Un viaggio alla riscoperta delle capacità del corpo umano attraverso il contatto diretto con la natura. È questa la filosofia alla base del percorso di Claudio Lombardo, atleta di origine calabrese nato a Reggio Calabria, ideatore del Barefoot Alpine Running e, insieme alla dott.ssa Sarah Giomi, co-ideatore del Barefoot Alpine Method (BAM™), un approccio che mette in relazione montagna, fisiologia e movimento naturale. In un’epoca nella quale comfort, tecnologia e protezioni hanno progressivamente ridotto il rapporto diretto tra il corpo e l’ambiente, il progetto nasce da una domanda precisa: cosa accade quando eliminiamo ciò che ci separa dalla natura e lasciamo nuovamente spazio alla capacità del corpo di percepire, reagire e adattarsi?
Il Barefoot Alpine Running non rappresenta semplicemente una corsa a piedi nudi, ma un modo diverso di vivere la montagna. Significa affrontare l’ambiente riducendo al minimo le protezioni, utilizzando piedi nudi, abbigliamento essenziale e soltanto ciò che è realmente necessario per muoversi in sicurezza. L’obiettivo non è sfidare la montagna, ma imparare a conoscerla, ascoltarla e instaurare un rapporto più profondo con il territorio. Attraverso il contatto diretto con il terreno, il freddo, la fatica e il respiro, il corpo torna a sviluppare capacità spesso messe in secondo piano dallo stile di vita moderno.
L’impresa sull’Etna: la traversata integrale scalzo tra lava, vento e freddo
Una delle prime grandi prove del progetto è stata la traversata integrale dell’Etna, affrontata da Claudio Lombardo completamente scalzo e in pantaloncini nel mese di novembre, in condizioni ambientali particolarmente impegnative. Partendo dal versante più estremo a nord, l’atleta ha attraversato il vulcano fino al lato sud, confrontandosi con pietra lavica, asperità del terreno, vento, quota e temperature rigide. Ogni passo è diventato un confronto diretto con l’ambiente, lasciando che fosse il corpo a trovare equilibrio e adattamento. Affrontare l’Etna senza scarpe ha significato percepire ogni variazione del terreno, sentire la ruvidità della roccia vulcanica e sviluppare una nuova consapevolezza del movimento. Una sfida che non è stata considerata un punto di arrivo, ma l’inizio di una fase ancora più ambiziosa del progetto.
Il percorso del Barefoot Alpine Running proseguirà con nuove montagne e nuove prove. Tra gli obiettivi futuri c’è la Cima Grande di Lavaredo, uno dei simboli dell’alpinismo mondiale, dove il movimento naturale incontrerà la dimensione verticale dell’arrampicata, la roccia dolomitica, l’esposizione e la precisione necessaria in ogni gesto. Un’altra sfida sarà il Monte Aragats in Armenia, una grande montagna vulcanica che nel mese di ottobre porterà il progetto oltre i 4.000 metri di quota. Un ambiente estremo caratterizzato da vento, temperature percepite fino a -10 °C e -15 °C e una roccia vulcanica aspra e tagliente capace di mettere alla prova ogni passo.
La domanda al centro del progetto: fino a dove può arrivare il corpo umano?
Dietro queste imprese non c’è la volontà di dimostrare una superiorità sulla natura, ma la ricerca di una risposta a una domanda fondamentale: fino a dove può arrivare il corpo umano quando viene messo nelle condizioni di adattarsi? Il progetto di Lombardo parte dalla consapevolezza che il progresso abbia migliorato molti aspetti della vita quotidiana, ma abbia anche progressivamente allontanato l’uomo dalle proprie capacità naturali di percezione e adattamento.
Il Barefoot Alpine Running non significa rifiutare la tecnologia o tornare al passato, ma recuperare alcune abilità che il mondo moderno tende a trascurare: ascoltare il corpo, comprendere l’ambiente e riscoprire il rapporto diretto tra persona e natura. Perché, a volte, l’evoluzione non consiste nell’aggiungere nuovi strumenti, ma nel togliere ciò che impedisce di vivere pienamente l’esperienza del proprio corpo e del mondo che lo circonda.

