Ci sono storie che sembrano nate per essere dipinte. Storie di passioni travolgenti, gelosie, amori impossibili e memorie che il tempo non è riuscito a cancellare. È da questo universo di suggestioni che nasce il dipinto “Disse: ‘Ti amu’, cu paroli d’oru, e la picciotta ci rapìu lu cori”, realizzato dalla pittrice calabrese Fulvia Francesca Rocca, artista da anni profondamente legata alla Sicilia, alla sua cultura e alle sue tradizioni.
L’opera prende ispirazione dalle celebri Teste di Moro siciliane, quei caratteristici volti in ceramica che da secoli decorano balconi, terrazze e abitazioni dell’Isola, diventando uno dei simboli più riconoscibili dell’identità siciliana. Dietro la loro bellezza ornamentale, però, si nasconde una leggenda antica e affascinante, fatta di amore e dolore, che ha conquistato generazioni di racconti popolari.
Prima di dare forma alla tela, Rocca ha intrapreso un viaggio nella memoria e nella tradizione, alla ricerca delle origini di questi oggetti così iconici. Ne è emerso un mondo sospeso tra storia e mito, dove il sentimento amoroso si intreccia con la tragedia e dove ogni dettaglio, dai colori agli elementi decorativi, diventa un richiamo alla Sicilia più autentica.
Attraverso il suo pennello, l’artista trasforma così una leggenda tramandata nei secoli in un’immagine capace di raccontare la forza dei sentimenti umani e il fascino senza tempo di una terra ricca di storie. Di seguito la storia dietro il dipinto, raccontata dall’artista stessa.
“Disse: ‘Ti amu’, cu paroli d’oru, e la picciotta ci rapìu lu cori”
“Da calabrese trapiantata ormai da anni in Sicilia, continuamente mi imbatto in leggende strepitose legate a questo incantevole territorio, a questa meravigliosa isola. Nella scelta di rappresentare con il mio pennello qualche elemento delle tradizioni siciliane mi sono letteralmente imbattuta nelle famose “Teste di Moro”. Quante volte le abbiamo viste in ceramica sui davanzali come vasi ornamentali, in giro per le fiere dei borghi, nei salotti della gente… un milione di volte almeno… proprio perché rappresentano a pieno titolo un simbolo tipicamente siciliano.
Qui si che c’è da “Meravigliarsi”. Prima di iniziare l’opera… vado alla ricerca di tutte le informazioni possibili riguardanti questi soggetti. Scopro un mondo magico legato all’amore, alla passione, alla gelosia. La scelta del titolo: “Disse: “Ti amu”, cu paroli d’oru, e la picciotta ci rapìu lu cori” non è casuale. La canzone infatti, esplora i temi dell’amore e dei sentimenti profondi, si tratta di un amore che porta gioia, speranza con una sottintesa fragilità della “picciotta”.
Ma cosa ci racconta la leggenda? Leggendo pagine e pagine di libri legati alle leggende siciliane scopro che la nascita di questi particolari vasi ornamentali è giustificata con una storia tramandata fino ai giorni nostri in diverse versioni. Quella più comune è ambientata a Palermo durante la dominazione araba dell’Isola. Si narra che una donna del quartiere Khalsa si affacciasse ogni giorno al balcone per curare le sue piante. Un giorno, un moro – termine con cui si indicavano gli uomini arabi – si innamorò perdutamente di lei e la conquistò con parole dolci.
I due iniziarono una relazione intensa, ma la giovane, scoprendo che l’uomo era sposato e presto sarebbe tornato in Oriente, fu colta dalla gelosia. Durante l’ultima notte passata insieme lei lo decapitò, con la sua testa fece un vaso e ci piantò del basilico che crebbe molto rigoglioso. I vicini vedendo questa crescita straordinaria vollero dei vasi simili, con il volto di un moro.
Una seconda versione della leggenda sembra spiegare il perché quasi sempre le Teste di Moro Siciliane sono create e disposte in coppia: un uomo e una donna. Stessa data, stesso luogo, stessi protagonisti ma muta la trama. La bella siciliana è di nobili origini e vive da tempo un amore clandestino con un attraente moro. Una volta scoperto l’intreccio, scoppia lo scandalo che non poteva essere certo accettato da una famiglia di rango. Per rimediare al disonore i familiari della donna decidono di far uccidere i due amanti e così avviene.
A titolo di monito contro ogni altra possibile sconveniente passione e a dimostrazione di aver lavato l’onta nel sangue quindi fecero preparare due vasi a forma di testa dei due sventurati giovani e li piazzarono sulla balconata del palazzo nobiliare. Per tale motivo le Teste di Moro Siciliane verrebbero realizzate in coppia in ricordo dei due innamorati assassinati.
Un’ulteriore eco della leggenda si ritrova nella letteratura: nella novella di Lisabetta da Messina, narrata nella quarta giornata del Decameron di Boccaccio, una giovane donna pianta del basilico nella testa decapitata del suo amato, ucciso dai fratelli per gelosia. La pianta cresce rigogliosa, ma la verità viene scoperta e Lisabetta impazzisce dal dolore. Anche in questo caso, la testa umana trasformata in vaso diventa simbolo di amore tragico e memoria eterna.
Ora ditemi un po’… non vi siete catapultati in un mondo fantastico? Io tantissimo! Ora ogni volta che in giro mi ritrovo uno di questi vasi decorativi raffiguranti il volto stilizzato di un uomo e di una donna, adornati con elementi naturali come agrumi, foglie, fiori e motivi ornamentali tipici dell’arte mediterranea non posso che ripensare a quell’amore“.
