Petilia Policastro ricorda Denise Cosco e Lea Garofalo: “due donne simbolo della ribellione alla mafia”

Il Comune rende omaggio alle due donne originarie di Pagliarelle, simbolo della ribellione alla cultura mafiosa. Il sindaco Simone Saporito esprime “profondo sgomento e dolore” per la morte di Denise

Denise Cosco e Lea Garofalo insieme, ancora una volta. Madre e figlia, unite in un’immagine sulle scale di una strada di Petilia Policastro e in una storia che ha segnato profondamente la lotta contro la ’ndrangheta e la cultura mafiosa. È attraverso questa immagine che il sindaco Simone Saporito e l’Amministrazione comunale di Petilia Policastro hanno scelto di ricordare due donne originarie di Pagliarelle, frazione del comune crotonese, diventate negli anni simbolo di una dolorosa e coraggiosa ribellione a un sistema criminale che aveva attraversato e sconvolto le loro vite. La morte di Denise Cosco, a soli 35 anni, riapre una ferita mai completamente rimarginata e riporta inevitabilmente alla memoria la vicenda della madre Lea Garofalo, testimone di giustizia assassinata nel 2009 dopo avere deciso di rompere con l’ambiente criminale al quale apparteneva l’ex compagno Carlo Cosco.

Denise Cosco e Lea Garofalo, il ricordo di Petilia Policastro

Il legame tra Petilia Policastro, Lea e Denise è profondo. Entrambe erano legate a Pagliarelle, frazione del territorio comunale, e proprio da qui arriva uno dei messaggi di cordoglio più intensi dopo la tragica morte della giovane. Il Comune ha scelto di ricordarle insieme, attraverso un’immagine che le ritrae sulle scale di una strada del paese. Un modo per riunire simbolicamente due vite segnate dalla stessa storia e dalla scelta di opporsi alla cultura mafiosa. Sulla pagina social dell’Ente, il sindaco Simone Saporito e l’Amministrazione comunale “esprimono profondo sgomento e dolore per la tragica scomparsa di Denise, una giovane vita spezzata, segnata da una storia familiare durissima, che richiama alla memoria una delle pagine più dolorose e drammatiche della lotta alla criminalità organizzata. Davanti alla morte di Denise, il Comune di Petilia Policastro si stringe con rispetto e commozione attorno a quanti le hanno voluto bene ed a tutti coloro che, in questi anni, hanno custodito e portato avanti il ricordo di Lea Garofalo e il valore della sua testimonianza”.

Lea Garofalo, la ribellione alla ’ndrangheta pagata con la vita

La vicenda di Lea Garofalo è diventata negli anni uno dei casi simbolo della lotta contro la ’ndrangheta. Lea aveva scelto di diventare testimone di giustizia, rompendo con l’ambiente criminale al quale era legato il suo ex compagno Carlo Cosco. Una decisione radicale, che significava sottrarsi alle regole e ai vincoli della cultura mafiosa e tentare di costruire una vita diversa per sé e per la figlia. Nel 2009 Lea venne uccisa proprio da Cosco. La sua morte aprì una lunga e dolorosa vicenda giudiziaria nella quale Denise Cosco avrebbe avuto un ruolo fondamentale. La giovane, infatti, scelse di non voltarsi dall’altra parte: si costituì parte civile nel processo per l’omicidio della madre e testimoniò contro il padre. Un gesto che, nel tempo, ha assunto un valore che va ben oltre la dimensione giudiziaria, trasformando Denise in una testimone diretta della scelta di libertà compiuta da Lea.

Enza Rando: “la mafia uccide, e lo fa in molti modi”

A ricordare Denise è anche Enza Rando, che per anni è stata il suo avvocato di parte civile nel processo per l’omicidio di Lea Garofalo. Il suo intervento parte proprio dal significato più profondo della tragedia: le conseguenze della violenza mafiosa non terminano necessariamente con l’omicidio di una vittima, ma possono continuare a segnare per anni la vita di chi resta. Rando scrive: “la tragica scomparsa di Denise Cosco, morta a soli 35 anni come sua madre Lea Garofalo, è una ferita profonda per tutto il Paese e ci impone una riflessione drammatica e senza ipocrisie: la mafia uccide, e lo fa in molti modi. Uccide chi si oppone al suo potere, ma continua a uccidere nel tempo anche chi sopravvive, generando veri e propri mostri dentro le vite e le anime di chi resta”.

Il coraggio di Denise e il peso di una storia durissima

Nel ricordo di Enza Rando emerge anche il profilo personale di Denise: quello di una giovane donna capace di affrontare una vicenda estremamente dolorosa, schierandosi apertamente dalla parte della madre e della giustizia. “Con Denise – ricorda Rando – ho conosciuto il coraggio straordinario di una giovane donna, una forza immensa che ha lottato fino in fondo. Tuttavia ha portato sulle spalle un peso inumano: il dolore della perdita, il vuoto di domande che non troveranno mai risposta e i mostri interiori con cui chi resta è costretto a convivere ogni giorno. I figli delle vittime di mafia sono doppiamente vittime: spogliati dei loro affetti, strappati alle proprie radici e costretti a ricostruirsi un’esistenza sotto un’altra identità, lontani dai propri luoghi e dentro vite che non si sono scelti”.

Denise testimoniò contro suo padre per l’omicidio della madre

La scelta compiuta da Denise Cosco durante il processo rappresentò uno dei momenti centrali dell’intera vicenda. Dopo la morte di Lea, Denise decise di costituirsi parte civile e di testimoniare contro il padre Carlo Cosco. Era la prosecuzione, su un altro piano, della scelta di rottura che sua madre aveva compiuto prima di lei. Una ribellione che assume un significato ancora più forte considerando il contesto familiare e personale nel quale Denise era cresciuta. La sua testimonianza è rimasta così indissolubilmente legata alla memoria di Lea Garofalo, alla ricerca della verità sull’omicidio e a quella cultura della legalità che negli anni ha trasformato la storia delle due donne in un simbolo nazionale.

L’appello allo Stato: “Serve un sostegno umano, psicologico e sociale”

Dalla morte di Denise nasce però anche una riflessione sul modo in cui le istituzioni accompagnano nel tempo chi vive le conseguenze della violenza mafiosa. Rando riconosce il sostegno assicurato dallo Stato alla giovane, ma invita a rafforzare ulteriormente gli strumenti di accompagnamento: “lo Stato per Denise c’è stato e le è stato vicino, ma questa tragedia ci ricorda che non dobbiamo mai abbassare la guardia: serve un sostegno umano, psicologico e sociale sempre più costante, continuo e profondo per accompagnare chi vive questo dramma. Dobbiamo farlo per Denise e per Lea, per portare avanti la memoria del loro impegno. La mafia non deve vincere, non permetteremo alla mafia di avere l’ultima parola”.