edi Rama, ma esprime anche una distanza nei confronti della rappresentanza politica tradizionale. I manifestanti intendono mantenere il controllo delle proprie iniziative, senza affidarne la guida alle formazioni già presenti sulla scena politica nazionale.

Edi Rama sotto pressione, continua la mobilitazione antigovernativa

La nuova escalation conferma il clima di tensione che attraversa l’Albania. Le richieste di dimissioni del primo ministro si intrecciano con rivendicazioni più ampie, che riguardano il funzionamento delle istituzioni, i servizi essenziali e le prospettive economiche del Paese. Il governo continua a fronteggiare le manifestazioni attraverso il rafforzamento delle misure di sicurezza e delle sanzioni contro gli episodi di violenza, mentre i giovani chiedono risposte sui problemi che hanno alimentato la mobilitazione. La presenza di gruppi senza una guida riconosciuta e la distanza mantenuta nei confronti dell’opposizione parlamentare rendono particolarmente complesso individuare un percorso di confronto.