Ranucci vuole tornare alla guida di Report: corsa contro il tempo per la prima puntata, presentato ricorso

Il giornalista chiede al Tribunale del Lavoro di Roma la sospensione del provvedimento del 28 agosto e il ritorno alla conduzione del programma d’inchiesta. I legali contestano la mancanza di motivazioni e ipotizzano un quadro di pressioni politiche

Sigfrido Ranucci passa al contrattacco nella vicenda che lo ha visto escluso dalla conduzione di Report. Il collegio di giuslavoristi che assiste il giornalista ha depositato questa mattina un ricorso urgente al Tribunale del Lavoro di Roma contro la decisione della Rai di rimuoverlo dalla guida della storica trasmissione di inchiesta. Al centro del ricorso ci sono tre contestazioni principali: la carenza di motivazioni del provvedimento aziendale, la presunta inconsistenza giuridica dell’atto e il demansionamento professionale derivante dalle alternative proposte dalla Rai.

Nelle 43 pagine del documento, visionato dall’Adnkronos, gli avvocati di Ranucci ricostruiscono il percorso professionale del giornalista e la storia di Report, soffermandosi anche sull’attentato subito nell’ottobre scorso, che secondo i legali sarebbe stato successivamente utilizzato per mettere in discussione la reputazione professionale del conduttore e della trasmissione.

Gli avvocati di Ranucci: “campagna di denigrazione personale e professionale”

Secondo il ricorso presentato dai professori Franco Focareta e Franco Scarpelli, dall’avvocato Stefano Rossi e dal professor Roberto De Vita, la decisione della Rai sarebbe caratterizzata da una motivazione insufficiente e non coerente con il ruolo del servizio pubblico.

I legali scrivono che l’attentato dello scorso ottobre sarebbe stato “strumentalizzato al fine di delegittimare la reputazione professionale di Sigfrido Ranucci e la trasmissione Report mediante una campagna di denigrazione personale e professionale del Ranucci avvenuta con la diffusione di dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni”.

Nel ricorso viene contestato che la rimozione dalla conduzione sarebbe “manifestamente carente di motivazione”, anche in relazione “agli obblighi di servizio pubblico e di tutela dell’indipendenza e autonomia del giornalismo d’inchiesta da parte dell’Azienda concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo”.

L’ipotesi di pressioni politiche: “quadro indiziario grave, preciso e convergente”

Un altro passaggio centrale del ricorso riguarda la successione temporale degli eventi che hanno portato alla decisione della Rai. I legali sostengono che “l’inconsistenza e la genericità della motivazione prospettata dall’Azienda, lette unitamente alla successione temporale delle pressioni e sollecitazioni politiche dirette a ottenere la rimozione di Ranucci” rappresentino “un quadro indiziario grave, preciso e convergente, idoneo, già nella presente sede cautelare, a fondare la presunzione dell’esistenza di un motivo discriminatorio”.

La tesi sostenuta nel ricorso è quindi che la scelta aziendale non sarebbe stata adeguatamente giustificata da ragioni organizzative o professionali, ma potrebbe essere collegata a un contesto più ampio di pressioni esterne.

Le alternative della Rai contestate: “grave mortificazione professionale”

Nel ricorso vengono analizzate anche le tre posizioni alternative prospettate dalla Rai a Ranucci dopo la decisione di rimuoverlo dalla conduzione di Report. Secondo i giuslavoristi, nessuna delle soluzioni individuate dall’azienda sarebbe equivalente al ruolo precedentemente ricoperto dal giornalista. Gli avvocati scrivono che “i tre ruoli offerti a Ranucci rappresentano, tutti, una grave mortificazione professionale”.

In particolare, sul ruolo di vicedirettore del Tg3 ad personam con delega agli Speciali e Podcast, il ricorso evidenzia che “è sostanzialmente fittizio perché di fatto non esistono gli speciali”. Ancora più critica la valutazione sulla posizione di vicedirettore di Rai News 24 ad personam con delega alla redazione Approfondimenti e Inchieste: “in questo contesto, ciascun giornalista conduce la sua inchiesta; quindi, non sussisterebbe alcun ruolo gerarchico o di responsabilità autoriale, con perdita della posizione di conduttore stabile”.

Contestato anche il trasferimento al Cairo: “vanificherebbe tutta la professionalità acquisita”

Nel ricorso viene inoltre affrontata la terza ipotesi proposta dalla Rai, ovvero l’incarico di corrispondente da Il Cairo. Per i legali di Ranucci si tratterebbe di una mansione completamente diversa rispetto all’attività svolta negli anni come autore e conduttore di Report. “Risulta del tutto eterogeno rispetto a quello di autore e conduttore di una trasmissione di inchiesta e approfondimenti, e comporterebbe la vanificazione di tutta la professionalità acquisita e affinata nella posizione di autore e conduttore di Report”, scrivono gli avvocati.

Nel ricorso viene inoltre sottolineato che “il trasferimento al Cairo comporterebbe per il Ranucci rilevantissimi e prevedibili rischi per la sicurezza personale”.

La richiesta al Tribunale: sospendere il provvedimento e reintegrare Ranucci a Report

Con il ricorso urgente, il giornalista chiede al Tribunale del Lavoro di Roma di intervenire in via cautelare per bloccare gli effetti della decisione Rai. Gli avvocati chiedono che il giudice, “accertata incidenter tantum e nei limiti propri della cognizione cautelare l’illegittimità della determinazione impugnata”, sospenda “gli effetti, ordini alla Rai di riassegnare immediatamente Ranucci alle mansioni precedentemente svolte di autore e conduttore di Report, in tempo utile per la prima puntata della nuova stagione prevista per l’8 novembre 2026”.

La richiesta finale è quella di dichiarare “in via provvisoria la nullità e comunque l’illegittimità del provvedimento della Rai del 28 agosto 2026”. La battaglia giudiziaria tra Sigfrido Ranucci e la Rai entra dunque in una nuova fase, con il futuro della conduzione di Report al centro di un contenzioso che potrebbe avere ripercussioni anche sul tema dell’autonomia del giornalismo d’inchiesta nel servizio pubblico.