Il cav. dott. Lorenzo Festicini, Segretario Nazionale dell’Istituto Nazionale Azzurro, interviene nel dibattito nato dopo le dichiarazioni del giornalista Sigfrido Ranucci, che aveva affermato: “Se potessi andare a cena con Totò Riina, io ci andrei”. Una frase che ha suscitato reazioni e discussioni e sulla quale Sansalone ha scelto di esprimere la propria posizione dopo aver atteso alcuni giorni, spiegando di aver voluto evitare una risposta dettata dall’emotività. Nel suo intervento, Sansalone pone al centro il tema della memoria delle vittime della mafia, del valore simbolico delle parole pronunciate da chi ricopre un ruolo pubblico e del confine tra la volontà di comprendere il male e il rischio, secondo la sua visione, di renderlo in qualche modo accettabile attraverso la vicinanza simbolica.
Festicini: “davanti a certe affermazioni la fretta rischia di farci rispondere con la stessa pancia”
“Ho voluto attendere un po’ di tempo prima di intervenire e commentare la frase del giornalista Sigfrido Ranucci: “Se potessi andare a cena con Totò Riina, io ci andrei”, esordisce Festicini. Il presidente dell’Istituto Nazionale Azzurro spiega così la scelta di non intervenire immediatamente: “Ho scelto la via dell’attesa perché davanti a certe affermazioni la fretta rischia di farci rispondere con la stessa pancia che genera queste uscite pubbliche”. Una riflessione che, secondo Festicini, nasce dalla necessità di far sedimentare una reazione emotiva iniziale: “C’era bisogno di far decantare lo sconcerto”. Dopo questo periodo di riflessione, arriva la sua valutazione netta: “Oggi, a mente fredda, sento il dovere di dire che in tutto questo non trovo un senso”.
“Totò Riina non è una figura sbiadita della storia, ma il volto di una ferita che ancora sanguina”
Nel suo intervento, Festicini richiama il peso storico e umano della figura di Totò Riina, sottolineando come non possa essere considerato soltanto un personaggio del passato. “Totò Riina non è una figura sbiadita della storia, ma il volto di una ferita che ancora sanguina nel corpo del nostro Paese”, afferma. Il riferimento è alle stragi di mafia, alle violenze e alle vittime innocenti provocate dalla stagione criminale di Cosa nostra. Sansalone richiama in particolare il caso di Giuseppe Di Matteo, il bambino rapito, segregato e ucciso dalla mafia. “È stato l’autore di stragi, di violenze e di orrori indicibili. Come si può dimenticare il piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito, segregato per anni e infine sciolto nell’acido? È una colpa che grida giustizia al cospetto di Dio e degli uomini”, dichiara.
“Io a cena con un soggetto di questo genere non ci andrei mai”
Il punto centrale della posizione espressa da Festicini riguarda il valore simbolico della cena come momento di incontro e condivisione. “Credetemi, io a cena con un soggetto di questo genere non ci andrei mai”, afferma il presidente dell’Istituto Nazionale Azzurro. Secondo Sansalone, il gesto di sedersi allo stesso tavolo con una persona responsabile di gravi crimini assumerebbe un significato che va oltre il semplice confronto. “Il tavolo e la cena, nel linguaggio umano e spirituale, sono i luoghi della condivisione, dell’incontro e della vicinanza. Sedersi di fronte a chi ha incarnato il male assoluto mi sembrerebbe un compromesso inaccettabile, un modo per normalizzare l’orrore”, spiega. Una distanza che Festicini definisce anche dal punto di vista morale e personale: “Sento il bisogno profondo di custodire una distanza sacra da quel male”.
“Non è una questione di destra o sinistra, ma di etica e sensibilità umana”
Nel suo intervento Festicini precisa inoltre che la sua posizione, a suo dire, non nasce da motivazioni politiche. “A me non interessa la politica, e questo ci tengo a precisarlo con forza. Questa non è una questione di schieramenti, di destra o di sinistra. È una questione che tocca l’anima, l’etica e la sensibilità umana di ciascuno di noi”, afferma. Il richiamo è dunque rivolto al valore universale della lotta alla mafia, al di là delle appartenenze e degli schieramenti politici.
“Queste esternazioni sono gravi e fanno male”
Festicini prosegue evidenziando quello che considera l’impatto delle parole pronunciate pubblicamente. “Queste esternazioni sono gravi e fanno male”, afferma. Secondo il presidente dell’Istituto Nazionale Azzurro, il rischio sarebbe quello di incidere sulla percezione collettiva della storia mafiosa italiana e sul ricordo di chi ha perso la vita opponendosi alla criminalità organizzata.“Fanno male perché feriscono la memoria di chi ha pagato con la vita l’opposizione alla mafia, confondono le coscienze dei più giovani e lasciano un senso di profonda solitudine in chi, ogni giorno, cerca di vivere nella legalità, nell’onestà e nel rispetto del prossimo”, dichiara.
Il ruolo del giornalismo e il limite della provocazione
Nel finale del suo intervento Festicini affronta anche il rapporto tra giornalismo, provocazione e responsabilità pubblica.“Forse il mestiere del giornalismo cerca la provocazione o l’illusione di poter “intervistare” l’abisso per scrutarne i meccanismi”, afferma. Tuttavia, secondo Festicini, esiste un limite che non dovrebbe essere superato: “Ma la provocazione non può calpestare la sensibilità e il dolore”. Il rispetto per chi ha subito la violenza mafiosa diventa, nella sua riflessione, un principio fondamentale per chiunque abbia la possibilità di rivolgersi a un pubblico ampio. “Custodire il senso del limite e il rispetto per le vittime è il primo dovere di chiunque abbia una voce pubblica”, puntualizza.
“Rimanere umani significa distinguere nettamente la luce dalle tenebre”
La chiusura dell’intervento di Festicini è affidata a un richiamo al valore della memoria e della consapevolezza collettiva.“Rimanere umani significa anche questo: saper distinguere nettamente la luce dalle tenebre e non abituarsi mai all’orrore”, conclude il presidente dell’Istituto Nazionale Azzurro. Una presa di posizione che riporta al centro del dibattito il tema del rapporto tra conoscenza del male, memoria storica e responsabilità delle parole quando vengono pronunciate nello spazio pubblico.
