Fondi del Ponte sullo Stretto da dirottare altrove? Giuseppe Conte dimentica una cosa. E viene smascherato

Ponte sullo Stretto, Massimo Mastruzzo del Movimento Equità Territoriale rilancia il dibattito sulle infrastrutture: "Perché un investimento al Sud viene rappresentato come una risorsa da recuperare per far crescere l’Italia?"

Il dibattito sul Ponte sullo Stretto di Messina torna al centro della discussione politica ed economica con una riflessione del Movimento Equità Territoriale. A intervenire è Massimo Mastruzzo, componente del Direttivo nazionale MET, che pone l’attenzione sul rapporto tra grandi opere, crescita economica e sviluppo del Mezzogiorno. La riflessione nasce dalle parole del leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che ha indicato il recupero delle risorse destinate al Ponte come possibile leva per nuovi investimenti. “Bisogna puntare su investimenti e crescita”, ha dichiarato Conte, aggiungendo: “E sblocchiamo subito i 13 miliardi bloccati dalla propaganda sul Ponte dello Stretto”. Mastruzzo sottolinea come la posizione sia legittima, così come lo sia il confronto sull’opportunità dell’opera, sui costi, sugli impatti ambientali e sulle prospettive di traffico. Ma, secondo il rappresentante del MET, esiste una questione preliminare che riguarda il ruolo degli investimenti nel Mezzogiorno.

“È una posizione politica legittima. Come è legittimo discutere il Ponte, contestarne il costo, valutarne l’impatto ambientale, mettere alla prova le previsioni di traffico e domandarsi se esistano investimenti più produttivi per Sicilia e Calabria”, si legge nella riflessione di Mastruzzo. Secondo il rappresentante del MET, però, la domanda centrale dovrebbe essere un’altra: “Se il problema dell’Italia è la crescita, perché considerare sacrificabile proprio un investimento infrastrutturale collocato in una delle aree economicamente più deboli del Paese?“. Il punto sollevato riguarda la destinazione delle risorse. “Perché un investimento al Sud viene rappresentato come una risorsa da recuperare per far crescere l’Italia, anziché come uno degli strumenti attraverso cui far crescere l’Italia?”, è la domanda posta da Mastruzzo.

Le risorse del Ponte e il Fondo sviluppo e coesione

Nella sua analisi il MET ricorda che le risorse complessivamente destinate all’opera nel periodo 2024-2033 ammontano a quasi 14 miliardi di euro, con una quota di circa 6,2 miliardi proveniente dal Fondo per lo sviluppo e la coesione, lo strumento destinato proprio alla riduzione degli squilibri economici, sociali e territoriali. “E su questo deve rispondere anche il Governo: se il Ponte è un’infrastruttura strategica nazionale, perché finanziarlo in misura così consistente attraverso il Fondo sviluppo e coesione?”, afferma Mastruzzo. Secondo il MET, anche qualora si ritenesse l’opera non prioritaria, la conseguenza non dovrebbe essere lo spostamento automatico delle risorse verso altre finalità nazionali, ma il mantenimento degli investimenti nel territorio meridionale.

Il confronto con le grandi opere del Nord

La riflessione prosegue attraverso il confronto con altre infrastrutture considerate strategiche in Italia, come il Terzo Valico dei Giovi, la diga foranea di Genova, la Brebemi e la Pedemontana Lombarda. “Un’infrastruttura non viene giudicata soltanto per quanto costa oggi, ma anche per quello che può produrre domani”, evidenzia Mastruzzo, sottolineando come per molte opere del Nord la valutazione sia stata legata alla capacità di generare competitività, sviluppo logistico e crescita futura. Il ragionamento del MET è quindi legato al criterio utilizzato nella valutazione delle grandi infrastrutture: “Questo non significa che Brebemi, Pedemontana, Terzo Valico o diga di Genova siano opere inutili. Significa qualcosa di diverso e molto più semplice: quando un’infrastruttura viene considerata strategica, la sua valutazione non si esaurisce nella cifra scritta accanto alla voce “costo””.

Gioia Tauro e la sfida della logistica nel Mezzogiorno

Un capitolo centrale della riflessione riguarda il porto di Gioia Tauro, indicato come una delle principali infrastrutture strategiche del Sud. “Non avrebbe senso contrapporre semplicisticamente il porto calabrese a quello di Genova. Hanno caratteristiche e funzioni differenti”, evidenzia Mastruzzo. Secondo il MET, la questione riguarda la capacità di costruire intorno allo scalo calabrese un sistema integrato fatto di collegamenti ferroviari, logistica e infrastrutture produttive.

Gioia Tauro, ricorda Mastruzzo, nel 2025 ha movimentato quasi 4,5 milioni di TEU, confermandosi primo porto italiano per movimentazione container, con fondali che arrivano fino a 18 metri. “E allora la domanda è inevitabile: perché non costruire intorno a Gioia Tauro, con la stessa determinazione mostrata altrove, un grande sistema ferroviario, logistico e industriale capace di trasformare milioni di container in imprese, lavoro e ricchezza per la Calabria e per il Mezzogiorno?”, si chiede il rappresentante del MET.

“Se il Ponte non serve, quei miliardi diventino infrastrutture per Sicilia e Calabria”

La posizione del Movimento Equità Territoriale non viene presentata come un sostegno automatico al progetto del Ponte, ma come una richiesta di attenzione verso il principio dell’equità degli investimenti. “Se il Ponte è un investimento valido, lo si dimostri attraverso costi, benefici e ricadute economiche e territoriali. Se non lo è, quei miliardi diventino ferrovie, porti, strade, reti idriche, trasporto pubblico, università, ricerca, logistica e infrastrutture produttive di Sicilia, Calabria e Mezzogiorno”, afferma Mastruzzo.

La conclusione della riflessione punta quindi sul tema del divario territoriale: “Quello che non può diventare normale è un terzo scenario: cancellare un investimento nel Mezzogiorno e considerare automaticamente liberate quelle risorse per risolvere i problemi dell’intero Paese”. E chiude con una domanda rivolta al futuro delle politiche infrastrutturali italiane: Per far crescere l’Italia bisogna davvero togliere gli investimenti al Sud? Il problema non è stabilire se l’Italia possa permettersi di investire miliardi nel Mezzogiorno. Il problema è capire se l’Italia possa ancora permettersi di non farlo”, conclude Massimo Mastruzzo.