Reggio Calabria, Aloisio sul caso Atam: “un video di pochi secondi è diventato una sentenza: prima dei giudizi servono i fatti”

Il presidente di Confesercenti Calabria analizza la reazione social dopo l’episodio sul bus: “non difendo i ragazzi né accuso l’autista, ma senza conoscere l’antefatto non possiamo trasformare un frammento in una verità assoluta”

“Da ieri sto osservando qualcosa che, per me, è diventato persino più interessante dell’episodio da cui tutto è partito. Provo a ricostruire la sequenza, perché è proprio la sequenza ad avere un significato. Circola un video. Mostra soltanto una parte di quello che è accaduto: un autista dell’ATAM fuori dal mezzo, due ragazzi stranieri, uno dei quali è a terra. Nel video si vede partire un calcio verso la testa del ragazzo e, successivamente, uno schiaffo. Una donna che riprende la scena insulta l’autista chiamandolo «razzista di m…a». Non sappiamo cosa sia successo prima”. E’ questo il post pubblicato su facebook da Claudio Aloisio, presidente di Confesercenti Calabria.

“Eppure sotto quel video compaiono immediatamente centinaia di commenti. «Ha fatto bene». «Poche gliene ha date». «Diamogli una medaglia». «Doveva dargliene di più». Insieme agli applausi comincia quasi subito il passaggio dai due ragazzi a una categoria intera: gli immigrati, gli africani, i musulmani, «questa gente». È questo che mi colpisce e su questo scrivo un post. Non scrivo che i due ragazzi siano innocenti. Non scrivo che l’autista sia colpevole. Scrivo esattamente il contrario: non conosco l’antefatto e quindi non sono in grado di stabilire né le responsabilità dei ragazzi né quelle dell’autista”.

“Scrivo però che una cosa la so, perché è davanti ai miei occhi: moltissime persone che ignorano quell’antefatto hanno già stabilito chi sia colpevole, chi innocente e, soprattutto, che la violenza vista nel video sia giusta, comprensibile, in alcuni casi persino insufficiente. Poco dopo che ho pubblicato il post, comincia a circolare su vari profili lo screenshot di un presunto post Instagram proveniente da un profilo privato e non verificato. Racconta che prima del video i ragazzi avrebbero infastidito una signora anziana, si sarebbero rifiutati di cederle il posto, le avrebbero sputato e successivamente avrebbero sputato anche all’autista”.

“Con ogni nuova condivisione, però, quello screenshot cambia natura. Prima è «una testimonianza». Poi diventa «quello che è successo». Infine diventa «la verità». L’anziana diventa «la povera anziana». Lo sputo non è più un fatto riferito: «hanno sputato a una vecchietta». I ragazzi diventano «i delinquenti». L’autista diventa «l’eroe», quello che «ha avuto il coraggio che manca alle istituzioni», quello al quale bisognerebbe «dare una medaglia».  Poi arrivano i commenti al mio post. Molti riproducono esattamente lo stesso schema: sostegno incondizionato all’autista, colpevolezza dei due ragazzi data per acquisita, insulti rivolti agli immigrati e, in diversi casi, approvazione o invocazione di altra violenza”.

“Decido di rispondere praticamente a tutti. Centinaia di commenti. E continuo a ripetere quasi ossessivamente la stessa cosa: non sto difendendo i due ragazzi e non sto accusando l’autista. Non conosco l’antefatto. Se i ragazzi hanno aggredito, sputato, molestato qualcuno o commesso un reato, devono risponderne. Se l’autista stava difendendo se stesso o un’altra persona da un’aggressione, anche questo dovrà essere valutato. Ma questa posizione sembra quasi incomprensibile”.

“Se non sto con l’autista, allora sto con i ragazzi. Se non approvo il calcio, sto difendendo i delinquenti. Se chiedo di conoscere i fatti, sono «buonista». Se dico che non possiamo chiamare qualcuno «animale» o «feccia» prima ancora di sapere cosa abbia fatto, sto «difendendo gli immigrati». E progressivamente il linguaggio cambia. Compaiono «animali», «feccia umana», «gentaglia», «scimmie troglodite che hanno infettato il mondo». Qualcuno scrive che «non meritano niente». Qualcun altro che «andrebbero presi a calci». Un altro ancora che, se fosse stato presente, avrebbe aiutato l’autista a picchiarli”.

“Ed è qui che la vicenda ha cominciato a interessarmi anche per un’altra ragione. Da mesi sto lavorando a un libro che si intitola *Solitudini sincronizzate*. Parla, tra le altre cose, di come persone che partono da esperienze differenti, paure differenti, frustrazioni differenti e percorsi personali separati possano arrivare a riconoscersi dentro una stessa diagnosi della realtà. Ed è difficile non vedere qualcosa di simile in quello che è accaduto in queste ore. C’è chi racconta un’aggressione subita anni fa, chi parla del figlio importunato, chi prende l’autobus ogni giorno e racconta episodi di maleducazione, chi parla dei capotreno aggrediti, chi del degrado delle città, chi della giustizia che non funziona, chi dell’immigrazione irregolare, chi del PD, chi dell’Islam, chi di Milano e Bologna. Esperienze diverse, storie diverse, persone che probabilmente non si conoscono. Ma progressivamente quelle esperienze convergono”.

“I due ragazzi del video smettono quasi di essere due ragazzi. Diventano il punto nel quale si condensano tutte quelle storie. Non devono più rispondere soltanto di ciò che eventualmente hanno fatto quel giorno. Su di loro finisce il conto degli stranieri incontrati senza biglietto, delle aggressioni sui treni, dei furti, delle paure dei genitori, dell’inefficienza della giustizia, dell’immigrazione degli ultimi vent’anni. E persone che fino a un momento prima erano estranee tra loro si riconoscono improvvisamente in un «noi», di fronte a un «loro» altrettanto compatto. È questo il punto che mi ha colpito di più”.

“Non serve che le persone abbiano vissuto la stessa esperienza. Non serve nemmeno che conoscano gli stessi fatti. Possono arrivare da storie completamente differenti e incontrarsi soltanto alla fine, quando quelle storie ricevono una diagnosi comune e ciascuno riconosce nell’esperienza dell’altro una conferma della propria. A quel punto un video di pochi secondi non racconta più soltanto ciò che mostra. Diventa la prova di qualcosa che si sapeva già. Non sapere cosa sia successo prima non ha prodotto prudenza. Ha prodotto uno spazio vuoto. E quello spazio è stato riempito immediatamente con tutto ciò che ciascuno portava già con sé”.